Perché Renzi e Berlusconi aiutano Mattarella ad allontanare il patto per procura dei populisti

Claudio Cerasa

Il patto del Nazareno, inteso come l’incrocio eroico e passionale tra il centrosinistra di Matteo Renzi e il centrodestra di Silvio Berlusconi, come avrete forse notato negli ultimi mesi, e in particolare il 4 marzo, piuttosto che risorgere, come qui notoriamente ci si augurava, è stato clamorosamente affossato dagli elettori, e alle ultime elezioni il Pd e Forza Italia, lo sapete, hanno ottenuto il peggior risultato della loro storia: sotto il 20 per cento il primo, sotto il 15 per cento il secondo.

 

Fino al 4 marzo la strategia di Berlusconi e Renzi non ha prodotto i risultati sperati e in campagna elettorale l’ex capo del centrodestra e l’ex capo del Pd hanno commesso gli errori che tutti conosciamo. Ma dal 5 marzo in poi, dal giorno cioè successivo alla vittoria di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, gli sconfitti sono riusciti a fare quello che i vincenti finora, tra un capriccio e un altro, si sono sognati: far pesare i propri voti per mostrare i limiti degli avversari. Berlusconi lo ha fatto mettendo il Movimento 5 stelle di fronte al drammatico principio di realtà – se volete governare con il centrodestra, turisti della democrazia che non siete altro, dovete governare anche con me, e con i cinque milioni di elettori che hanno contribuito a far diventare la mia coalizione la prima d’Italia – e la sua pazza alleanza con Salvini almeno finora ha avuto l’effetto di rendere impossibile la nascita di un governo formato solo dalla Lega e dal M5s (e la sentenza di primo grado sulla trattativa stato-mafia paradossalmente complica il possibile piano di rottura di Salvini dal Cav. più del risultato del Molise: può davvero permettersi il nuovo leader del centrodestra di farsi dettare l’agenda da una procura?). Dall’altra parte Renzi, contribuendo a congelare i voti del Pd con la strategia del popcorn, ha permesso di testare la non abilità dei vincitori in materia di compromesso, ha permesso di mostrare in che misura Salvini e Di Maio siano in fondo due facce della stessa medaglia populista, ha permesso al presidente della Repubblica di osservare da vicino il grado di non affidabilità dei due leader populisti, ha permesso di mettere in luce fino a che punto Di Maio sia disposto a tradire i farlocchi princìpi grillini pur di trovare un modo per governare e ha permesso infine di arrivare al punto di ritrovarci di fronte a uno scenario in cui ad affermare la sostanziale pazzia del programma grillino è lo stesso professore (Giacinto della Cananea) incaricato da Di Maio di trovare una forma di compatibilità con gli altri partiti: “Il punto di fondo è chiaro: le divergenze che si sono manifestate ben prima dell’ultima campagna elettorale, riguardano temi e problemi tra quelli più rilevanti per l’azione dello stato, all’interno e all’esterno, e sono quindi tali da rendere ardua la formazione di un governo coeso”.

 

Non sappiamo ancora che traiettoria seguirà questa complicata legislatura. Eppure allo stato attuale sappiamo – e l’incarico al presidente della Camera Roberto Fico aiuterà a capirlo ancora meglio – che per andare al governo a entrambi i populisti non basterà solo l’appoggio esterno di un procuratore della Repubblica; occorrerà avere il sostegno di uno a scelta tra Berlusconi e Renzi. Sempre che i due populisti vogliano evitare di dover dire di sì alla nascita di un governo formato non da uno a scelta tra Pd e Forza Italia ma da tutti e due insieme. E così se la XVIII legislatura non passerà alla storia per aver dato alla luce un governo formato da un leader anti sistema alleato con un leader sovranista aiutato nella sua impresa da una procura della Repubblica e da una becera cultura giustizialista abituata a trasformare in gargarismo ogni forma di garantismo, per quanto possa sembrare paradossale il merito, oltre che di Sergio Mattarella, sarà anche dei due grandi sconfitti del 4 marzo. Vincere le elezioni è importante. Ma vincere il dopo elezioni in alcuni casi lo è ancora di più.

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