Il duello nel Pd arriva anche tra i Giovani democratici

David Allegranti

Roma. “E’ mancata una solida linea politica. Non siamo stati in grado di interpretare le istanze della giovane generazione, ci siamo appiattiti troppo sulle posizioni del partito e del governo, senza contribuire attivamente in termini di proposta politica. Siamo diventati man mano più autoreferenziali e sordi all’esterno”. L’ala sinistra dei Giovani Democratici - guidata anche da alcuni membri della direzione nazionale del Pd, i cosiddetti Millennials, come Caterina Conti Dario Costantino, e dal presidente dei Gd, Michele Masulli - esce allo scoperto, chiede le dimissioni del segretario nazionale Mattia Zunino e vuole rivedere il rapporto con il Pd.

 

Questione annosa quella dei Gd, che a settembre festeggeranno i 10 anni dalla nascita e che da qualche tempo subiscono la concorrenza anche di formazioni giovanili parallele, come i Future Dem, vicini a Matteo Renzi. “La giovanile - dice al Foglio Caterina Conti, che è anche segretaria dei Gd del Friuli-Venezia Giulia - non si può permettere un partito che non la riconosca come primo interlocutore, ma il partito non si può permettere un’organizzazione che non svolga la sua funzione”. Il voto espresso dagli italiani il 4 marzo - scrivono i giovani dirigenti dei Gd, circa una cinquantina, in un documento che il Foglio anticipa è in grado di anticipare - “è un responso pesantissimo per il Partito Democratico, che mette in discussione non solo gli organismi dirigenti del Pd, ma soprattutto il progetto stesso alla base del Pd. Ma la sconfitta elettorale interroga anche i Giovani Democratici, l’organizzazione giovanile del Pd di cui facciamo parte”.

 

In questi anni, “abbiamo creduto con fiducia e abnegazione che il nostro impegno sarebbe servito a far vivere nel Paese una coscienza diversa, a coinvolgere e indirizzare altri coetanei, a portare le nostre istanze nelle istituzioni, a dare forza ai principi della sinistra. Siamo oggi ancor più consapevoli dei limiti dell’azione dei Gd nella capacità di portare avanti battaglia politica, di condurre iniziative e di raccogliere l’interesse e rappresentare l’impegno della nostra generazione, di dare forza a livelli territoriali anch’essi stanchi e provati, di ampliare gli spazi della partecipazione dei militanti alle decisioni più importanti della vita dei Gd, di vivere da protagonisti le scuole e le università. I nostri limiti sono emersi anche nell’organizzazione interna. Pensiamo, ad esempio, a un esecutivo nazionale pletorico, poco utile alle esigenze di rilancio dei Gd e dalla cui ricomposizione diversi di noi hanno preso le distanze. A questo, si somma il continuo abbandono da parte di tanti che ai Gd hanno dedicato parte importante del proprio impegno”.

 

Si tratta di criticità che più volte e sempre più spesso “siamo stati costretti a sottolineare negli organi preposti e che abbiamo provato a contrastare e superare, attraverso proposte politiche e azioni sui territori. Con il nostro impegno, ci siamo focalizzati su alcuni temi cruciali: l’integrazione dei migranti, il riconoscimento di nuove forme di cittadinanza, un’Europa più giusta e solidale, i diritti dei lavoratori, la centralità del terzo settore, le battaglie sui diritti civili, l’attività dei giovani amministratori locali. Sono i risultati più importanti dell’attività dei Gd di un mandato ormai esaurito nei fatti”. Insomma, dicono i Gd, “è mancata una solida linea politica. Non siamo stati in grado di interpretare le istanze della giovane generazione, ci siamo appiattiti troppo sulle posizioni del partito e del governo, senza contribuire attivamente in termini di proposta politica. Siamo diventati man mano più autoreferenziali e sordi all’esterno. Da tempo e, ancora, nella direzione nazionale Gd dello scorso 18 marzo sono emersi con forza i limiti qui riportati e il bisogno di discontinuità, a partire dalla diffusa richiesta di dimissioni del segretario nazionale.

 

A quasi due mesi di distanza, tutto tace. Non possiamo lasciar passare il tempo come se nulla fosse, restando nell’immobilismo. Ora è tempo di far vivere questo dibattito: in discussione è il futuro dei Giovani Democratici”. E’ dunque “necessario e urgente” che si apra una “fase nuova, a partire dall’assunzione di responsabilità del segretario, del gruppo dirigente nazionale e di chi ha ricoperto incarichi a livello regionale e territoriale. Bisogna andare oltre tatticismi esasperati e chiusure burocratiche. Abbiamo cercato di costruire una linea politica più forte e abbiamo evidenziato in anticipo molti problemi: alcuni hanno messo a disposizione della comunità dei Giovani Democratici il proprio mandato. Dobbiamo cogliere l’occasione della sconfitta elettorale per ricominciare con coraggio e umiltà, ridiscutendo tutto: le modalità con cui organizziamo la nostra vita interna, la comunicazione esterna, la partecipazione dei giovani, la formazione della classe dirigente, il rapporto da tenere con il campo politico e sociale della sinistra, i contenuti e i temi dell’iniziativa politica, il rapporto con il Pd. La sfida è includere anche i giovani che in altre forme abitano il campo politico del centrosinistra e individuare insieme un nuovo modo di fare la giovanile e di portare nelle istituzioni, nella società, nelle scuole e università la voce e le istanze delle nostre generazioni. Per questo chiediamo urgentemente l’individuazione, in modo collegiale e in tempi certi, di una strategia condivisa, che non eluda un’analisi degli errori e delle difficoltà dell’esperienza di questi anni e prepari un congresso politico”. Un congresso che “non sia un’ulteriore conta interna, ma una vera opportunità di rigenerazione, che richiami una generazione ad essere all’altezza delle sfide che l’Italia e il mondo ci pongono. Per diventare credibili agli occhi dei coetanei che, insieme a noi, abitano scuole, università, lavori precari e sottopagati, attese e talvolta disillusioni. Perché non diventi troppo tardi per veder fiorire la #primaveraGD”. 

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