La meglio “gioventù” grillina, moderata e incravattata

Valerio Valentini

Roma. La differenza, per chi ha assistito, cinque anni fa, all’assalto al Palazzo da parte delle truppe grilline pronte ad aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, è non solo evidente, ma quasi clamorosa nella sua icasticità. Un lustro solo, che però sembra quasi segnare il cambio di un’epoca, per il M5s. Basta anche solo guardare come si muovono in Transatlantico, come si vestono, questi nuovi deputati e senatori pentastellati, e poi paragonarli ai loro predecessori. Nel 2013 erano orgogliosamente inadeguati, esibivano la loro estraneità rispetto ai luoghi in cui si aggiravano e alle persone che li frequentavano. L’obiettivo, del resto, allora era quello di assediare il potere romano, quello della partitocrazia.

 

Oggi che invece l’ansia è quella di governare, e il modello obbligato è rappresentato da colui che questo governo ha ancora la speranza di guidarlo, i neofiti della politica a cinque stelle più promettenti, quelli di cui, giurano i colleghi più esperti, sentiremo parlare, appaiono molto più composti, professionali, cauti. Insomma, a loro agio nel ruolo di “onorevoli”. E quel vago senso di disorientamento che pure devono provare – e che si rivela nella curiosità mista a timidezza con cui chiedono ai commessi in livrea, e talvolta perfino ai cronisti che capitano a tiro, informazioni su come raggiungere quella certa stanza, su dove poter sbrigare quella certa commissione – lo si deve più che altro alla scarsa famigliarità coi corridoi di Montecitorio, e con l’ansia d’acquisirla. Per quasi tutti, almeno.

 

Non per Luca Carabetta, giovane promessa del grillismo piemontese, che le stanze e le scalinate del palazzo le conosce bene. Per cinque anni, infatti, il ventiseienne neodeputato di Torino, sempre impeccabile nella sua eleganza, snello e determinato appassionato di innovazione e blockchain, è stato collaboratore di Ivan della Valle, il grillino No Tav duro e puro finito travolto dallo scandalo rimborsopoli. Lui è stato bravo a smarcarsi, con garbo, dal suo padrino politico, proprio a ridosso delle elezioni del 4 marzo: e ora è presenza costante, a Montecitorio, dove lavora fino a tardi pur restando sempre in disparte rispetto alla folla del Transatlantico.

 

Così come fa anche il livornese Francesco Berti. Pure lui con ventisei anni alle spalle e con un passato recente da staffista a cinque stelle, ma all’Europarlamento. Laureato in Giurisprudenza a Pisa, ha studiato poi criminologia in Belgio; ora, da fresco deputato, si definisce “da sempre europeista”, e nell’ormai diuturna attesa di veder nascere il governo che sarà, quando non è a Montecitorio con la sua ventiquattrore nera, lo si trova sul lungomare di Livorno accanto agli attivisti impegnati nella pulizia delle spiagge – quasi a non voler rinnegare le ragioni che in origine lo spinsero a entrare nel Movimento.

 

Tra i giovani neoeletti, poi, andrebbe annoverato anche Stefano Buffagni, il commercialista milanese classe ’83 che proprio domenica scorsa ha ospitato nel suo studio di via Tunisia uno degli incontri riservati tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Ma per carisma e per considerazione del capo, l’ex consigliere regionale lombardo, abile pontiere tra M5s e Lega, fa già parte, e a pieno titolo, del cerchio ristretto dei fedelissimi del leader.

 

Sempre dalla Lombardia, catanese di nascita ma comasco d’adozione, arriva un altro giovane di belle pentastellate speranze, commercialista pure lui: si chiama Giovanni Currò, punta – dice al Foglio – “al ruolo di vicecapogruppo in commissione Finanze”, come spalla di Carla Ruocco. La gavetta politica, lui che al M5s si è iscritto nel 2013, Currò l’ha fatta come collaboratore del gruppo consiliare nella sua città. Dove, nel maggio del 2017, ebbe modo anche di conoscere Alessandro Di Battista. O meglio, la sua compagna: sì, perché mentre Dibba arringava la folla, a Currò venne assegnato il comunque nobile compito di tenere compagnia alla bella Sahra, allora incinta, ai piedi del palco.

 

Dalla Puglia arriva invece Marialuisa Faro, trentatré anni e attivista della prima ora nella sua San Nicandro Garganico, dove gestisce un’agenzia di viaggio. Si è fatta subito notare e ben volere, la neodeputata, da chi, ai piani alti del Movimento, si occupa di conti e bilanci, tanto da essere inserita nella pattuglia grillina in commissione speciale.

 

Da tenere d’occhio, poi, c’è la senatrice Rosa Silvana Abate, cosentina di Corigliano, cinquantasettenne avvocato nella piana di Sibari. La sua notorietà parlamentare, per ora, è dovuta alla lentezza con cui, il giorno della votazione per la presidenza del Senato, scese i gradini per raggiungere l’urna, provocando lo sbuffo d’insofferenza di Giorgio Napolitano. Ma era solo emozione, pare. “E’ una tipa sveglia, modesta e competente”, promette chi la conosce bene. E nel prometterlo, pare convinto.

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