I pronti a tutto nel Pd

David Allegranti

Roma. La parola “governissimo” spunta anche nei conversari privati del Pd, dopo le baruffe per interposto Berlusconi fra Lega e M5s. E’ uno dei due piani “b” contemplati dai Democratici, qualora la “sinergia istituzionale” tra Cinque stelle e leghisti – come l’ha definita Luigi Di Maio – dovesse improvvisamente naufragare. Fino a qualche giorno fa era un termine vietato, neanche contemplato, guai a evocarlo. Governo di tutti? Scherziamo? Ora invece se ne parla concretamente. Ma il Pd sarebbe davvero pronto a governare con il M5s, anche in un governo di tutti? “La verità è che nessuno è pronto a niente”, dice al Foglio il professor Arturo Parisi. “Ognuno chiede cose pur sapendo che non gli verranno date, e in molti casi proprio perché sa che non gli verranno date. O semplicemente perché una cosa è già stata detta, e, soprattutto se a dirla è stato il suo concorrente, quella che non è stata detta è in attesa che qualcuno se la intesti e la rappresenti. In troppi attendono che siano gli altri a fare le loro scelte e i loro errori che sollevino dalla necessità di scegliere e dal rischio di sbagliare perdendo quello che si è appena conquistato o quello che non si è ancora perso. Abbiamo tutti, protagonisti e analisti, bisogno di tempo per interiorizzare che una stagione è finita e per capire dove in questa nuova stagione ognuno è finito. Dai leaders all’ultimo seguace. Innanzitutto tempo per dimenticare quello che si era stati prima. Chi fino ad ieri si era pensato come eternamente nel gioco e chi invece dal gioco sembrava destinato a starne fuori indefinitamente. Sono cose che talvolta sento ripetere. Ma dirlo è una cosa, capirlo veramente è tutta un’altra. Siamo dentro un processo che si può pure accelerare, ma non più di tanto e del quale non può essere saltato nessun passaggio. A stare alle apparenze sembra tutta e soltanto tattica, ma questa tattica sta mettendo le premesse per nuove strategie”.

 

L’altro piano “b” prevede invece la partecipazione a un governo di centrodestra ma ha un ostacolo di non poco conto: l'opposizione di Sergio Mattarella, che non vuol dare un incarico a qualcuno senza coinvolgere il partito di Di Maio. “Cari piddini (detta con grande simpatia): preparatevi a votare un governo insieme al M5s. L'importante è andare all'appuntamento non da sconfitti ma con orgoglio, rivendicando quello che avete fatto e potete fare di buono”, osserva Claudio Velardi, comunicatore di spirito renziano. E un modo per far stare Pd e Cinque stelle insieme c'è: l'appello al senso di responsabilità. Il Pd, dice il renziano Andrea Romano, può tornare in gioco “solo se prospettiva è governissimo”. Altrimenti niente. Concorda anche l'orlandiano Antonio Misiani: “Il Pd torna in pista se accordo 5 Stelle-Lega salta. A quel punto neanche Renzi si chiama fuori. Ma rimane uno scenario improbabile”. Nel Pd infatti sono convinti che il governo Lega – 5 stelle sia ancora nelle cose, nonostante lo show berlusconiano di giovedì. “Berlusconi – osserva Misiani – non accetta la marginalizzazione ma dovrà subirla. Il nodo vero è la rinuncia di Di Maio. I vertici M5s e anche lui lo mettono in conto ma devono farlo digerire al popolo grillino”. Aggiunge Sandro Gozi: “A me dall'esterno sembra che Lega e Cinque stelle, al di là delle pantomime a uso pubblico, siano vicini a un accordo. Mi chiedo che ruolo avrà Forza Italia in questo accordo”. Appoggio esterno o no, insomma? Berlusconi però non sembra accettare così di buon grado la marginalizzazione, come dimostra la sortita di giovedì. E se alla fine insistesse così tanto da impedire la nascita del governo giallo-verde? A quel punto Mattarella non potrebbe che rivolgere un appello al senso di responsabilità. “A quel punto le pressioni sul Pd sarebbero fortissime perché anche il Pd lo sostenga”, dice un dirigente del Pd. “Che conseguenze ci sarebbero? Molto pericolose, anche all'interno del Pd. Decidere di restare comunque all'opposizione avrebbe delle conseguenze serie”.

 

Parlare di “governissimo” è “davvero complicato”, dice Roberto Giachetti. “Almeno in questa fase”, aggiunge. Ed è una frase rivelatrice. Perché testimonia che nel Pd ormai si pensa anche ad altri scenari. Come se si fosse pronti a tutto. D’altronde, chi lo dice che le “sinergie istituzionali” fra Lega e M5s possano continuare per giorni senza colpo ferire? “Intanto vediamo se Lega-M5s fallisce. Nel caso comunque dovrebbe essere una cosa nella quale ci stanno proprio tutti. Chi può permettersi di avere qualcuno all’opposizione in questo quadro?”. Nemmeno Renzi, per l’appunto. Il governo con tutti, insomma, potrebbe essere la soluzione? “Come diceva Forlani, tutti quelli che ci stanno”, dice Pierferdinando Casini. Senza perdere troppo tempo. Al Quirinale si stanno effettivamente spazientendo. E pure vari ossservatori istituzionali premono perché la situazione si risolva in fretta. Bastava ascoltare ieri alla fine del secondo giro di consultazioni Giorgio Napolitano per capirlo: “Siamo tutti accanto a Mattarella nella ricerca di soluzioni, un compito estremamente complesso e che presenta allo stesso tempo una innegabile urgenza”. Segnali di un avvicinamento alla conclusione dello stallo però si intravedono. Ieri i renziani hanno chiesto il rinvio dell’assemblea del 21 aprile, nella quale si dovrebbe decidere se andare a congresso o eleggere il segretario in quell’occasione. “Il Paese – dice Dario Parrini – è in stallo a causa dei poco decorosi balletti messi in atto dai vincitori dalle elezioni. All'orizzonte si stagliano complicate sfide internazionali. Il Capo dello Stato al termine del secondo giro di consultazioni ha sottolineato accoratamente la delicatezza di questo momento politico. In una situazione del genere la discussione se fare o no il congresso del Pd, e se sì quando, è del tutto fuori luogo. Per questo penso che dobbiamo rinviare l'assemblea in programma la prossima settimana. E che non farlo sarebbe poco responsabile”.

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