Il governo è un referendum su Mattarella

Redazione

Roma. “Scelgano i partiti cosa fare. Sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica che una legislatura si conclude senza essere neanche avviata”. E pare che un muto rimprovero erri in fondo agli occhi e alle parole di Sergio Mattarella, come il tuono al di là dell’orizzonte; pronto, questo rimprovero, a venire avanti e scoppiare. “Un governo neutrale, ma pienamente in carica fino al fine anno, o altrimenti nuove elezioni subito”, propone dunque il presidente della Repubblica, dopo un’ultima giornata di consultazioni con i leader dei partiti italiani, personaggi che devono apparirgli storti e anguilleschi, dominati da una capitale incoerenza, dal capriccio furbesco di chi si muove perennemente in campagna elettorale, e dunque vive di veti che s’incrociano e s’aggrovigliano.

 

“Scelgano i partiti cosa fare”, dice allora Mattarella. Lega e Movimento cinque stelle, che sono le forze più rappresentative, possono votare il governo che lui incaricherà tra oggi e giovedì, oppure respingerlo, assumendosi una responsabilità non soltanto di fronte al paese – “dopo le elezioni potrebbe non esserci il tempo di varare e approvare la legge Bilancio, con il conseguente aumento dell’Iva e l’esposizione dell’Italia a manovre speculative” – ma di fronte al Quirinale stesso perché, come sembra dire il capo dello stato: se non votate il governo, è come se votaste contro di me (e il presidente della Repubblica resterà in carica altri tre anni).

 

“Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza”, ha detto Mattarella, ricordando che i partiti hanno chiesto ancora del tempo per discutere, “il governo si dimetterebbe per far posto a un governo politico. Qualora non si formasse questa maggioranza, il governo neutrale si concluderà comunque a dicembre, per poi andare al voto”. Ma ieri sia la Lega, sia il M5s, hanno risposto: meglio il voto. E il destino della legislatura, salvo sorprese al momento improbabili, sembra a questo punto segnato. “Governo neutrale? Per carità, serve un governo coraggioso, determinato e libero, che difenda in Europa il principio ‘prima gli italiani’, che difenda lavoro e confini”, ha detto Matteo Salvini, “altro che governino per tirare a campare”.

 

Ma l’ipotesi del voto anticipato precipita sul parlamentare medio come una minaccia, e un destino crudele. Tra i Cinque stelle sono pochi quelli contenti di tornare a votare, e quando ieri, scherzando, Mariastella Gelmini si è rivolta ad alcuni deputati di Forza Italia dicendo loro: “Allora, siete pronti a rifare la campagna elettorale?”, la capogruppo ha incontrato solo volti di cemento. Salvini aveva chiesto esplicitamente a Mattarella l’incarico, sentendosi opporre dal presidente una domanda molto precisa: i numeri li avete? “Non ancora”. Il capo dello stato si è trovato così di fronte all’ipotesi di dare comunque l’incarico a Salvini pur sapendo che l’alleanza con i Cinque stelle non avrebbe funzionato – come pare gli consigliasse l’ex presidente Giorgio Napolitano – una mossa politica, misurata su un obiettivo preciso, ovvero quello di togliere sia alla Lega sia al M5s la formuletta retorica intorno all’“ennesimo governo non scelto dai cittadini”. Una volta verificata fino in fondo, con un incarico, l’impossibilità di un governo Salvini-Di Maio, fallito il tentativo, ci sarebbero state comunque le elezioni. Ma le avrebbe gestite Salvini da Palazzo Chigi. “Credo che sia più rispettoso del voto degli italiani che a portare alle elezioni sia un governo non di parte”, ha detto invece Mattarella. E adesso sembra che andrà a finire proprio così.

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