"Si vota il 7 ottobre", parola di Roberto Maroni

Redazione

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"Nella mia esperienza credo che il ruolo delle imprese sia fondamentale per innovare". L'ex governatore della Lombardia, Roberto Maroni, intervistato da Giuseppe De Filippi al Foglio Tech festival di Venezia, spiega come innovare la politica: abbiamo parlato di ricerca, di tecnologie e investimenti, del modello virtuoso della Lombardia. Ma, a pochi minuti dalla conclusione del suo intervento, ci ha dato anche una notizia. "Ci vediamo alle urne il 7 ottobre", ha dichiarato Maroni salutando il suo pubblico. Come si vota? "Con la legge elettorale dei sindaci, con il doppio turno". E parlando di alleanze e consultazioni, temi caldi di queste settimane, per Maroni il veto del M5s sul Cav., è "solo strumentale, non tanto contro Berlusconi. Se non mette il veto, Di Maio sa che non farà il premier, è una mossa psicologica non tanto un calcolo politico. I Cinque stelle potrebbero fare il reddito di cittadinanza, che io spero non facciano perché disincentiva a trovare lavoro. La Finlandia l'ha introdotto in via sperimentale e ora non lo ripropone. Ma dal punto di vista di Di Maio, una maggioranza così ampia come quella con il centrodestra gli avrebbe consentito anche di farlo. Se questa è la Terza Repubblica, meglio la prima, che al di là degli errori aveva una classe politica competente e capace".

  

L'ex governatore ha spiegato che "il mondo del lavoro è uno dei terreni più impegnativi dal punto di vista dell'innovazione. Marco Biagi, che partiva dal presupposto che il mercato del lavoro italiano fosse uno dei meno flessibili in Europa, ha cercato una soluzione per governarlo nel rispetto dei diritti del lavoratore e combattendo il lavoro nero. Quello che vedo oggi mi dice che i governi, in genere, non sono in grado di trovare soluzioni adeguate alla velocità con cui evolve il mondo. Come si innova? Devono essere le imprese a farlo, non servono nuove leggi. Il governo, ad esempio, si è occupato poco dei millennial, un mondo diverso da quello che i politici sono abituati a frequentare. Temo che la burocrazia romana non sia in grado di trovare soluzioni che impediscono la fuga dei cervelli. I governi devono ascoltare e capire ma tradurre il meno possibile in leggi la capacità innovativa degli imprenditori".

     

"Saltare i corpi intermedi è un errore tragico, dopodiché c'è un problema di rappresentatività", aggiunge Maroni. "La paura dei sindacati di non rappresentare più a sufficienza i lavoratori li spinge a chiedere una legge per obbligarli ad aderire. Un'idea che va in senso opposto all'innovazione. Ci vuole capacità di inventare cose nuove. Forse il modello Biagi funziona ancora e si può riproporre: il contratto a tutele crescenti deriva da un'intuizione di Biagi. Le sue parole chiave, 'flessibilità' - e non precarietà - ed essere 'imprenditore di te stesso', vogliono dire proprio aiutare le persone a trovare la propria via, con una serie di contratti tutti regolari che servono a stimolare la capacità di mettersi in gioco, una cosa difficile ma che oggi convince molti giovani. Abbiamo parlato, negli interventi precedenti del Tech festival, di giovani che non riconoscono più nelle università un luogo di costruzione per il proprio futuro: è un problema serio. La domanda vera, quella che oggi deve essere sul tavolo della politica, è se le nostre istituzioni, che ho rappresentato in questi anni, sono in grado di dare risposte tempestive e adeguate. Il mio timore è che la politica non sia abbastanza attenta a questo tema".

  

Jobs act da conservare, dunque? "Non si può pensare che una legge nuova crei subito lavoro. Deve rendere flessibile, liberalizzare, salvaguardando però le tutele dei lavoratori". Ogni giorno c'è una sfida nuova, come pensiamo di star dietro all'innovazione regolando per filo e per segno il mercato del lavoro? "Controlliamo, tuteliamo i diritti acquisiti ma la responsabilità va assunta dal mondo delle imprese. Oppure perderemo posizioni nella competitività in Europa". Propio l'Europa è un tema che ha diviso in campagna elettorale. "Anche nella Lega si è detto di voler uscire dall'Unione, sul modello britannico, ma ora abbiamo riconosciuto che il futuro dell'Italia è all'interno dell'Europa, però con regole diverse. Io sono per l'Europa dei popoli e delle regioni, non degli stati membri. Ad esempio l'Europa non ha competenza sull'immigrazione, che spetta ai singoli stati, mentre la Commissione può solo sollecitare: è assurdo, qui bisogna cambiare le regole. Il premier europeo deve essere eletto direttamente dai cittadini europei. Vi sembro iper europeista? Sì, abbiamo bisogno di istituzioni efficienti".

  

Come si intreccia tecnologia e sicurezza? "Per garantire la seconda non bisogna esagerare con la prima", spiega Maroni. "Ci vuole il giusto equilibrio tra privacy e servizi di sicurezza. Per esperienza come ministro dell'Interno, posso dire che i nostri servizi di informazione e sicurezza sono tra i migliori al mondo per capacità di leggere le situazioni. Certe cose che avvengono ai nostri vicini europei non avvengono in Italia. Significa che i servizi lavorano bene e lo fanno tutelando un livello di privacy che è dovuto ai cittadini. I dossier ci sono ma stanno in cassaforte". 

La Lombardia è tra le aree più innovative d'Europa, Milano è un grande motore di idee nuove e aree fortemente industrializzate. "Quando sono arrivato a fare il governatore della regione, in innovazione e ricerca la Lombardia era già un terreno fertile", spiega Maroni. "Noi abbiamo seguito due strade: quella del pubblico e del privato. Il privato investe moltissimo, le università pure ma fanno fatica a dialogare. Abbiamo quindi seguito il metodo di ascoltare e fare dialogare tutti per trovare settori in cui investire con maggiore efficacia coinvolgendo imprese, università e settore pubblico. Un esempio vincente è quello del settore farmaceutico: oltre alle grandi, ci sono 800mila imprese in Lombardia che per il novanta per cento sono familiari. Come obbligo per sopravvivere, un piccolissimo imprenditore si deve inventare ogni giorno qualcosa. Da sole, queste aziende, non hanno capacità finanziarie e tecnologiche sufficienti per investire. Abbiamo fatto evolvere i distretti: ora sono diventati cluster. Non sono coinvolte solo le imprese ma anche le università e il settore pubblico. Si tratta di un network messo in piedi con fatica ma che sta funzionando e sono i numeri a dirlo. Nel 2013 la Lombardia, complessivamente tra pubblico e privato, investiva in innovazione e ricerca l'1,6 per cento del pil. Dopo 5 anni, nel 2018, la percentuale di pil dedicata è passata al 3 per cento, circa il doppio: vuol dire quasi dieci miliardi di euro, tra pubblico e privato". Per Roberto Maroni "è questa sinergia la chiave del successo". Quanto poi alla mancata assegnazione della sede di Ema a Milano, l'ex governatore pungola l'esecutivo: "È stata colpa del governo. Lo dico non per fare polemica politica, ma è stato un errore di valutazione: partendo dall'idea dei 27 stati europei si pensava fosse impossibile andare a pareggio. Con l'astensione di uno stato membro si è arrivati invece alla famosa 'monetina'. Purtroppo l'Ema era un'agenzia strategica ed è stato davvero un peccato perderla, c'era anche la sede giusta, al Pirellone".

    

Informazione, conoscenza, dati e servizio sanitario. "In Lombardia abbiamo approvato una nuova legge, ritenuta dal governo italiano così innovativa da essere addirittura in contrasto con le altre: un atto di coraggio del ministro Lorenzin, va riconosciuto, ha permesso di lasciarla in piedi. Può essere il disegno per un sistema sanitario del futuro. L'innovazione è la capacità di capire come si sta modificando la società: prevediamo un allungamento della vita e coloro che arriveranno a 90, 95 anni avranno bisogno di essere accuditi. Il principio innovativo è quello che passa dal 'curare' il malato al 'prendersi cura' del malato cronico, con strumenti che oggi il Sistema sanitario nazionale non è in grado di gestire. Qui l'innovazione corre veloce: vi faccio l'esempio di un'iniziativa che sta sviluppando Ibm: Watson, un database in grado di leggere in 10 secondi 40 milioni di cartelle cliniche. Ibm vuole farlo a Milano per tutta l'Europa. Immaginatevi il medico che deve fare una diagnosi oggi: la fa tenendo conto del rischio che corre facendola. Quindi ci sono i casi classici della cosiddetta 'medicina difensiva': il medico, per tutelarsi, fa fare al paziente diversi esami inutili, con conseguenti alti costi per regione e sanità. Quando sarà installato Watson, il medico interrogherà il database, che in pochi secondi 'vede' tutte le cartelle cliniche e gli dice quali esami fare al paziente. Invece che tutti e dieci gli esami possibili, magari ne serviranno solo tre. Avremo anche la necessità di rivedere il corso di studi universitari; serviranno ancora 6 anni più 4 di specialità se il sistema è in grado di dare una diagnosi sicurissima in pochi istanti? Chi governa deve capire come adeguarsi a queste novità. Il mio timore è che Roma sia occupata in altre cose e non si occupi abbastanza dell'evoluzione vera della realtà".

  

"Mi sembra di essere tornati alla Prima Repubblica", scherza Maroni concludendo con una previsione politica il suo intervento al festival fogliante. "Potendo scegliere vorrei un governo che possa decidere e cambiare davvero le cose. Avere un 'governicchio' – con una campagna elettorale in vista delle Europee 2019 – sarebbe la soluzione peggiore. O nasce un governo vero o secondo me è meglio tornare al voto", ammette. E sull'ipotesi di alleanza della Lega con il M5s, l'ex governatore lombardo dice che "Salvini ha fatto bene a tenere unito il centrodestra. Avrebbe trovato i numeri per governare, ma avrebbe creato problemi a tutte le realtà comunali e regionali. L'ipotesi Lega-M5s potrà tornare se fallisce quella Pd-M5s? Credo di no, Di Maio sa che con l'accordo col centrodestra non può fare lui premier e questo bloccherà questo possibile alleanza. Io tifo per avere la Lega al governo, in caso anche coi Cinque stelle".

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