La politica del rospo

Maurizio Crippa

Mi prenderanno a bastonate gli animalisti per questa premessa: le rane sono superiori ai rospi, per due motivi. Primo, sono buone da mangiare, mentre i rospi li mangiavano solo le streghe. Secondo, le rane godono di migliore letteratura, persino politica. Staremo qui a lungo, questo è sicuro, a torcerci dal disgusto contemplando con la nostra cultura liceale la Batracomiomachia del Parlamento tutto nuovo, questa grottesca battaglia tra i topi e le rane. Rane che si gonfiano, topi che se la squagliano. Ma il rospo, il caro Bufo bufo, in questi tempi di credenze strane, col suo passato di pozioni magiche, di riti vuoi fertili vuoi mortiferi, acquisisce oggi una dignità simbolica che le rane invece no. Simbolo divisivo, però: in alcuni casi è nascita, in altri velenosa insidia.

 

Nel laghetto di Serle, in provincia di Brescia, c’è stato un proditorio avvelenamento delle acque, una ferocia che manco le spie russe, un tentativo di sterminio: “Una situazione folle, la superficie era ricoperta da migliaia di rospi intrappolati”. Un inferno di nero olio combustibile. Solerte la procura ha aperto un fascicolo, e sì dà “la caccia all’inquinatore nemico degli anfibi” scrive il Corriere. Qualche giorno prima, il Tg1 aveva invece dato notizia di un’altra Italia, aperta e disponibile. Su nelle montagne del Veneto (ma un rapido controllo certifica che simili esempi di civismo accadano anche altrove) decine e decine di volontari armati di secchi e torce elettriche trascorrono le notti di primavera a facilitare la migrazione degli anfibi. Questo è il periodo in cui i rospi trasmigrano dalle colline verso le zone più umide. Nottetempo escono dai prati e dai boschi, incauti attraversano le strade. E “wham!!!”, come nei fumetti, finiscono spiaccicati sotto le ruote di macchine e trattori. “La mattanza si consuma ogni anno” (ai tg hanno sempre la mania di drammatizzare, poi dite che c’è la percezione di insicurezza). Ma l’anno scorso i Buoni ne hanno salvati diecimila.

 

Avete capito dove si va a parare. Più che la lotta tra le rane i topi, è il rospo che racchiude oggi in effigie il momentum della nostra società. Rospo che porta vita e biodiversità, o rospo da schiacciare come minaccia. Aprirsi, o rinchiudersi e farsi giustizia sommaria. Prendete la selvaggia landa bresciana, popolata di sovranisti, dove come sappiamo dal 4 marzo allignano i peggiori virus della società chiusa. Qui i rospi, questi esseri indecifrabili nelle loro striscianti intenzioni (sono anfibi, appunto), questi invasori di laghetti una volta riservati al candore dei lavarelli, così li trattano: col veleno. Come tratterebbero i négher, se potessero. Altrove, però, c’è un’altra nazione, aperta e ospitale, che si prende cura, “I care”, che rende sicuri i migratori alle frontiere. Certo, si sono mobilitati a migliaia pure nel bresciano, per salvare i fratelli rospi: la guerra fra società aperta e chiusa si combatte strada per strada, famiglia per famiglia.

 

Che poi però, chi lo sa. Sarà il cattivo esempio di Putin? A un grande poeta russo come Esenin, un russo vero, uno che amava molto la patria “anche se una mestizia rugginosa avvolge i suoi salici”, piaceva infinitamente anche “la voce dei rospi sonante nella quiete notturna”. E invece, a smentire le anime belle, nella fiaba dei Grimm per trasformare il rospo in un principe la principessa mica lo bacia sdolcinata: no, lo lancia orripilata contro un muro. Però la magia funziona lo stesso, anfibio è il simbolo del rospo.

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