A tu per tu

A scrocco con Sgarbi

Salvatore Merlo

Dal pontile del lago di Monterosi si accorge d’una grande villa con terrazza spalancata sull’acqua, che se ne sta lì, poggiata sull’altra sponda. “Meraviglia. Andiamo a vedere”, dice. E allora le sue due giovanissime e simpatiche assistenti Paola Camarco e Diletta Feroldi (che ridendo si qualificano come “schiave”), la magnifica Sabrina Colle (fidanzata), lo spiritoso Sauro Moretti (che si definisce “cameriere”), la sottile Sara Manfuso con amica, l’addetta stampa Monica Macchionni, più un sacco di altra gente non meglio identificata, ma che sembra seguirlo come il pastore al pascolo, o come il profeta sul Mar Rosso, tutta questa folla variopinta si muove meccanicamente, con il passo della legione tebana, ma più allegro. Tutti in fila dietro di lui. Meno di un chilometro in automobile, ed ecco finalmente il grande cancello in ferro battuto, chiuso, inaccessibile. Dall’alto fanno capolino le cime dei pini marittimi, s’intuisce il segreto d’una agiata bellezza. Suona al citofono. Driiin. Driiin.

 

– “Chi è?” (voce di filippino, che poi si scoprirà indossare livrea con bottoni d’oro e All Star ai piedi).

– “Vittorio Sgarbi”.

– (Silenzio).

– “Il sindaco di Sutri”.

– “Un attimo, prego”.

 

“Con Di Maio ora siamo amici. Quando l’ho incontrato gli ho detto che mi dispiaceva di averlo insultato. Mi dispiaceva per i suoi genitori”

Il grande cancello si muove. Lentamente si apre. Ecco il giardino all’inglese, impeccabile, ecco l’orizzonte del lago, i cani. Quando il cancello è spalancato, un sospensivo imbarazzo avvolge tutti. O quasi. “Vittorio, ma chi è il padrone di questa villa?”. E lui, con uno scatto d’infantile allegria: “Non ne ho la minima idea!”.

 

Intanto, a distanza di cento metri, s’intuisce una figura dall’aria simpatica e accogliente che s’avvicina, un uomo i cui tratti si fanno a ogni passo più definiti: polo, chinos, infradito, una capigliatura da rockstar. Da lontano sembra Keith Richards, o forse Renato Balestra, ma più giovane.

 

“Vittorio, ma non ti ricordi di me?”, gli sorride allora Mr. David Gold, padrone di casa, imprenditore italo-britannico, il milionario inventore delle moderne hair extentions (tra qualche minuto inviterà tutti i presenti nel suo lodge in Sudafrica, “però non si può fare la caccia al rinoceronte”).

 

– “Vittorio, ma non ti ricordi di me? Vent’anni fa ti sei intrufolato a forza nel mio jet privato. E adesso mi entri in casa!”.

– “Ma sul serio?” (alla fine non solo entra in casa, con dieci persone sconosciute, ma in un attimo di distrazione del proprietario la gira da cima a fondo… “venite, venite, qua c’è la spa, e questa invece è la camera da letto degli ospiti…”).

 

Vittorio Sgarbi sindaco di Sutri, settemila residenti in provincia di Viterbo, gioiello etrusco, insediamenti medievali su preesistenti rovine, boschi e panorami, catacombe e grotte affrescate, è come le gigantesche navi da crociera nei delicati canali di Venezia. Uno spettacolo ingombrante. Il vicesindaco, Felice Casini, un ragazzo alto e pragmatico, racconta: “Mi ha chiamato una mattina. Mi ha detto che voleva candidarsi. L’abbiamo aiutato. Abbiamo vinto. Adesso lavoriamo per incrementare il turismo”. E allora Sgarbi porta le mostre, gli artisti, i giornali e le televisioni. Ha inventato un festival che ha battezzato con gusto surreale “cocaina” (incorrendo nelle ire proibizioniste di Maurizio Gasparri), e in questo paese arroccato saltella dal fastoso palazzo dell’Arcivescovado a Villa Savorelli, la dimora seicentesca dove ha stabilito i suoi quartieri, con la facciata d’un colore speciale, la cui scelta fu affidata negli anni Quaranta, dall’allora proprietario Staderini, al genio recondito di De Chirico. Dice Sgarbi: “De Chirico ordinò ai contadini: ‘Prendetemi dello sterco di vacca. E’ quello il colore’”. D’altra parte questa non è la Sicilia ambigua, tragica e lupesca dove Sgarbi fu già sindaco intrappolato, a Salemi, comune sciolto per mafia. Un pasticcio imprendibile. “Io a Vittorio l’avevo detto di non andare a Salemi”, dice Sauro, che tenta di custodirlo, come un badante o un fratello. “Ma con lui è un casino. C’è Sgarbi. Poi c’è Vittorio. E infine c’è Vittorio Sgarbi. Io avevo parlato con Vittorio, il mio amico. Ma gli altri due mi hanno mandato a fanculo”.

 

“All’una del mattino uno potrebbe anche andare a dormire. Ma perché, se puoi tornare a casa a Roma da Milano entro le tre?”

Per fortuna Sutri non conosce le insidie dell’entroterra siciliano. Qui ci sono i casali e le ville dei romani benestanti nascoste tra i dolci declivi della via Cassia, le strade linde e asfaltate, i campi da golf, l’antico teatro romano scavato nel tufo, e il controllo sociale d’una borghesia la cui presenza si avverte in ogni dettaglio di civiltà. Così quando un signore anziano e ben vestito lo avvicina, con lenta precauzione gli allunga anche una lettera sigillata, è un progetto culturale. “Dobbiamo salvare la lingua italiana”, si raccomanda l’uomo, con la sua aria dignitosa e per bene, “dobbiamo salvarla dagli anglismi”, ripete. Al che qualcuno obietta, ricordando che Sgarbi ha portato il turpiloquio in tivù, che ha aperto la strada alla sgrammaticatura grillina, alla scorciatoia del pensiero. E allora lui, il sindaco di Sutri, con un lampo ironico: “Sì, ho portato il turpiloquio in televisione… ma in italiano”.

 

Ammettilo, il vaffa è anche colpa tua, gli si dice. Tu lo usi con cognizione, certo, passando dal trivio al Caravaggio, e viceversa. Poi però sono arrivati quelli incapaci di cambiare registro. Ed è rimasto soltanto il vaffa. Senza nemmeno Caravaggio. “Con il paradosso che in campagna elettorale, quando ero contro Luigi Di Maio, lui era contro le parolacce”. E Sgarbi in effetti gliene ha dette tante, a Di Maio, quando lo ha sfidato nel collegio uninominale di Pomigliano, alle elezioni politiche. “Gliene ho dette troppe. Ma adesso siamo amici. Ha preso quattro impegni con me: venire a Sutri, venire al premio Alferano, coinvolgere il ministro della Cultura Bonisoli, e venire a Ferrara al Castello estense”. A giugno Di Maio gli ha fatto persino i complimenti, nel giorno dell’elezione a sindaco: “Caro Vittorio, complimenti e tanti auguri”. E Sgarbi gli ha mandato un messaggio su WhatsApp. Questo: “Abbiamo caratteri diversi. Io ho giocato uno psicodramma politico. Ma proprio a Pomigliano ho misurato e ammirato il tuo aplomb e la tua buona educazione. Non dimenticherò che ai miei insulti hai elegantemente risposto con le sfogliatelle”. Sul serio viene da pensare che ci sia Vittorio, poi Sgarbi e infine Vittorio Sgarbi. Uno di questi tre è dolcissimo, come lo zucchero cui un tempo faceva la pubblicità. “Quando ho incontrato Di Maio, in Parlamento, nel giorno della fiducia, avevo da poco perso mio padre. Così gli ho detto quello che sentivo: ‘Vorrei scusarmi soprattutto con i tuoi genitori per le cose che ho detto su di te. Mi dispiace’. La verità è che quelle cose io non le pensavo, ma non avevo un cazzo da dire. Sbagliai a candidarmi nell’uninominale. Io i voti li prendo in tutta Italia in maniera diffusa”. Com’è nata la candidatura? “Niccolò Ghedini mi chiama e mi dice: ‘Ti devi candidare a Pomigliano, che è la battaglia delle battaglie’. Qualche ora prima avevano preso le mie firme, quelle che avevo raccolto per la lista Rinascimento, e le avevano date a Noi con l’Italia, quella cagata, l’orrida terza gamba che poi è andata malissimo”. Chi le aveva prese le firme? “Ghedini e Paolo Romani. Io volevo candidare Giulio Tremonti e anche Stefano Parisi. Ma niente, non li volevano”.

 

Anguilla metafisica, Sgarbi sfugge alla presa. E la conversazione con lui prosegue con la levità di uno zoppo che corre: frammenti, illuminazioni, urgenze, intuizioni. Impulsi, di cui nulla sa l’antropologo, determinano nelle sue mosse repentini cambiamenti di rotta. La visita al Mitreo di Sutri, una grotta ricavata nel tufo dove un tempo si adorava il dio pagano Mitra, poi a Palazzo Doebbing, che lui ha trasformato in una sede espositiva per mostre internazionali. Sgarbi spiega, si esprime con competenza e dottrina, immagina, disegna spirali, proietta e scoppietta, in un intreccio esuberante: vuole rimettere l’Efebo di Sutri, il bronzo del I secolo, sull’altare del Mitreo, dove pare fosse in origine. Qui è sindaco. Ma è anche parlamentare, a Montecitorio. Ed è pure assessore, a Urbino. Come fa? E lui, con slancio ironico: “E’ il metodo Che Guevara. Lo spostamento dev’essere più rapido del pensiero degli altri”. E’ come se sentisse il bisogno attorno a sé d’un tempo sforzato, di vivere sopra il rigo. Appena vede due turisti, che i custodi non vorrebbero fare entrare, li prende per mano e gli fa una visita guidata. Poi sparisce, lasciando nello sconforto la folla dei suoi amici e collaboratori. Sotto il sole che cuoce.

 

– “Che facciamo?”, si chiede Carlo Guarienti, il pittore, novantacinque anni.

– “Eh, siamo in balìa di Vittorio”, gli risponde Valter Rossi, lo stampatore d’arte, amico di Lucio Fontana e Alberto Burri, ottant’anni.

 

Vittorio conosce uno, ci parla, gli piace e allora lo invita a casa di un altro ancora. E tutti sono contenti. Lui per primo

Così, dopo aver consegnato la cittadinanza onoraria di Sutri al professor Emmanuele Emanuele, il presidente della Fondazione Roma, dopo aver letto un curriculum di quattro pagine che neanche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – “io e Vittorio siamo uguali. Siamo entrambi facili all’ira”, dice il prof. Emanuele, poco dopo aver precisato che “in realtà il mio curriculum completo è di ottantanove pagine”, ma soltanto un attimo prima che Sgarbi sussurrasse: “Abbiamo appena ricomposto una litigata feroce. Lui mi ha pure dato un calcio nelle palle” – ecco che Sgarbi (ri)invita tutti nella villa di Mr. Gold, che intanto ha comprato praticamente un’intera gelateria. Questa volta alle dieci persone originarie, si aggiunge un numero imprecisato di consiglieri comunali, assessori, ed ex sindaci di Sutri, e forse persino qualche passante curioso. Sgarbi è come la carta appiccicosa, un faretto per falene, una sirena, o forse una trappola: conosce uno, ci parla, gli piace e lo invita a casa di un altro ancora. E tutti sono contenti. Lui per primo. Arte, opere d’arte, sculture, dipinti, e donne che sembrano sculture, dipinti e opere d’arte. Tutti a casa di Mr. Gold, che dev’essere un uomo d’una generosità ostinata.

 

Appena arrivati – alle 21 – timidamente qualcuno ricorda a Sgarbi che “alle 21 dovevamo essere a cena a Roma” con un amico molto importante, un dirigente del Coni. E allora lui, mentre beve un bicchiere d’acqua appoggiato alla ringhiera della terrazza sul lago, con una mano scrive la sua rubrica quotidiana per il Giornale, con l’altra si fa passare al telefono l’amico e gli dice: “Siamo in macchina. Siamo quasi arrivati”. Per fortuna Sabrina, la sua compagna, lo guida verso orizzonti di realtà. E racconta: “Per molti anni a Roma abbiamo vissuto in una casa su Corso Vittorio. Solo che una volta all’anno eravamo costretti ad aprirla a una funzione religiosa pubblica, perché pare ci fosse stato un miracolo secoli fa”. Dentro casa? “Dentro casa. I preti, la gente… Vittorio era felicissimo di questa cosa. Io meno. Quindi ho trovato un altro appartamento, luminoso e con la terrazza, insomma comodo. Ma Vittorio non ci voleva venire perché lo considerava borghese”.

 

Come sta Berlusconi? “L’ultima volta che l’ho sentito mi ha detto: ‘Domani sarai ministro. Mattarella dà l’incarico alla Casellati’”

Velocissimo, sempre in ritardo, con l’aria di chi sembra andare perennemente di fretta, al punto che viene voglia di trattenerlo per il bavero della giacca (color mandarino al mattino, bianca la sera). Dice Monica, la super addetta stampa che a volte per la stanchezza quasi si addormenta in piedi: “Ventiquattr’ore con Vittorio sono come ventiquattro anni”. E dev’essere proprio vero. Dice lui: “All’una del mattino uno potrebbe anche andare a dormire. Ma perché, se puoi tornare a casa a Roma da Milano entro le tre?”. E infatti arriva sulla terrazza dell’hotel Splendide Royal, tra Via Veneto e Villa Borghese, che sono circa le 22. Il suo ospite importante lo ha aspettato a lungo. Ma quando lo vede non fa una piega. Evidentemente è un uomo sportivo. E non solo perché lavora al Coni.

 

La conversazione a cena è piacevole, talvolta si parla di politica, ma con filosofico relativismo. Che dice Berlusconi? “L’ultima volta che l’ho sentito mi ha detto: ‘Tu domani diventi ministro della Cultura perché Mattarella dà l’incarico alla Casellati”. Ci ha visto lungo. E tu che gli hai risposto? “Non l’ho contraddetto”. E adesso che dovrebbe fare il Cavaliere? “Potrebbe prendere un po’ di nomi buoni, e metterli nelle liste per le europee: Michele Ainis, Geminello Alvi… Le europee sono un’occasione. Io a Berlusconi gli ho proposto di candidare Morgan”. Ma chi, il cantante? “Sì”. E Berlusconi sa chi è Morgan? “Certo”. E Morgan si farebbe candidare? “Morgan vorrebbe far cantare Berlusconi in un suo disco”.

 

Intorno all’una di notte Sgarbi si aggira scalzo per la hall, piuttosto kitsch e deserta, dell’hotel Splendide Royal. Osserva i quadri alle pareti. “Falso Gentilini”, “falso Max Ernst”, “un altro falso”, “anche questo è falso”, “questo è falso come la cornice”. Poi si ferma di fronte a una specie di collage di quotidiani strappati e dipinti. Strizza gli occhi. Un autentico, finalmente? “No. Però questo falso Cerri è molto divertente. Se guardi bene è fatto con i giornali degli anni Novanta, mentre Cerri dipingeva nel 1915”. Sgarbi è un uomo babele, dove cento lingue fanno chiasso insieme, e l’una viene dagli umori che sono irrefrenabili, l’altra dall’intelletto vivace, l’altra dall’ironia, l’altra dalla cultura. Ma alle due del mattino la domanda si rende improrogabile: Vittorio, ma tu quando cavolo te ne vai a letto? “Alle sette”.

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