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Smarrimento, di fronte a tutto questo, è anche un eufemismo

L’unico soggetto attivo, con le sue asinerie, è quello di governo. Per il resto il deserto. Un disastro. Come si risorge

23 Maggio 2018 alle 06:11

Smarrimento, di fronte a tutto questo, è anche un eufemismo

Foto LaPresse

Certe cose per decenza bisogna avere il coraggio di nominarle. Smarrimento: so che farà piacere ai baldanti nuovi padroni d’Italia, padroni a casa nostra!, ma questo è il mio stato d’animo, e non credo di essere il solo in questa condizione. Non è che prima ci sia stato gran che da leccarsi i baffi. I partiti erano bacati e, dopo la fine di Moro, condannati; Craxi fu un grande ma, da un certo momento in poi, le ha sbagliate tutte, chiudendosi nel pentapartito; la Repubblica delle procure guidata da quel bel tomo di Di Pietro e dai media manettari faceva schifo; Berlusconi fu una grande e felice intuizione, tutto istintività e apertura mentale nonostante grandiosi sintomi di megalomania, magagne e difetti quasi mostruosi, ma alla fine si è sgonfiato, e la bolla finale è scoppiata con l’autorizzazione poi vanamente rientrata a Salvini e la fine, ormai proclamata anche dal nostro piccolo Dux, della dialettica di centrodestra e centrosinistra (in settimana arriva Bannon a fare l’agitatore della piattaforma popolo contro élite, sulla scia di Marine Le Pen); e Renzi, in perfetto parallelismo da royal baby, ha subìto la stessa parabola con tutto il Pd, e non si è risollevato, missione impossibile, dalla losca e grottesca buggeratura del referendum. Ma lo smarrimento deriva da una constatazione agghiacciante: siamo nel fondo del barile, a raschiare la merda, in un abborracciato abbraccio nazionalpadano e statalpopulista, e non si vede un qualunque punto d’appoggio per rimettere fuori il faccino.

 

Non bisogna agitarsi, ci si dice tra amici. Ma anche stare calmi non è facile. A chi affidiamo la pur minima speranza di risorgere dal pantano? A Mattarella? Al semiprofessor Conte e al suo guru Vannoni-stamina? Al Pd? Alla stampa liberal internazionale, che insegnerà il mestiere ai cialtroni dell’informazione italiana asservita da sempre e sistematicamente ai nuovi potenti ma ha alle spalle un anno di lotta senza quartiere, e senza risultati, al governo del tuìttarolo arancione, che inanella incredibili successi? All’assedio di Lady Spread e dell’Europa tecnocratica e mercatista, che non si sa riformare, non riesce a procedere, e impone a parole minacciosa le sue vecchie regole?

 

Smarrimento, di fronte a tutto questo, è anche un eufemismo. Non è paura, forse è peggio. Quarant’anni fa abbiamo fronteggiato cinquantacinque giorni di sequestro del cuore dello stato e la fine per fucilazione della Prima Repubblica. Nel 1993 fu un anno di terrore giustizialista, e da allora il rilancio del moraleggiante giacobinismo dei poveri non ha mai smesso di accompagnarci con le sue oscene litanie. Abbiamo resistito a tutto senza paura, alle Br, all’antimafia blindata che riscriveva la storia del paese, alla damnatio memoriae delle vecchie classi dirigenti, alla insinuante teoria del doppio stato, ai complottismi, alla demolizione progressiva di un modo di vita che non è identità ideologica, radici ideologiche, è stato semmai il nostro modo di praticare e vivere la democrazia detta liberale, con la sua tradizione vivente e i suoi costumi, mentre si compiva il destino della Guerra fredda e infine si liberava dai ceppi, anche lì con drammatici effetti di illusione, mezza Europa. Abbiamo creduto infine che il Novecento dei nazionalismi, dei particolarismi venati di razzismo, della demagogia più sfrenata fosse alle nostre spalle e che cultura e coraggio civile fossero un argine al nuovo islamofascismo, al terrorismo jihadista, all’esplosione parallela della politica del rancore, al processo inesorabile a quanto restava delle élite, senza le quali il sistema delle libertà è sacrificato alla faccia peggiore della società di massa. E fu salvaguardata con l’apertura dei mercati e le riforme liberali, in un contesto globalizzato in cui aveva posto l’emersione dalla povertà di mezzo mondo, il ruolo dell’individuo, un meccanismo di liberazione e protezione che pareva inossidabile, la capacità del sistema capitalistico contemporaneo di sconfiggere le crisi, di riprendersi, di riaprire a qualcosa di sensato nell’organizzazione sociale tutelando i cittadini senza trasformarli in sudditi.

 

Ma in questi passaggi c’era sempre, anche nei momenti peggiori, un bandolo della matassa a cui afferrarsi, il sentimento di comunità, poteri e contropoteri di resistenza. Ora, per lo meno in Italia, ma il discorso è più esteso, quel bandolo e quei sentimenti sembrano scomparsi. Berlusconi è stato ricattato dalla paura del voto e malmenato dagli elettori. Il Pd è una ridotta minoritaria o ultraminoritaria consegnata alla sua sconfitta in un indistinto e ininteressante chiacchiericcio di correnti, personalità improbabili, e nella più totale assenza di idee ricostruttive per un’opposizione. E’ un incubo, bisogna riconoscerlo. E non basta l’allegria di naufraghi con cui sbeffeggiamo i nuovi venuti, li facciamo ballare sui social e su qualche spazio restato indipendente, argomentando come possiamo dall’alto della nostra impotenza la loro grandeggiante pochezza: questi sono, ecco è il punto, l’unico soggetto politico attivo, con tutte le sue asinerie, i suoi lati caduchi e perfino ridicoli, i rischi che fa correre al paese, sono, lo ripeto, l’unico soggetto attivo su piazza. Non si vede uno straccio di idea, di consapevolezza, di riscatto anche solo ipotetico all’orizzonte. Perfino la Cgil, al culmine di una degenerazione mentale di molti anni, dice che questi parlano al suo popolo. E forse c’è addirittura un elemento di verisimiglianza in questa resa. Vogliamo stare calmi in questo orribile anno zero? Vabbè, stiamo calmi, ma almeno prendiamone atto.

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Commenti all'articolo

  • joepelikan

    23 Maggio 2018 - 18:06

    Qui si piange ma manca una seria analisi. E l'analisi è semplice. Basta riprendere Michels, Mosca, Pareto. La Storia, ci dice Pareto, è un cimitero di élite. Le élite che muoiono sono quelle che non hanno saputo interpretare i cambiamenti storici. E, soprattutto, non esiste un'élites senza popolo. Ora, la globalizzazione è proprio questo: il distacco delle élite globali da un popolo che rimane locale e che, per necessità, esplica la propria esistenza in "quattro miglia quadrate", come la maggior parte delle persone. Ma siccome non esistono élite senza popolo, il migrare delle élite sul piano globale, col popolo abbandonato su quello locale, ne determina anche la morte e la sostituzione con nuove élite. E' un banale sillogismo. Un'élite che è staccata dal popolo cessa di essere un'élite e diventa un ente estraneo e viene rigettata. Se non si parte da questo fatto per un'analisi non si giunge a niente.

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  • maropadila

    23 Maggio 2018 - 15:03

    Condivido lo smarrimento: è proprio il termine giusto per sintetizzare lo stato d'animo di chi ha sempre cercato di rifuggire da estremismi di tutti i tipi. Però non possiamo crogiolarci in questo smarrimento: dobbiamo cominciare a muoverci per prefigurare una possibile alternativa. Il guaio, a mio parere, è che non abbiamo alcuna certezza sui tempi, rispetto alla durata di questo governo, per cui potremmo trovarci ad affrontare una nuova scadenza elettorale a breve (anche se mi sembra poco probabile che i nuovi eletti vogliano cedere il posto ad altri, a meno che i rispettivi capi non garantiscano loro la rielezione). Comunque, in tutti i casi, si impone la ricostruzione di una credibile piattaforma ideale e politica, alternativa al "nuovo che avanza".

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  • carlo.trinchi

    23 Maggio 2018 - 14:02

    Il modo migliore per superare il dramma è mandarli al governo e li vederli rosolare nelle loro utopie popolaresche. Bene Conte bene tutto perché nei rimando non vi sarebbe stata via di uscita. Salvini Di Maio Grillo alla prova del fuoco, dopodiché si ricomincia da dove avevamo lasciato con la differenza che non sapremo da dove ricominciare perché i Salvini-Di Maio non hanno vinto ma hanno occupato un vuoto. Questa è l’angoscia, questa è la paura e l’Europa, solo l’Europa potra’ venire a porvi rimedio. Come? Vedremo, andiamo per gradi.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    23 Maggio 2018 - 14:02

    Immaginate la società come un immenso puzzle composto da decine di migliaia di tessere che nei secoli si sono incastrare modellando loro contorni per poter formare un insieme omogeneo e compiuto. Le tessere però sono mobili ed è costante storica che l’uomo abbia sempre avuto la tendenza ad rimodellarne i contorni, per incastrarle in modo che dessero luogo a compiuti diversi. Siamo davanti ad un’impossibilità, cioè cambiare il soggetto fondante di ogni società: l’uomo e, alla necessità di doverci sempre riprovare. Ogni epoca ci ha provato a modo suo usando i mezzi a disposizione. Attualmente, l’effimero, l’indeterminato, il simulato. Faranno il loro tempo. Tiremm innanz.

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