Se l’Unione populista funziona in Italia, funzionerà ovunque. L’analisi di Steve Bannon

Daniele Raineri

Roma. Lunedì pomeriggio l’ex ideologo più influente dell’Amministrazione Trump, Steve Bannon, ha spiegato per un’oretta il suo punto di vista a proposito di quello che sta succedendo in Italia in un piccolo teatro vicino a piazza di Spagna a Roma. In piedi nello stretto spazio davanti al sipario rosso, come fosse lo spettacolino di un mago, Bannon ha spiegato perché è in Italia per la seconda volta nel giro di tre mesi (“tutti viaggi pagati al cento per cento da me”, ha precisato): “Perché quello che succede qui conta moltissimo sul piano internazionale. Se ce la farete a riprendervi il paese, allora vorrà dire che la stessa cosa può essere ripetuta nel resto dell’Europa. Se qui funzionerà, funzionerà ovunque”.

 

Per il resto, Bannon ha sciorinato i fondamentali del catechismo sovranista in termini così brutali da suonare caricaturali. “Foreign powers, foreign capital and foreign media stanno impedendo agli italiani di decidere le loro sorti”, ha detto il consigliere americano arrivato da Washington dopo avere lavorato per l’Amministrazione americana accusata di essere stata aiutata a vincere le elezioni dalla Russia per incontrare Matteo Salvini, che ha firmato un patto politico con Russia unita. Bannon ha celebrato domenica come un giorno storico per l’Italia, uno dei più importanti dalla fine della Seconda guerra mondiale, perché finalmente “the mask of phoniness”, la maschera della falsità, è venuta giù. Ora è il Partito di Davos, con le sue sezioni arroccate a Londra e Bruxelles, contro il partito del popolo, dice Bannon. Ha citato “a left wing guy” che ha detto che i sovranisti ora rischiano di prendere l’80 per cento alle prossime elezioni (Massimo D’Alema in un fuorionda qualche giorno fa). Ha anche detto che quello che è accaduto al presidente del Consiglio designato Giuseppe Conte, che è stato “subito attaccato con ferocia dai media”, non è accaduto “by chance”, per caso, ma per lanciare un segnale preciso a tutti: questo è quello che toccherà a chi si farà avanti per lottare contro l’establishment.

 

L’idea che i giornali abbiano esaminato il passato e il curriculum di una persona sconosciuta perché stava per diventare d’improvviso il leader del paese e perché è il loro mestiere legittimo – e non per obbedire a qualche complotto assassino – non fa parte di questo discorso. Chi trova falle in un curriculum di un potenziale presidente del Consiglio lo fa per forza perché spinto “da Londra e Bruxelles”, secondo Bannon, non perché è una notizia per i lettori (s’intende che “Londra”, in questa sua visione, significa la City e il Financial Times, tentacoli del potere globalista, e non la capitale della Brexit). Ha un guizzo divertente quando dice che il Deep State, vale a dire l’apparato che secondo i complottisti governa davvero l’America nascosto nelle pieghe profonde della macchina statale, in realtà si dovrebbe chiamare “In Your Face State”. Infine Bannon spiega che il capolavoro politico italiano, che riscuote tutto il suo interesse di “studente della rivolta globale contro le élite”, è stato coniugare assieme il populismo di sinistra dei Five Stars con il populismo di destra della Northern League (che ora a essere corretti è soltanto League, ma vabbé). Noi avremmo voluto, dice, “unire Donald Trump e Bernie Sanders, ma non ci siamo riusciti, voi invece ce l’avete fatta”. E questa potrebbe essere una conclusione un po’ affrettata per l’uomo che, come in mattinata aveva detto il professor Tom Nichols al Foglio, è riuscito a consegnare l’Alabama ultrarepubblicano al Partito democratico.

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