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Chi finanzia i partiti italiani?

Putin, Bannon, Macron e gli altri. Un libro indaga sulla “sovranità in vendita”

15 Aprile 2018 alle 06:18

Chi finanzia i partiti italiani?

Vladimir Putin paga la Lega, Steve Bannon finanzia il Movimento 5 stelle, la Socialdemocrazia tedesca stacca assegni per il Partito democratico e magari Emmanuel Macron per il futuro En Marche! italiano. Siamo davvero a questo punto? Certo che no. Potremmo arrivarci? Chi lo sa, le premesse però esistono e stanno nei risvolti della legge sul finanziamento dei partiti. Cominciamo da una verità semplice ed evidente: fare politica costa. Può essere più o meno caro, ma non ci sono pasti gratis nemmeno per quella che secondo Benedetto Croce era la più nobile delle discipline. La politica viene esercitata da individui o, per lo più, da organizzazioni di individui, quindi in teoria sono loro a dover provvedere al proprio sostentamento. Agli albori del sistema liberale, gli eletti in Parlamento non venivano pagati, il suffragio universale ha cambiato questa regola per consentire anche al più povero di rappresentare il proprio elettorato. Per il fatto di esercitare una funzione pubblica ed evitare che lo scambio tra consenso e programma, diventi corruzione, in molti paesi si è deciso di assegnare ai partiti un finanziamento pubblico.

 

La campagna antipolitica in questa era di populismo rampante ha fatto sì che in Italia quella norma di buon senso venisse abolita. Il governo di centrosinistra guidato da Enrico Letta, così, è tornato indietro consentendo soltanto il finanziamento privato dal 2014. Non solo: ha reso lecito anche il sostegno proveniente dall’estero. Un criterio liberale? Solo sulla carta, perché il nuovo sistema non è stato accompagnato da meccanismi in grado di assicurare la massima trasparenza e il controllo da parte delle istituzioni pubbliche e degli elettori. Così, si è creato un effetto boomerang. La stortura è davanti agli occhi di tutti, ma è passata sotto silenzio finché qualcuno non ha detto che il re è nudo. Esattamente quel che ha fatto Francesco Galietti, analista geopolitico con Policy Sonar, nel suo libro “Sovranità in vendita, il finanziamento dei partiti italiani e la influenza straniera” (Guerini Associati editore). Uscito poco prima delle elezioni, dopo il risultato del voto è diventato ancor più attuale.

 

Il partito più votato, chiamato Movimento 5 stelle, ha innalzato la sua bandiera contro i costi della politica e il finanziamento pubblico (si pensi alla campagna contro i vitalizi). Poi scopriamo una società privata gestisce in modo verticistico e opaco i quattrini che tutti i contribuenti italiani versano ai parlamentari grillini. Il secondo partito, il Pd, porta sulle spalle l’ombra lunga del vecchio partito comunista le cui fonti di finanziamento erano molteplici, interne ed estere (l’Unione sovietica). Il terzo partito, la Lega, ha accumulato nella sua trentennale esistenza una catena di pasticci finanziari (dalla banca alle vicende giudiziarie che hanno colpito il cassiere Francesco Belsito, il leader supremo Umberto Bossi e la sua gestione familistica). Adesso vengono fuori girandole di società per investire denari in società pilastro dell’odiata plutocrazia finanziaria, in barba a leggi e contratti con gli elettori. Insomma, siamo in piena confusione. In fondo l’unico partito in cui tutto è stato chiaro, almeno finora, è Forza Italia pagata sull’unghia da Silvio Berlusconi. Le nuove forze politiche finiscono per riproporre i difetti delle vecchie in barba a tutta la propaganda diffusa dai giornali i quali, come scriveva già Honoré de Balzac, “non cercano di chiarire, ma solo di lusingare le opinioni”.

 

Quel che Galietti mette in rilievo è un aspetto ulteriore, che può diventare davvero inquietante: il finanziamento estero. Di per sé non è un male, finché non entrano in campo soggetti privati o statuali che si pongono l’obiettivo esplicito di condizionare in questo modo la vita politica, le decisioni, le scelte strategiche. Che c’è di nuovo, si dirà. E’ accaduto ampiamente prima, nella storia di tutti i paesi (Lenin non fece la rivoluzione d’ottobre con i marchi del Kaiser?) e in particolare dell’Italia. La Guerra fredda è stata la palestra perfetta per questo gioco di scambio dagli esiti spesso drammatici. Il Pci prendeva i rubli da Mosca. I partiti di centrodestra i dollari dagli americani. La scissione del Partito socialista a opera di Giuseppe Saragat fu esplicitamente sostenuta dagli Stati Uniti attraverso personaggi politici e sindacali di primo piano (e non tutti stinchi di santo). E così via, fino alla lunga mano del Kgb sugli anni di piombo. Se vogliamo, è una normalità perversa, ma in ogni caso, dov’è la novità?

 

“E’ che allora tutto si svolgeva nell’ombra – spiega Galietti – oggi non solo si fa alla luce del sole, ma è legale. Siamo entrati in una fase che, secondo alcuni, può diventare una nuova Guerra fredda, persino più complicata dell’altra perché il mondo, anziché bipolare, sta diventando sempre più tripolare. Non ci sono solo i russi, infatti, a praticare una strategia di penetrazione economica e politica in Europa e in Italia; anzi, Galietti è più preoccupato per l’espansionismo cinese. I dragoni rossi hanno già messo i loro artigli in alcune attività di interesse strategico, basti pensare all’investimento nella società delle reti che fa capo alla Cassa depositi e prestiti, contro la quale si è schierato Luigi Di Maio. Ma non va affatto dimenticato il patto sino-russo che ha dato vita all’ultima versione di Wind, secondo operatore nella telefonia fissa. Mentre potenti interessi economici sostengono la diplomazia filoiraniana o il gioco pericoloso tra le fazioni dell’Islam sunnita. La penetrazione economica ha un connotato nazionale (almeno finché esisteranno gli stati nazione). Quando poi entrano in gioco regimi autoritari, oligarchici o dittatoriali, parlare di autonomia tra politica ed economia appare davvero difficile. Senza dimenticare l’irrompere di nuovi strumenti di propaganda e costruzione del consenso, gli ormai famigerati social media.

 

Come mettersi al riparo? Il ritorno al finanziamento pubblico potrebbe per certi versi rappresentare un argine. Ma sarebbe contrario allo spirito del popolo così come è stato influenzato, anzi in parte plasmato, dalla propaganda populista. Un liberale penserebbe piuttosto a strumenti che garantiscano la massima trasparenza, un albo, un po’ come per le lobby domestiche. E questa è la via suggerita da Galietti. Conoscere per deliberare. Ma non c’è legge che garantisca la completa trasparenza e consenta un controllo da parte dei cittadini e degli elettori. Un approccio realistico porta a dire che per il momento non esistono vie d’uscita, non resta che attendere finché le contraddizioni che Galietti mette in luce nel suo libro maturino e scoppino. Oggi l’Italia vive in una bolla paradossale, la bolla politica chiamata antipolitica. Chi l’ha generata ha tutto l’interesse a tenerla bella gonfia anche a rischio di farla scoppiare.

 

Bannon, che era in Italia prima delle elezioni, ha lodato la “rivoluzione populista” assimilandola a quella trumpiana. Il parallelo regge solo finché non prendiamo in considerazione quello scenario tripolare nel quale si svolge il nuovo grande gioco. America first punta a ricreare quella supremazia egemonica che gli Stati Uniti hanno via via perduto a partire dalla grande crisi economica del 2008. In mancanza di qualsiasi potenziale egemonia, sia pur velleitaria, il neo-nazionalismo (o sovranismo) italiano cade solo nel ridicolo. Italia first assomiglierebbe alla “foresta di otto milioni di baionette bene affilate e impugnate da giovani intrepidi e forti”. Per la sua natura, per la sua storia e la sua collocazione geopolitica, per la sua condizione economica, l’Italia non può fare da sola, deve stare con qualcuno, deve essere parte di un qualche “concerto delle nazioni” che del resto oggi esiste già: anzi ha una doppia orchestra, atlantica ed europea. Pensare che i vincitori delle elezioni possano trasformarla nei balletti russi o nell’opera di Pechino è davvero irrealistico, ma non per questo meno pericoloso.

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