C’è il delitto Moro dietro il disastro politico che abbiamo sotto gli occhi

Giuliano Ferrara

Nella tradizione cattolica la profezia non è previsione, è un carisma dello spirito. Aldo Moro lo aveva. E quando ci domandiamo che cosa c’è dietro la riduzione in poltiglia delle istituzioni democratiche rappresentative in Italia è a quel 9 maggio 1978 che dobbiamo tornare. Dietro il disastro che abbiamo sotto gli occhi c’è un delitto di quaranta anni fa, l’omicidio per fucilazione in un carcere del popolo, un banale appartamento di via Montalcini, a Roma, dopo 55 giorni di sequestro, di un uomo di stato. Nelle sue lettere, Moro scrisse che il suo sangue sarebbe ricaduto su di noi. Era un uomo perduto, il mittente triste e ormai rassegnato nel suo cubicolo guardato dai gendarmi delle Brigate rosse, ma perduto nei suoi affetti, nel suo istinto di sopravvivenza, non nel suo spirito. Provò a trovare una impossibile soluzione politica, mettendo in campo tutto quello che poteva, dagli appelli disperati alle minacce, dai richiami all’obbedienza democristiana all’accorata supplica al Papa, dalla disciplina politica realista alla fede, seguendo sempre il filo di un ragionamento che era poi il motivo del rapimento e sarà il motivo dell’esecuzione: la Repubblica era imprigionata con lui, dalla sua sorte dipendeva altro che non fosse la sua sorte personale, se lui era il “cuore dello stato” attaccato, quel cuore non doveva cessare di battere.

 

Non è un miscuglio di sovranismo, che non si sa che cosa sia, di populismo, anche più incerto per la definizione, ciò che spiega la deriva attuale, sulla quale non c’è poi bisogno di spendere troppe parole. Se la Repubblica è virtualmente a pezzi, se ci troviamo nel pieno di un’avventura delle incognite, con il bollo del notaio e conseguenze ancora inimmaginabili, se le classi dirigenti italiane si sono liquefatte, se non c’è appello alla disdetta e per adesso ci teniamo insieme solo per esser parte di una compagine europea e di un mondo cinico e attendista dei mercati mondiali, la ragione, con le sue circostanze e contesti, non è quella della Brexit o di Trump, non la si può cercare nelle esplosioni quelle sì populiste di una parte dell’Europa centrale, l’Italia non è Budapest o Varsavia e nemmeno Atene; c’è qualcos’altro, qualcosa di profondo, un dissolvimento che sa di dolore e di fatica mortale, di prigionia della cultura e della politica, quarant’anni dopo il paese è sotto sequestro dell’ignoranza di fatto e del disprezzo della ragione da più di cinquantacinque giorni, e la democrazia rappresentativa, il complesso delle sue regole, dalle elezioni del 4 marzo non ha più alcun significato, l’alternativa è tra il nulla di un governo “neutrale” o “di servizio” e il più che nulla di un governo del bullismo, con un Parlamento che potrebbe riunirsi in via Montalcini, per quante sono le sue effettive libertà di iniziativa. Come si fa a spiegare tutto questo con il disagio isolazionista del meridione abbandonato ai sogni di reddito per tutti o con la vocazione secessionista di un settentrione la cui carne molto grassa non sopporta la concorrenza? Troppo facile, e irrisorio.

 

Dopo la fucilazione di Moro ci sono stati altri due delitti politici, questa volta in effigie ma sempre con mezzi che alludono a ritualità della forza, stavolta il cuore dello stato è finito nelle mani della magistratura d’assalto: Craxi e Andreotti con la Repubblica dei partiti, prima, e la soluzione anomala di Berlusconi, dopo. Di questo siamo il risultato. 

 

Abbiamo cancellato il proporzionale, e lo abbiamo sostituito con il maggioritario, poi abbiamo cancellato anche quello; abbiamo cancellato i partiti, e li abbiamo sostituiti con le avventure della società civile, degli uomini privati alla guida dello stato. Era arrivato infine, e da sinistra, l’estremo tentativo di riformare le istituzioni per ottenere una governabilità in cui si bilanciassero pulsione popolare e ruolo di guida dell’establishment. Il disvelamento apocalittico è che nulla di tutto questo ha funzionato, e alla fine ci ritroviamo con la rozza marcia su Roma della demagogia, con la scomparsa della politica, con l’avvento della setta cliccarola e il primato della ruspa. Che cosa ci aspetti, che cosa ci si debba augurare, tra governi neutrali, governi che abrogano la ragione politica in nome di parole d’ordine peggio che demagogiche, elezioni aperte al rischio di un peggioramento, è l’unico dubbio che rimane.

 

Moro, con il suo progetto di allargare la base sociale dello stato, fu sepolto a Torrita Tiberina dalla famiglia in rotta con le istituzioni della fermezza, mentre lo stato maggiore della Repubblica, quella teoria di facce in nero che i sessantenni ricordano bene, si riunì a Santa Maria Maggiore dietro un Papa che in una celebrazione desolata cominciò ricordando a Dio onnipotente una promessa non mantenuta: “Signore, tu non hai esaudito la nostra supplica”. La corrosione dello stato aveva e ha radici profonde, non possiamo sbrigarcela con quattro chiacchiere sociologiche sull’incapacità di intercettare il “malessere” da parte delle élite, sul partito del vaffanculo, sul nazionalismo lombardo. Insomma, c’è qualcosa di misterioso e di tremendo nell’affondamento della Repubblica, e il punto di partenza non può che essere rintracciato in qualcosa di misterioso e di tremendo, come fu il grande delitto di cui siamo figli.

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