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Democrazia direttissima. Meglio il sorteggio del M5S al governo

L’ultima infatuazione di Beppe Grillo: il superamento delle elezioni attraverso meccanismi di selezione casuale della classe politica. Un’opzione meno bislacca di quanto sembra

28 Giugno 2018 alle 17:30

Democrazia direttissima. Meglio il sorteggio del M5S al governo

Lapresse 1970 - Roma, Italia, estrazioni del Lotto

Contrordine, cittadini: bando alla democrazia diretta, è l’ora della democrazia direttissima. L’ultima infatuazione ingegneristico-istituzionale di Beppe Grillo – sempre più disilluso nei confronti del mostro che ha creato e pertanto afflitto da un’ormai conclamata sindrome di Crono – è quella per l’autore del volume “The End of Politicians” Brett Hennig, pittoresco attivista folgorato sulla via di Toni Negri e convertito, per una curiosa eterogenesi dei fini, alla causa del sorteggio. Sì, si tratta esattamente di quel che immaginate: del superamento, cioè, delle elezioni attraverso meccanismi di selezione casuale della classe politica. Ecco allora l’idea, lanciata dal comico genovese sul già sacro blog sconsacrato, con un post che non è che una trascrizione di un recente Ted Talk di Hennig (certi amori finiscono, ma la diffidenza pentastellata per i libri rimane): perché non fare del Senato una camera dei cittadini, popolandolo di membri estratti a sorte? Addio alle parlamentarie, sotto con la bella lavanderina.

    

A ben vedere, forme di sorteggio sono state impiegate con successo nella distribuzione delle cariche pubbliche sin dall’antichità. L’esempio più vistoso – lo cita anche Hennig-Grillo – è quello di Atene, dove in epoca classica i cinquecento membri della boulé – l’organo depositario del potere d’iniziativa legislativa – erano nominati per sorteggio, in numero di cinquanta per ognuna delle dieci tribù; e dove persino la presidenza del collegio era demandata ogni giorno per sorteggio a un epistate, che aveva il compito di dirigere la discussione. Magistrature assegnate con sorteggio si rinvenivano anche nella Roma repubblicana e, in epoca comunale, in numerose città italiane, come Firenze, Siena e Perugia. A Venezia, l’elezione del doge – la suprema figura politica della Serenissima, destinataria di un mandato a vita – era governata da un sistema misto: una complicata iterazione di voti e sorteggi, il cui protagonista era il balotìn, il bambino tra gli otto e i dieci anni designato a estrarre dall’urna le palle che individuavano i membri del Maggior Consiglio che avrebbero preso parte all’elezione.

  

Del resto, l’equazione tra democrazia ed elezioni è un approdo piuttosto recente, che possiamo circoscrivere agli ultimi due secoli: per Aristotele, anzi, il voto si addiceva più accuratamente ai sistemi aristocratici, mentre il sorteggio era un elemento integrante dei regimi democratici. Dal punto di vista dell’analisi economica delle scelte collettive, la rinuncia alle elezioni produrrebbe alcune interessanti conseguenze: verrebbero meno i costi associati alle campagne elettorali e i potenziali conflitti d’interessi connessi al finanziamento della politica; si ridurrebbero drasticamente gli incentivi all’affermazione di posizioni demagogiche e impegni irrealizzabili, dal momento che i rappresentanti indicati pro tempore non avrebbero l’opportunità e l’esigenza di procacciarsi la rielezione; si dissolverebbe la classe dei politici di professione, che – invece di dimostrare una perizia e un’esperienza superiori – sembra oggi distinguersi principalmente per l’attenzione alla conservazione dei proprî privilegi. A questo proposito, va osservato che in origine si pensava al voto come a uno strumento epistocratico: cioè come al mezzo più adatto a individuare i soggetti dotati delle competenze indispensabili a un’amministrazione desiderabile della cosa pubblica. Tuttavia, la progressiva estensione del suffragio ha eroso questa connessione, finendo per privilegiare il profilo della rappresentatività rispetto a quello della capacità.

  

Sia pure per le ragioni sbagliate, allora, Grillo potrebbe aver indicato un’opzione meno bislacca di quanto potesse sembrare – e una strada che, semmai imboccata, finirebbe per spazzar via le pretese di trasparenza e furtivo egualitarismo che hanno propiziato l’ascesa del M5S. Da un lato, infatti, se l’obiettivo che perseguiamo è quello di far sì che la composizione dei rappresentanti rispecchi quella dei rappresentati e che – uno vale uno – ogni cittadino possa contribuire al governo del paese, è difficile immaginare un sistema più funzionale del sorteggio: sarebbero le leggi implacabili della statistica – magari col sussidio della frequente rotazione delle cariche, caratteristica tipicamente associata alla selezione causale – a garantire una corrispondenza pressoché perfetta tra i nominati e il gruppo di riferimento. Dall’altro, se – come detto – la selezione elettorale non riesce (più) ad assicurare la qualità degli eletti, è improbabile che l’ipotetica introduzione del sorteggio finisca per restituire un panorama ancor più desolante: tra complottisti, antivaccinisti, signoraggisti e sciroccati di varia estrazione, la legislatura in corso ha portato alla ribalta i politici più mediocri e impreparati dell’intera storia repubblicana. Certo, il sorteggio non ci metterebbe al riparo da un Carlo Sibilia agli Interni: ma almeno ci permetterebbe di darne la colpa alla sfiga.

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  • Toio68

    Toio68

    28 Giugno 2018 - 20:08

    In "Contro le elezioni: Perché votare non è più democratico" anche lo scrittore e storico belga David van Reybrouck propone il sorteggio al posto delle elezioni. Per le assemblee rappresentative, più che per le cariche individuali. Tuttavia un ministro potrebbe essere estratto a sorte tra i dirigenti del ministero che avrebbe a dirigere, in maniera da essere sicuri che ne abbia le competenze. Il ministro degli esteri estratto tra ambasciatori e consoli, il ministro della difesa tra generali ed ammiragli, e così via. Se non altro si eviterebbe che un medico diventi ministro del bilancio. Vi ricordate Cirino Pomicino?

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