La dura vita degli spin doctor nell'èra dei social

Daniele Bonecchi

Vita dura per gli spin doctor della politica. Ieri Claudio Velardi (già fine analista politico) con Massimo D’Alema premier, oggi Rocco Casalino (già Grande Fratello) col candidato premier Luigi Di Maio. Hanno a che fare con una società frammentata, che ha messo in soffitta le ideologie e spesso si affida agli umori “della piazza”. Oggi sembrano un pezzo di archeologia della comunicazione politica le immagini tv della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, nel 1994. Per non parlare delle fotografie sbiadite, con un impacciatissimo Enrico Berlinguer, all’assemblea di caseggiato di un quartiere popolare di Roma.

 

Oggi la comunicazione politica si alimenta nell’arena nei talk selvaggi, animati dai nuovi giustizieri della tv o nello spazio senza limiti dei social, in rete. E a rendere ancor più difficile un lavoro, quello dello spin doctor, “complesso e affascinante” – come ricorda Giovanni Diamanti (Quorum) – ci sono due fattori decisivi: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che ha tagliato le risorse disponibili portandole da 180 a 24 milioni e una legge elettorale non amica degli strateghi, grazie alla quale la giostra elettorale si mette in moto solo un mese prima del voto.

 

Si sono dati convegno con un dibattito dal nome senza equivoci: “Spin? Le strategie di comunicazione nella campagna elettorale del 2018”, professionisti e docenti di comunicazione politica all’università degli Studi di Milano, stimolati da Gianpietro Mazzoleni (presidente AssoComPol). E subito è stato chiaro che lo scontro – ammorbidito dalla dimensione del sapere – è tra la cultura anglosassone, animata dagli gnomi dei data base (con gli eccessi dello scandalo Facebook, Cambridge Analytica) e la scuola di taglio sociologico, tipica delle culture mediterranee. Marco Cacciotto (università degli Studi di Torino) ha puntato i riflettori sugli elettori che “leggono sempre meno, a volte, come nel caso dei messaggi WhatsApp solo la prima riga, dunque con una soglia molto bassa di attenzione”. Ma la semplificazione ha raggiunto anche la committenza politica “Ora che il sol dell’avvenir è diventato “il cambiamento”, in tutte le salse. Col 50% degli elettori (dopo decenni di scostamenti dell’uno virgola) che si dichiarano disponibili a cambiare casacca. "Si parla tanto dello scandalo Cambridge Analytica come lo scandalo che rivela la macchina nascosta per imporre scelte agli elettori – insiste Diamanti - ma la realtà è ben diversa. Da sempre, in politica vincono i messaggi, e sono soprattutto i messaggi forti e chiari, in linea con le necessità degli elettori a fare la differenza”. “Il microtargeting e le profilazioni non fanno la differenza: sono solo un’arma in più che i consulenti hanno a disposizione”. “È per questo che si è modificato il ruolo dello spin doctor: esistono sempre più figure professionali, strategiche, operative, e alcune ibride”.

 

Il confronto si anima col fronte universitario, che mette in campo Sara Bentivegna (università di Roma La Sapienza di Roma), Luigi Di Gregorio (università della Tuscia), Edoardo Novelli (Roma Tre), Paolo Natale (università degli Studi di Milano). E c’è anche chi, come Dino Amenduni (Proforma) accetta di parlare, a cuore aperto, di una sconfitta: quella del Pd. “Non intendo scaricare le nostre responsabilità sul committente (Pd), segnalo però cinque zavorre”. E l’elenco è impietoso. Parte dalla scissione a sinistra, passa dal balletto sulla legge che doveva abolire i vitalizi e quella sullo Ius soli, attraversa la crisi con infinite polemiche sulle banche, per finire sulla gestione dei canali digitali. E quello del Pd sembra un percorso ad ostacoli perché prima della debacle elettorale alle politiche, il partito aveva scelto Jim Messina per gestire la campagna del referendum costituzionale. Sbarcato dagli States dopo aver gestito un vincente Barak Obama, Messina è andato subito fuori strada. E con lui il Pd. “L'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare!”, avrebbe detto quell’onest’uomo di Gino Bartali. Sullo sfondo, inutile negarlo, la bestia nera: il populismo. Da capire più che da esecrare. “Se vogliamo comprendere il significato che può avere oggi la parola populismo dobbiamo metterlo direttamente in relazione con i tratti che definiscono con maggior precisione il tipo di sistema politico nel quale emerge”, spiega Felix Ortega in uno scritto dal titolo “il populismo nella democrazia dell’audience”. Insomma la comunicazione politica deve fare un bagno di umiltà e alla Statale c’è chi azzarda anche l’idea che “Berlusconi sapesse interpretare le tensioni ideali degli italiani”.

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