Il Pd e il ruolo impossibile di ago della bilancia

Giuliano Ferrara

Ammettiamo che il nazionalismo non è un fenomeno riducibile al totalitarismo anni Trenta del Novecento, e come suggerisce un columnist della National Review è stato Dio in persona a dare al mondo le frontiere. Ammettiamo che il popolo esiste nei confini della nazione, e che la titolarità del potere sovrano è la sua, per quante mediazioni richieda, dunque il sovranazionale o il globale sono altri nomi per l’espropriazione della democrazia politica. Ammettiamo che le élite economiche, i professori della Banca mondiale e del Fondo monetario, e i geniali praticoni e inventori della finanza interconnessa, e gli araldi del Wto e del liberoscambismo, che tutti questi soggetti più le classi dirigenti da Washington a Bruxelles a Pechino hanno sottovalutato alcuni effetti o, come direbbe Tremonti, rischi fatali dell’apertura dei mercati nel mondo: riduzione delle diseguaglianze e della estrema povertà su grande scala, amplificazione di sacche di miseria e di incertezza esistenziale della classe media nel mondo occidentale sviluppato. Ammettiamolo. Non vedo ancora il collegamento con le intemerate nazional-protezioniste di un Salvini, premiate dal voto italiano recente, non vedo il collegamento con i programmi ricliccati dalla Casaleggio & Associati ed esaminati con attenzione dal supervisore in chief dei grillozzi, anche loro premiati dal voto, il professor Giacinto della Cananea.

 

Sarei disposto a discutere di tutto, perfino del reddito di cittadinanza o di una flat tax al 15 per cento, ma non così e non con loro. E’ lo stesso problema che presenta Trump l’arancione: in Corea gli è andata in buca, ma anche la storia di Gerusalemme mica male, o dell’accordo di Parigi fumoso e al fondo vacuo, o le sue intimidazioni protezionistiche o l’urgente richiesta agli europei di finanziare la loro difesa comune, atlantica, anche questi capitoli la Casa Bianca li ha scritti fino ad ora con un discreto successo. Però lui è Trump, uno che sa di impostura lontano un miglio. E così i nostri eroi. C’è una netta sproporzione tra il loro bagaglio di conoscenze, tra i loro saperi sottili, ariosi, generici, perfino burleschi, e il destino di riforma della democrazia sovrana, di ristabilimento delle frontiere, di ripristino della sicurezza civile e sociale che sarebbe il titolo, almeno il titolo, dei loro bozzoli di idee e delle loro piattaforme pubbliche in nome del popolo. Qui è il problema. Gentiloni, Calenda, Delrio, Minniti, Franceschini hanno clamorosamente perso le elezioni, nonostante i buoni risultati del loro governo e un minimo di spessore delle loro culture politiche. Ora dialogando con i grillozzi, in una congiuntura che ha del teatro dell’assurdo, rischiano di perdere tutto il resto. Non perché non ci si debba mischiare con le questioni in campo, le mani in pasta sono il sale della buona politica, ma per la vaghezza un po’ ubriaca degli interlocutori.

 

Ora si porta questa faccenda che il Pd è l’ago della bilancia. Ma a rischio di dire cose arcaiche, osservo che i vecchi negoziati in regime di proporzionale, quando esistevano gli aghi delle bilance, il potere di coalizione, i partiti costituzionali e le correnti dei partiti, le leadership emergenti o sommergenti, i centri-studio, le tradizioni ideologiche, le trame di una chiesa cattolica italiana ed episcopale ancora in vita, le tribune di opinione dei giornali non ancora sopravanzate dal formidabile chiacchiericcio on line, quando i magistrati, le inchieste e le sentenze dei giudici erano amministrazione del penale e non supplenza della politica, ecco, quelli erano negoziati credibili, tra pari. Cerasa qui ha dimostrato di recente, con dati e argomenti abbondanti, che non uno dei molti giorni necessari alla stipula finale del contratto di governo dei tedeschi, che pure hanno un’economia forte e una struttura sociale integra nonostante tutto, è stato dedicato a cose futili, sempre si è parlato in dettaglio di energia, di carbone, di infrastrutture, di lavoro, di diesel, di finanza pubblica, di politica estera ed europea, e sempre con puntiglio per arrivare in un dove conosciuto, compreso l’organigramma, la composizione del governo, e sempre tra contraenti uniti, fossero i liberali, i verdi o la socialdemocrazia sconfitta anch’essa nelle urne, da criteri comuni di giudizio sulla storia del paese, sulla carta delle sue idee-forza. Qui è un po’ diverso, mi pare. E mettersi a sedere per dialogare sul binomio astruso di nazione e popolo, o sulle ambizioni personali anche divertenti dei vincitori, in un clima di democrazia cliccante gestito da una società privata, ecco, non sembra un modo di salvaguardare la responsabilità verso il paese di un partito che si vuole di governo e che è stato travolto da programmi e linguaggi impossibili. L’ago (della bilancia) sarebbe usato come un vettore dell’oppio da somministrare all’intero sistema. Fiducioso come sempre nel futuro del paese, comunque vada, sono sconcertato dalla sola idea di un dialogo con i grillozzi. Ma sono cose arcaiche, appunto. 

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