“Salvini si è illuso, ora torni al centrodestra”, dice Rampelli

Valerio Valentini

Roma. Ci pensa un po’, Fabio Rampelli, prima di rispondere. Come a voler calibrare bene le parole da utilizzare. Poi, però, il suo pensiero lo sintetizza comunque in modo istintivo. Ed è quasi con un sospiro liberatorio – lui che del resto, quando si tratta di intervenire nel dibattito politico, non disdegna quasi mai la veracità romanesca che gli è propria – che alla fine dice: “Se non vuole rassegnarsi a farsi un governo guidato da una mezzasega, Matteo Salvini farebbe bene a tornare sui suoi passi, e a rivalutare l’ipotesi di un esecutivo del centrodestra”.

 

Sono passati pochi minuti appena dalle dichiarazioni del leader leghista nello studio alla Vetrata del Quirinale, al termine dell’ennesimo giro di consultazioni da Sergio Mattarella, e il fedelissimo di Giorgia Meloni conferma che sì, l’ha notato anche lui “lo scarso entusiasmo con cui il segretario del Carroccio si è mostrato alle telecamere”. E il motivo di un fervore così scarso, per Rampelli, è chiaro: “Salvini forse si era illuso che a trattare con gente come Luigi Di Maio sarebbe finita a tarallucci e vino”. E invece? “E invece ora deve cominciare a ricredersi, evidentemente: avere a che fare coi grillini è un’esperienza non proprio indolore”.

 

Da qui, insomma, le significative divergenze sul programma evidenziate dallo stesso Salvini: immigrazione, giustizia, infrastrutture. “Era da ingenui pensare che si sarebbe arrivati a una sintesi partendo da posizioni così lontane. Salvini ha voluto togliere le castagne dal fuoco a Mattarella, accettando l’idea di un governo col M5s proprio quando si è acclarato che il governo del presidente non avrebbe avuto i numeri per nascere. Ma il rischio che ora Salvini sta correndo – osserva il capogruppo dei deputati di Fratelli d’Italia – è quello di snaturare se stesso e il suo partito”. Cosa difficile da comprendere, a giudizio di Rampelli, tanto più che l’alternativa sarebbe “semplice e naturale”: “Salvini dovrebbe ricordarsi di una verità banale: chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quello che lascia ma non sa quello che trova”. E visto che il presunto nuovo, per Rampelli, “è un salto nel buio che si risolverà comunque in un nulla di fatto, se non in un governo imbarazzante guidato da un improbabile tecnico”, allora di gran lunga meglio “il vecchio”. E cioè lo schema di partenza: quello del centrodestra. “Non è un caso che Salvini, uscendo dal Quirinale, abbia ribadito di essere lì non solo come segretario della Lega, ma come rappresentante dell’intera coalizione”. Segno evidente, insomma, che al leader del Carroccio, se pure mai gli fosse balenata la tentazione di rompere coi suoi alleati naturali, il prolungarsi dei tavoli di concertazione con le delegazioni dei pentastellati gliel’hanno rivelata assolutamente sconsigliabile. “E dunque, ora, restano due possibilità. La prima: rinunciare subito all’idea di trovare un qualche Carneade da mandare a Palazzo Chigi, scegliere la Meloni come premier di questo governo giallo-verde e ribadire la centralità della coalizione di centrodestra. Oppure certificare l’impossibilità di trovare una quadra con Di Maio, e tornare a chiedere con forza, in maniera unitaria, un mandato pieno ai veri vincitori di queste elezioni. E dunque, di nuovo, ribadire la centralità del centrodestra”. E se la prima tesi la espone col tono un po’ gagliardo della provocazione, la seconda Rampelli la illustra con estrema convinzione. “Diciamolo chiaramente: una volta che fallisse l’operazione Lega-M5s, a quel punto si capirebbero le reali intenzioni di Mattarella. Perché se neppure allora dovesse accettare di sondare l’ipotesi di un governo fatto da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, a quel punto dimostrerebbe che le supposizioni sulla sua contrarietà a priori a questa soluzione erano fondate”.

 

Poi, certo, ci sono i numeri. E quelli, in Parlamento, al momento il centrodestra non li avrebbe. “Ma li potrebbe trovare –ribatte Rampelli – coi giusti tempi e in forza di un mandato esplicito del Quirinale. In fondo, a fronte di tanti fallimenti certificati, ci si continua ad affannare nel ritenere non percorribile l’unica strada davvero mai imboccata”. La strada “vecchia”, secondo Rampelli. Ma anche “quella più giusta”.

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