Quando Mattarella non sarà più notaio

Giuliano Ferrara

L’ultima gnagnera è che Mattarella è un notaio, che non parla, si limita ad ascoltare, uno che timbra e vidima, guai a pensare che possa avere un suo percorso politico, ci mancherebbe, chi si aspetta una iniziativa da lui resterà deluso, partiti, movimenti e personalità parlamentari sono responsabili di se stessi. Balle. Mattarella fa il notaio, prende tempo, cura le forme, sta al Quirinale dopo una fase interventista molto discussa, quella di Napolitano, è cauto come una volpe nei dintorni del pollaio, ma non è un notaio. E’ un politico democristiano classico, che si era eclissato operosamente nella Corte costituzionale quando Renzi lo ripescò per il Quirinale, ma ha un curriculum da bestia da lavoro della politica, e se proprio vogliamo della “politica politicante”. Sette legislature, ministro dell’Istruzione, della Difesa, delega ai Servizi di informazione, vicepresidente del Consiglio, al governo con De Mita, con Goria, con Andreotti, con Prodi, con D’Alema, con Amato, rapporti con il Parlamento, un tempo commissario a Palermo per dirimere i conflitti interdemocristiani, sempre sulla breccia nelle trasformazioni del popolarismo e nelle sue diverse incarnazioni partitiche fino alla Margherita. Ed è anche uno spirito polemico, uno che si dimise con altri quattro per protesta contro la legge Mammì sulle radiotelevisioni, uno che ha preso per i fondelli Buttiglione definendolo un colonnello golpista, e tralascio altri particolari e dettagli che dovrebbero essere noti a tutti.

  

Il fatto che negli ultimi dieci anni si fosse ritirato nel limbo degli indipendenti, delle riserve, e che abbia per cinque anni indossato una toga super partes non fa di lui un maestro del cerimoniale, tutt’altro. Al Quirinale non si è portato come consiglieri solo burocrati, magistrati, ha al suo fianco fior di democristiani di sinistra, e altri provenienti dalla vecchia Dc e dal nuovo Ulivo e dal Pd d’antan, gente che come lui sa che cosa sia un negoziato politico e di potere, e lui personalmente conosce le vie curve dell’ambizione personale, i punti di forza e di debolezza del discorso istituzionale dissimulato, le bugie e le verità profonde del conscio e dell’inconscio politico. Questo per dire che la scelta dei tempi lunghi, notarile, estenuante, con lunghe letture dei problemi, con esternazioni che non dicono molto, con richiami e glosse sul filo della prassi costituzionale, con soffietti-stampa che tendono a spegnere ogni scintilla, e con successo fino ad ora, non devono ingannare. E i lettori dei giornali politici hanno diritto di conoscere meglio, occupandosi per lo più di altro nella vita quotidiana, le tecniche e i ritrovati legittimi di un’azione politica in veste istituzionale. Altro che bla bla bla.

  

Mattarella sa di avere due veri poteri arbitrali, da cui tutto discende quando si devono formare i governi. Può nominare un incaricato per la formazione del governo, può sciogliere le Camere e riportare il paese al voto, e può fare l’una e l’altra cosa con discrezione e senso del protocollo, ma sostanzialmente quando vuole, quando lo giudichi necessario. Mattarella si mette in posizione di ascolto perché data la situazione è quanto conviene a un democristiano, a un repubblicano, a un uomo politico che deve dirimere questioni intricate, in cui conta la passione personale, conta la variante dell’opinione pubblica, conta la visione della superstite nomenclatura, contano gli orientamenti europei, conta il rapporto tra partiti e movimenti ed elettorato rispettivo, contano puntigli e disponibilità, e conta soprattutto il grumo di inesperienza e intolleranza verso le forme che alcuni protagonisti si portano appresso da una carriera tribunizia veloce, che arriva diretta da un vaffanculo o da una ruspa.

  

Questi due poteri, decisivi, Mattarella li userà quando la sua tattica dilatoria e di ascolto avrà avuto i suoi primi o secondi effetti. Può decidere di bruciare nomi chiaramente sprovvisti di maggioranza, può scegliere personalità terze per la guida del governo, e consultare formalmente e informalmente tutti per una ricognizione delle vere intenzioni, delle vere paure, delle vere poste di gioco e dei bluff. Può anche esercitare opera di persuasione, far contare la sua parola e prospettare allettamenti e non dico intimidazioni, non dico minacce, non è nello stile di un dc di questi tempi, ma prospettive sgradevoli. Sullo sfondo sta la possibilità di mandare a casa gli eletti del 4 marzo, l’arma assoluta.

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