La palla a Renzi

David Allegranti

Roma. La pressione su Matteo Renzi – anche ieri silenzioso – s’è fatta assai impegnativa, dopo l’apertura ufficiale del Pd al M5s. C’è una manovra a tenaglia in corso che coinvolge un pezzetto dei renziani ma anche un pezzo degli alleati più o meno provvisori (traduci: Dario Franceschini) che spingono per l’indicibile alleanza. Domanda: Renzi cosa farà? Difficile prevederlo. Certo è che nel Pd è appena scoppiata la guerra atomica e anche tra i renziani si discute. Lo stato dell’arte del dibattito è ben rappresentato da uno scambio di tweet fra Claudio Velardi e Giuliano da Empoli. “Non voto più Pd, butto la tessera…”. “Certe reazioni dei militanti all’ipotesi di un governo Pd-M5s sono quantomeno infantili. Come se il Pd fosse un giochetto per divertirsi e non uno strumento per fare politica dove si deve fare. Cioè al governo”, dice Velardi, suscitando la reazione di da Empoli, intellettuale vicino all’ex presidente del Consiglio, che da giorni ribadisce la sua ferma contrarietà a un accordo con il partito di Luigi Di Maio. “Non sono d’accordo, Claudio. Tutta la campagna del Pd si è basata sulla contrapposizione frontale alla cialtroneria grillina. L’idea che quei voti debbano portare acqua al M5s è oggettivamente sconcertante. Sai che non sono un extraparlamentare, ma la politica non è solo governo”. 

 

Dietro da Empoli, a valanga, si lanciano i turborenziani. “Davvero qualcuno nel Pd pensa di fare il governo con Di Maio e Casaleggio? Messaggio incomprensibile e umiliante per i nostri elettori, che hanno fatto sentire la loro voce con #senzadime, ancora in queste ore”, dice Michele Anzaldi. “Si chieda a Fico di stracciare il vergognoso contratto dei parlamentari con la Casaleggio prima di aprire qualunque discussione. Quella roba che prevede penali da pagare a una società privata se si dissente dal ‘capo’ è una vergogna intollerabile per ogni sincero democratico”, dice Anna Ascani, che annuncia il suo no a “qualsivoglia ipotesi di governo Pd-Cinque stelle” qualora venisse portata in votazione in direzione nazionale, come annunciato anche dal reggente Maurizio Martina. L’intesa comunque potrebbe essere possibile solo ad alcune condizioni, la prima è che il M5s rinunci definitivamente a pretese di accordi con la Lega. Poi c’è la questione della guida del governo: a chi toccherebbe la presidenza del Consiglio? Sicuramente non a Luigi Di Maio (altra condizione). “Come ha ricordato il reggente Martina – avverte Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato e turborenziano – sarà la direzione nazionale dem a decidere se aprire o meno un confronto con i 5 stelle. Se il mandato sarà quello di verificare le carte del M5s, saranno i 100 punti del programma del Pd a stabilire le basi di partenza della discussione”. Sandro Gozi, teorico di una En Marche europea, dice che è “giusto che la direzione del Pd decida su un accordo con il M5s. Io voterò contro”. Ci sono, adesso, alcune cose da capire. Anzitutto, che cosa farà Renzi. Poi bisogna vedere come si presenterà il Pd in direzione. C’è chi come Lorenzo Guerini sta lavorando per evitare un voto che spacchi il Pd. La sua proposta di fare la direzione il 2 maggio pare sia stata accettata e 7 giorni sono un’eternità in politica. Se ci sono le condizioni il Pd autorizzerà l’avvio di un confronto programmatico, altrimenti prenderà atto che non ci sono le condizioni minime neanche per un confronto. “E’ chiaro che se Renzi dice no a qualsiasi confronto – dice un dirigente del Pd – i numeri in assemblea sono chiaramente pro Renzi”. Sui 209 componenti, scriveva ieri sera l’Ansa, 117 fanno riferimento a Renzi, compresi 13 “turchi” di Orfini e 3 legati a Delrio. L’area Franceschini conta 20 componenti, Martina 9, gli amici di Veltroni un paio. Delle minoranze Orlando ne conta 32 ed Emiliano 14.

 

I prossimi sette giorni serviranno al Pd per confrontarsi (o per spaccarsi). Ma la discussione rischia di avere conseguenze anche nel M5s. Emilio Carelli, M5s, già cresciuto alla corte mediatica del Cav., ad “Agorà” ha detto che “è imprescindibile la figura di Renzi, perché Renzi è una figura ancora importante come leader del Partito democratico”. Sono tutti su questa linea nel partito di Di Maio? Così non pare e domani in assemblea i gruppi parlamentari ne discuteranno. Intanto però c’è da registrare un passo in avanti del capo politico del M5s, che ieri ha ufficialmente chiuso a “qualsiasi discorso” con la Lega. Con il Pd invece ci sono “profonde differenze”, ma “se riusciremo a mettere al centro l’interesse nazionale, sui temi ci siamo”. In ogni caso “qualsiasi contratto sarà sottoposto al voto degli iscritti della piattaforma Rousseau”. Occhio però al trappolone: “Non siamo disponibili a dare la fiducia a governi tecnici, governi del presidente, governi di garanzia, governi di scopo e chi più ne ha più ne metta. Quindi se dovesse fallire questo percorso, che era il secondo che avevamo proposto, per noi si dovrà tornare al voto. Decide il presidente della Repubblica, ma se questo tentativo dovesse fallire noi chiederemo agli italiani di esprimersi”.

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