Il nuovo (vecchio) vocabolario grillino

Valerio Valentini

Roma. In fondo era fatale che accadesse. Che al primo accenno di fallimento delle trattative, cioè, la stagione dell’appeasement grillino si chiudesse, e con essa quel vocabolario così paludato, doroteo, sdoganato da Luigi Di Maio in queste settimane di corteggiamento bipartisan a Lega e Pd. Poi, ieri, la svolta: nessun accordo possibile, meglio tornare al voto. Ed ecco allora che il lessico del vaffa, così a fatica messo in sordina, è riesploso, sui social e non solo. Breve rassegna.

  

Arrendersi. Ricordate, no? I partiti che non vogliono cedere, ma che saranno costretti a farlo prima o poi. Lo slogan è stato rispolverato ieri da Paola Taverna: “Non si può vincere con chi non si arrende mai”.

    

Boschi (e quindi banche). E’ bastato che il leader grillino, nel suo videodiscorso, citasse esplicitamente Banca Etruria, perché sui social si scatenasse il putiferio sull’ex ministro. “Dare poltrone a #Boschi&C??? Meglio nuove elezioni che vedere di nuovo certa gentaglia”. A dettare la linea è l’autorevole account “#MaiColPD”. Seguito, tra gli altri, anche da Riccardo Fraccaro. Per dire.

  

Colpo di stato. Spauracchio agitato alla bisogna. E’ tornato ad additarlo Beppe in persona, ieri. Ce l’aveva con la legge elettorale.

  

Doppio turno. Quello che, se stava nel disegno dell’Italicum, era un attentato alla democrazia, un colpo di stato (vedi sopra). Ora, invece, è la soluzione per superare lo stallo. Solo, al modo di Di Maio, che un ballottaggio lo vorrebbe sotto forma di nuove elezioni.

  

Ego. Quello “smisurato” di Renzi, condannato da Di Maio, ma anche di Berlusconi, che Barbara Lezzi giudica “spropositato”.

   

Fiducia. E’ d’obbligo in ogni passaggio delicato, l’appello alla fiducia. “Fidatevi di me”, disse Grillo quando sovvertì l’esito delle primarie online per le comunali di Genova. “Abbiate fiducia”, ripeteva ieri, tra gli altri una neodeputata avellinese. “Luigi Di Maio – garantiva – sta facendo un capolavoro”. Parola di Maria Pallini: fidatevi.

  

Guinzaglio. Quello che il segretario della lega avrebbe attorno al collo. Lo ha scritto anche Dibba: “A differenza di Salvini, Dudù al guinzaglio non l’ho visto quasi mai”.

  

Inciucio. Qualsiasi accordo politico che non preveda l’inclusione del M5s – ché altrimenti si dice “patto”, “accordo”. Ieri Grillo ha parlato: se avessimo accettato la “logica dell’inciucio”, il governo lo avremmo fatto “in una settimana, giusto il tempo necessario alle spartizioni”. “Ma di quale governo staremmo parlando?”, si chiedeva. Gli rispondeva, indirettamente, Manlio Di Stefano: “un governo ammucchiata” creato da una “legge elettorale porcata”, come quelli passati. (Anche ammucchiata e porcata, ovviamente, vanno incluse nel vocabolario in questione).

      

La Padania. Giornale riscoperto dagli ultras grillini insieme al suo ex direttore, quel Gigi Moncalvo che parla di un contratto siglato illo tempore da Bossi e Berlusconi e che impedirebbe, ora, a Salvini di sganciarsi dall’alleato forzista.

   

Mattarella. Sempre rispettosissimi, Di Maio e i suoi, nei confronti del Capo dello stato. Un po’ meno cominciano a esserlo i parlamentari grillini. Il deputato Andrea Colletti dice che questa “legge elettorale idiota” è stata proprio Mattarella a firmarla, e dunque “neanche lui può dirsi del tutto esente da colpe”.

  

Nazareno. Alle prime avvisaglie di una possibile convergenza tra Pd e centrodestra per un governo alternativo ai populismi, è tornata la minaccia: “Il patto tra Berlusconi e Renzi è ancora in vita”.

  

Orticello. “E’ vergognosa – s’indigna Di Maio – la maniera in cui tutti i partiti stanno pensando al proprio orticello e ai propri interessi di parte”. Tutti tranne il M5s, sia chiaro.

  

Poltrone. “I partiti hanno pensato solo alle poltrone: è vergognoso!”. Sempre Di Maio. Ma alla stessa lettera, troviamo anche parassiti (Grillo, a proposito di “tutti gli altri”) e Pdioti, accusa rivolta ai democratici, ancora ieri, da molti grillini sui social.

   

Quaquaraqua. Renzi, ovviamente. Ma anche Salvini, un po’.

  

Rignano. Di nuovo antro del Demonio, Geenna dell’Italia tutta. Renzi è il “bulletto di Rignano”, secondo il sempre presente Dibba e il deputato lombardo Stefano Buffagni; è invece “giullare”, ma sempre “di Rignano”, per Di Stefano.

  

Sciacalli. I giornalisti, sia quelli delle “Iene” che osano criticare Roberto Fico sia Fabio Fazio che, evidentemente, è colpevole di aver ospitato Renzi. Lo sanciscono, da ieri, tanti tweet grillini, uno dei quali rilanciato anche dalla deputata Carla Ruocco.

  

Tornare. Al voto, certo, ma anche ad altro. “Torniamo al vaffa”, ha scritto su Facebook la consigliera laziale Francesca De Vito, salvo poi cancellare il post, forse accortasi di essersi confusa nella citazione di Sidney Sonnino.

  

Uscire (di scena). Invito rivolto a Renzi da Carlo Sibilia. Avrebbe dovuto farlo, dice il deputato grillino, “cospargendosi il capo di cenere, chiedendo scusa e rimediando agli errori fatti”. E invece niente.

  

Vecchi. Sono tornati a esserlo i partiti, i politici, il sistema: tutti quelli che non vogliono spianare la strada al M5s verso Palazzo Chigi. Vecchi, forse, perfino gli elettori friulani.

   

Zitto. Così doveva restare Renzi. Muto per due anni. “Lo aveva promosso lui stesso dopo il voto del 4 marzo”. E invece eccolo che torna a parlare, spudorato.

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