Lega e M5s: le idee sbagliate non diventano giuste solo perché vincenti

Claudio Cerasa

Un conto sono le consultazioni, un altro le valutazioni. Un conto è concentrarsi in modo analitico su cosa ci dicono i numeri del post elezioni. Un altro è concentrarsi in modo critico su quello che ci dicono i risultati delle elezioni. Sul primo punto la giornata di ieri, il secondo giro di consultazioni, ha contribuito a confermare quello che sapevamo. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno un patto di ferro e in teoria hanno i numeri per governare anche da soli (167 senatori, 347 deputati). Di Maio ha il problema di Forza Italia e Salvini nei prossimi giorni proverà a risolverlo assicurando a Berlusconi di essere lui, Salvini, il garante di Forza Italia nel prossimo governo. Forza Italia potrebbe farlo astenendosi sia alla Camera sia al Senato (è la soluzione sostanzialmente suggerita ieri da Di Maio, anche su questo in sintonia con Salvini) e in cambio potrebbe ottenere un paio di ministri tecnici d’area (ma il Cav. è ancora incerto). Il capo dello stato però non ha intenzione di perdere ancora tempo e nel caso in cui i due populisti capricciosi dovessero cincischiare prenderà un’iniziativa. Al di là della retorica e della tattica politica un accordo tra la Lega e il Movimento 5 stelle non è mai stato così vicino e questo accordo però, per quanto sia naturale espressione di una volontà elettorale mai così dannata come oggi, non può essere descritto solo con il freddo tratto della cronaca politica. Un conto sono le constatazioni, e le consultazioni, un altro sono le valutazioni. E così, una volta messa da parte la chiave di lettura analitica non ci si può dimenticare di ricordare, e di far ricordare, quello che potrebbe succedere all’Italia nei prossimi mesi e forse nei prossimi anni in presenza di un governo grillino-leghista. Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni, e questo lo sappiamo, ma il progetto politico rappresentato da Salvini e Di Maio contiene alcuni princìpi, oseremmo dire alcuni valori, che sintetizzano il peggio della cultura politica che esiste oggi in circolazione in Italia (e non solo). Non è facile mettere in ordine tutti i fili della tela del leghismo a cinque stelle, ma per evitare di trasformare automaticamente due leader vincenti in due leader convincenti è sufficiente ricordare da che parte della storia si trovino Salvini e Di Maio quando si parla di alcuni princìpi che dovrebbero essere non negoziabili per un paese saldamente inscritto nel perimetro dell’occidente libero e democratico. Sulla collocazione internazionale sappiamo già tutto e la crisi della Siria potrebbe ricordarci presto cosa potrebbe significare avere due partiti che hanno promesso ai propri elettori di uscire fuori dal perimetro delle storiche alleanze del nostro paese. Si ricorda spesso che Salvini si trova dalla stessa parte di Putin, di Assad, di Orbán, di Le Pen, di Farage, di Wilders e di diversi leader illiberali e antidemocratici in circolazione oggi nel mondo e si ricorda spesso che Salvini – anche se ieri è stato cauto su questi temi – da mesi ripete che “la presenza dell’Italia nella Nato deve essere ridiscussa”. Si dice questo ma ci si dimentica di dire che sfortunatamente i voti raccolti in campagna elettorale dal Movimento 5 stelle – che in teoria nel governo Masha e Orso, il governo dell’isolazionismo putiniano, dovrebbe rappresentare il volto più moderato – sono stati conquistati sulla base di alcune idee che rilette oggi non possono che mettere i brividi. “In Italia – ha ricordato poco più di un anno fa il responsabile esteri del Movimento Manlio Di Stefano partecipando al congresso del partito di Putin a Mosca – abbiamo nove milioni di poveri e la Nato ci chiede di difenderci dalla Russia. Questo è il mio e nostro punto di vista. Una volta al governo rivedremo la partecipazione dell’Italia alla Nato. Così come indicato in una proposta di legge d’iniziativa popolare già depositata in Parlamento”.

 

Basterebbero queste parole a far tremare le gambe. Ma a tutto questo vanno aggiunti altri elementi che ci permettono di delimitare la cornice mostruosa dentro alla quale si muoverà la prossima e forse inevitabile maggioranza di governo.

 

Primo esempio: la simmetria assoluta tra la barbarica cultura giustizialista rappresentata dal Movimento 5 stelle e da una parte significativa della Lega e il dramma che potrebbe vivere il nostro paese con un governo intenzionato a legiferare mosso dall’idea non di ristabilire un giusto equilibrio tra potere giudiziario e potere legislativo ma di offrire ai campioni del processo mediatico nuove armi per rafforzare la politica della gogna e indebolire il nostro stato di diritto.

 

Secondo esempio: l’idea eversiva – e per fortuna in questo caso solo grillina – di voler superare la democrazia rappresentativa (o il suo abc, come direbbe il Cav.) mettendo i parlamentari nella condizione di essere eletti non più per rappresentare il popolo ma per diventare sudditi di una srl privata.

 

Terzo esempio: il rischio concreto che nonostante tutte le rassicurazioni del caso il tentativo di mantenere le pazze promesse della campagna elettorale (pensioni, lavoro, trattati, deficit, reddito di cittadinanza, flat tax) porti l’Italia ad avvicinarsi a un’uscita dall’euro se non addirittura dall’Europa (la Lega di Salvini se lo augura esplicitamente, il Movimento 5 stelle lo sostiene come extrema ratio).

 

Sul Corriere della Sera di ieri, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, su questo punto, hanno fatto ancora una volta chiarezza: “Chi pensasse che un’uscita unilaterale dall’euro – accompagnata da un’impennata dei tassi di interesse e dall’insoddisfazione dei sindacati quando il potere d’acquisto dei salari sarà ridotto dall’inflazione e dalla svalutazione della nuova lira – possa aiutare economia e imprese, si sbaglia di grosso”. Il nostro elenco potrebbe andare avanti per ore ma di fronte al possibile governo del bacio tra Di Maio e Salvini il punto non è se sia questa o no la giusta traduzione della volontà popolare del 4 marzo (lo è). Il punto è che è difficile immaginare come possa esserci un governo non fuori dal mondo guidato da due capitribù della demagogia che da anni spiegano al nostro paese che le priorità dell’Italia hanno a che fare più con la guerra ai costi della politica che con la guerra ai nemici dell’occidente libero. La coppia Di Maio-Salvini – il secondo le cose le dice in modo chiaro, il primo le dice solo con un po’ di cerone in più – è altamente probabile che trovi un modo per far nascere un governo. Ma che avere un partito nemico della democrazia rappresentativa vicino a un nemico dell’atlantismo dell’Italia fosse un pericolo per il nostro paese bisognava pensarci prima del 4 marzo, non dopo. La democrazia non è come X-Factor. Un voto non è come un televoto. E quando si vota – anche se si vota non bene, a proposito di male assoluto – bisogna accettare l’effetto di quel voto, con l’accortezza di non trasformare un’idea sbagliata in un’idea giusta solo perché è risultata vincente.

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