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Come andrà a finire tra Berlusconi e Salvini

Salvatore Merlo

Denis Verdini ci spiega perché la Lega non può più permettersi di tradire Forza Italia

Roma. “Quella di Alfano fu una scissione ministeriale, d’altri tempi. Stavolta non ci sono i margini. Forse alcuni lo tradirebbero, Berlusconi. Ma non lo tradiranno, perché non ci sarebbe dove andare. Salvini non romperà con Berlusconi”. Così, mentre gli si racconta che Forza Italia è attraversata da uno strano, intenso, per certi versi inafferrabile tramestio che circonda e avvolge il Cavaliere, mentre una calda aria velenosa spira tra i vassalli di Arcore che si dividono in fazioni, gruppetti, capannelli in cui si inneggia con cautela persino a Salvini salvatore della patria in rovina, ecco che Denis Verdini, lui che il Cavaliere l’ha lasciato (e forse ripreso?), lui che conosce sia il Sovrano sia il serraglio, parla con il tono di chi tutto tutto domina “per il semplice uso della logica”. E allora, dice Verdini: “Se Salvini strappa con Berlusconi, per mettersi con Di Maio, mette in discussione il blocco solido del centrodestra. Quello che gli sarà utile alle prossime elezioni. E poiché non credo che Salvini sia uno sciocco, non lo farà mai”.

 

Eppure dentro Forza Italia ci sono uomini e donne, onorevoli e senatori, persino berlusconiani di antico conio, che a un fischio di Salvini lascerebbero la casa avita per sostenere un nuovo governo, con la Lega e con il M5s. Se ne chiacchiera con precauzione in Transatlantico, e anche tra i marmi eleganti del Senato. S’ingigantiscono ambizioni, l’atmosfera si carica di diffidenze e timori, c’è chi pensa di poter prendere lui l’eredità del Cavaliere, chi sa di essere all’ultimo giro della giostra e allora comprensibilmente vuole prolungare il gioco. Renato Brunetta e Paolo Romani soffrono nell’ombra, il blocco dei feudatari meridionali teme che al sud la prossima volta Salvini possa ribaltare i numeri e prendere tutto. Forza Italia è carica come una stufa. “Ma Salvini non ha bisogno di deputati, bensì di voti”, sorride Verdini, con il tono sornione di chi è abituato a far sempre di conto. “Chi esce da Forza Italia in questo momento è un uomo morto. Basta vedere com’è fatta la legge elettorale”.

 

E certo anche lui, che del Cavaliere Don Chisciotte è stato a lungo il Sancho Panza, ammette di aver colto nell’aria “quella voglia di mandare al diavolo Berlusconi”, quella tentazione vecchia quanto la discesa in campo e che sempre, nei momenti difficili, ha attraversato i labirinti e i fossati del maniero di Arcore. Ma poi Verdini abbassa la voce di un tono, e dice che “la logica però non porta da quella parte”. E il vecchio architetto di retrovia del berlusconismo spiega così un concetto prepolitico e impolitico insieme, un principio che sta alla base di quell’anomalia ludica e di potere da trent’anni chiamata Silvio Berlusconi. “Berlusconi non è un politico, ma una rock star”, dice Verdini, di slancio. “Lui i voti li prenderebbe anche da morto”, aggiunge. “E’ uno che può fare mille sbagli, ma sta sempre lì, magari ammaccato, eppure con un pubblico di elettori che lo ama e lo odia, che lo vota o lo detesta per tifo. E questa cosa non finirà mai”. A chi assomiglia Berlusconi? “A Elton John”.

 

Così, da questo punto fermo, da questa constatazione immanente, verrebbe da dire, con fluidità Verdini fa discendere un secondo passaggio la cui premessa – tuttavia da verificare, ci permettiamo di aggiungere – è che Salvini sia “capace di analisi politica”. Premessa, dunque: “Non credo sia uno sciocco”. Conseguenza: “Allora sa benissimo che il suo obiettivo politico è quello di portare la coalizione di centrodestra dal 37 per cento, fino alle vette del 40-41-42 per cento. Una cosa che si può fare solo puntando ai voti ‘di mezzo’, cioè a quell’area mediana che votava Renzi, che ha votato la ‘quarta gamba’, che ha votato la Lorenzin e persino la lista della Bonino”. Insomma, dice Verdini, “l’unico orizzonte di Salvini è quello di rafforzare la coalizione”, non quello di sfasciarla, favorendo un tradimento di massa dentro Forza Italia, “un partito che peraltro senza Berlusconi non esiste, poiché quei voti appartengono al solo Berlusconi. E per fare cosa, poi? Perché tutto questo bagno di sangue e balenare di coltelli? Per un piccolo governo accanto a Di Maio? E’ evidente che non funziona”.

 

Nel 2013 Angelino Alfano, ultimo delfino del Cavaliere-squalo, lanciò il quid oltre l’ostacolo e assieme a Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Nunzia De Girolamo, Renato Schifani e Beatrice Lorenzin, abbracciò Enrico Letta, con quella scissione del Pdl che sembrava promettere nuovi e vasti orizzonti nella politica dei moderati italiani: Letta e Alfano, Alfano e Letta, più forti dei partiti che li esprimevano. E già allora accadde quello che sembrava impossibile, un piccolo esodo di deputati e senatori, le accuse di tradimento, l’abbandono di Arcore… “con Letta c’era una lunga storia di amicizia e trasversalità politica”, taglia corto Verdini. “Ma anche quella volta, Berlusconi, che era in difficoltà, nell’aprile successivo, portò a casa il 16,7 per cento. Il vecchio leone immortale che si è mangiato tanti di quegli sprovveduti. Ora ha fatto il 14 per cento, e in una situazione complicatissima, con Mediaset che negli ultimi due anni ha praticamente fatto propaganda elettorale per Salvini e Grillo”.

 

Il quadro è disordinato come allora, ma è diverso dal 2013, dice Verdini. E i mille pietosi conciliaboli, le riunioni di ragionamento e di rivolta, persino gli addii o le minacce di addio, crepitano come le fiamme nelle stoppie d’inverno: senza approdare a nulla. “Questa volta non ci sono ‘responsabili’ in Parlamento”, dice, riferendosi a quel genere di operazioni, di raccolta, di cui lui stesso era maestro. “Nel 2013 c’erano tante forze politiche, anche piccole, e le maggioranze si potevano raggranellare…”. Così, a un tratto, viene fuori il vecchio Verdini, quello dei numeri e delle previsioni, quello dei calcoli e dei report consegnati con cadenza settimanale al Sultano di Arcore: “260 sono i deputati del centrodestra, 220 i grillini, 120 la sinistra, poi c’è Leu, poca roba, qualche centrista sparso, e il gruppo misto. In questa legislatura non si fanno governi senza accordi tra i partiti. Partiti interi”, sentenzia. E così si ricomincia da capo, con quel tono sornione e l’infinita pazienza di chi ha dalla sua parte una logica inoppugnabile, se non addirittura la verità: “Forse alcuni lo tradirebbero, Berlusconi. Ma non lo tradiranno, perché non ci sarebbe dove andare. Salvini non romperà con il Cavaliere. Non avrebbe senso”. Lo vedremo presto.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.