La manina in faccia di Boeri a Di Maio

Luciano Capone

Roma. Luigi Di Maio ha mentito. Non c’è stata alcuna “manina” che nottetempo ha manomesso la relazione tecnica del “decreto dignità” inserendo la cifra di 8 mila disoccupati. Dopo di lui ha mentito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, intervistato da Marco Travaglio sul “complotto della manina” – dato per assodato dal direttore del Fatto –, ha risposto che “quel numero di 8 mila disoccupati all’anno è arrivato all’ultimo, fuori tempo massimo”. E la menzogna del ministro del Lavoro, finito nell’angolo a causa della sua insipienza, è stata avallata dal ministro dell’Economia Giovanni Tria che, dopo le minacce del M5s di “fare pulizia” delle “vipere” in Via XX Settembre, in un comunicato congiunto con Di Maio ha detto che “bisogna capire da dove provenga quella ‘manina’ che non va ricercata nel Mef”, addossando la responsabilità al presidente dell’Inps Tito Boeri. La verità è emersa integralmente, documenti alla mano, nell’audizione di Boeri davanti alle commissioni riunite Finanze e Lavoro della Camera. Ed è che il ministero del Lavoro, ovvero Di Maio, era ben consapevole della riduzione dell’occupazione prodotta dal “dl dignità”.

  

Boeri ha ricostruito la cronologia delle comunicazioni: il 2 luglio, alle 17:54, l’ufficio legislativo del ministero chiede all’Inps di “stimare la platea dei lavoratori coinvolti al fine di quantificare il minor gettito contributivo derivante dalla contrazione del lavoro a tempo determinato”. Pertanto, sottolinea Boeri, “dalla richiesta il ministero aveva già messo in conto una riduzione dell’occupazione a tempo determinato per effetto del decreto”. Dopo uno scambio di dati e informazioni il 6 luglio, alle 12:23, l’Inps invia al ministero del Lavoro la relazione tecnica richiesta che, come ha ammesso lo stesso Di Maio in audizione, conteneva già “i numeri sugli effetti occupazionali negativi del provvedimento”, ovvero i famosi 8 mila posti in meno all’anno. “Ma la relazione tecnica bisogna almeno sfogliarla per carpirne i contenuti …”, è la stoccata del prof. Boeri a chi l’ha accusato di infedeltà e scorrettezza. Successivamente, il 10 luglio, la Ragioneria dello stato chiede ulteriori chiarimenti all’Inps, una stima degli effetti sulla Naspi (l’indennità di disoccupazione).

  

In sintesi, la relazione tecnica con la stima degli 8 mila posti di lavoro in meno era tra le mani Di Maio una settimana prima della trasmissione al presidente della Repubblica. Da lì in poi nessuna “manina” notturna ha agito, c’è stato solo un approfondimento sui costi richiesto dalla Ragioneria dello stato.

  

Boeri ha respinto anche l’accusa di “non scientificità” della sua stima, tema a cui è particolarmente sensibile dal punto di vista reputazionale (non a caso in coda alla sua relazione ha messo una lunga bibliografia). Perché proprio 8 mila? L’economista della Bocconi ha spiegato che per la relazione tecnica all’Inps viene chiesto un numero preciso, non una forchetta o un intervallo di confidenza, e ha esposto la metodologia con cui si è giunti a quella cifra. Ma ha precisato che, visti i numerosi vincoli introdotti dalla norma non considerati, dal “causalone” all’aumento dei contributi, l’impatto negativo “molto modesto” stimato dall’Inps è “addirittura molto ottimistico”. Infine Boeri ha detto che il presidente dell’Inps “non ha giurato fedeltà al programma del governo”. E che è anche disposto a dimettersi, ma solo se la richiesta arriva nelle sedi istituzionali: “Non posso prendere in considerazione le richieste di dimissioni online e le minacce da parte di chi dovrebbe presiedere alla mia sicurezza personale”. Il riferimento è, ovviamente, ai tweet di Matteo Salvini. Tutto si può dire di Boeri, tranne che agisca nell’ombra.

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