I NUOVI VOLTI DELLA RABBIA

Giulio Meotti

Le elezioni definitive saranno consegnate alla rabbia e all’amore, alle emozioni e al risentimento, a tutto quello che dovrebbe rimanere secondario in una politica degna di questo nome. E’ una lotta di classe, con tutti gli elementi che sin dall’antichità hanno caratterizzato questo tipo di scontro: il disprezzo e ovviamente l’odio, onnipresente”. A parlare così al Foglio è Chantal Delsol, filosofa francese, allieva di Julien Freund e fondatrice del centro studi Hannah Arendt di Parigi, che ha decifrato il populismo nel libro La nature du populisme ou les figures de l’idiot. Il suo pensiero ritorna al 1930, quando in Spagna apparve un libro di José Ortega y Gasset con cui si potrebbe spiegare buona parte del caos politico e culturale cui assistiamo da qualche anno. Si tratta della Ribellione delle masse in cui Ortega y Gasset ha delineato con straordinaria lucidità l’avvento dell’uomo dall’innato conformismo e dall’istinto gregale. Fu un’intuizione geniale: è finita la primazia delle élite e le masse, liberate dalla soggezione ad esse, hanno fatto irruzione provocando uno scompiglio dei valori civili e culturali e dei modi di comportamento sociale. Oggi si assiste a un ritorno a quello che Ortega y Gasset chiamava “il trionfo di una iperdemocrazia in cui la massa opera direttamente imponendo le sue aspirazioni e i suoi gusti. Io dubito che ci siano state altre epoche nella storia in cui la moltitudine sia giunta a governare così direttamente come nel nostro tempo”. Ortega diede un contributo essenziale alla serrata disamina della “crisi della civiltà”. Fu il barometro della crisi della cultura occidentale, il testimone attento d’un mondo turbato, smarrito. I suoi scritti nacquero in gran parte come articoli su periodici, di alcuni dei quali (come la Revista de Occidente) Ortega fu il fondatore. Nell’atmosfera marxisteggiante allora diffusa, di fronte alla moda celebrativa del “collettivo” e del “sociale”, ogni riferimento alla realtà e ai valori irriducibili dell’individuo acquistava subito un sapore reazionario. Così Ortega fu presto demonizzato e messo a lungo da parte.

Adesso in occidente sembra essere riemerso il fantasma da lui esorcizzato. Lo si vede in politica, prima di tutto. Ma anche in ambito universitario, con le crociate isteriche nei dipartimenti delle humanities. E poi nei social network, dove il linciaggio è all’ordine del giorno, fino a #MeToo, di cui il regista Premio Oscar Terry Gilliam pochi giorni fa ha detto: “Le regole della massa hanno preso il sopravvento. Il popolo è lì fuori, con le sue fiaccole, a buttare giù il castello di Frankenstein”. Ne abbiamo parlato con una decina di intellettuali di diverso orientamento culturale.

“E’ una reazione a sviluppi di cui hanno beneficiato le élite e che hanno lasciato le ‘masse’ in condizioni di stagnazione economica e devastazione culturale”, dice al Foglio Patrick J. Deneen, docente alla Notre Dame University e autore del libro del momento in America, Why liberalism failed, una radicale critica della modernità pubblicato dalla Yale University Press. “Fin dai primi anni Novanta si stavano verificando allarmi sulla separazione delle élite dalle vite e dai destini delle persone. Lo storico Christopher Lasch ha descritto La rivolta delle élite come la grande crisi della politica contemporanea, in particolare la crescente separazione delle élite e il loro disprezzo verso i concittadini. Allo stesso modo, nel 1991 Robert Reich scrisse un saggio per il New York Times intitolato la ‘Secessione di coloro che hanno successo’ in cui descriveva un fenomeno simile. Notò l’accelerazione delle tendenze di vecchia data in cui i ricchi e quelli di successo si stavano separando dai meno fortunati. ‘La nuova élite è collegata via cavo, modem, fax, satellite e fibra ottica ai grandi centri commerciali e ricreativi del mondo, ma non è particolarmente collegata al resto della nazione’, scriveva Reich. Questa osservazione è più vera oggi di allora, a quasi trent’anni di distanza”.

A questa secessione si aggiunge il disordine culturale, spiega Deneen. “L’annacquamento della cultura e delle norme culturali a causa di un ‘mondo appiattito’, che premia il rapido movimento delle persone; l’abbassamento di qualsiasi barriera nell’ingresso e nell’uscita da nazioni, società e famiglie; l’elevazione dell’ideale di ‘auto-fabbricazione’ come condizione fondamentale della libertà umana; e l’ampia dissipazione delle credenze e delle istituzioni religiose in tutto l’occidente: tutto questo ci fa capire come specialmente i meno avvantaggiati siano rimasti alla deriva. La ‘follia’ non deriva da una posizione di forza, ma di debolezza, considerevole disperazione e profondo senso di perdita”.

Le “masse” coltivano oggi l’illusione di ribellarsi, ma secondo Patrick Deneen “tutte le fondamentali istituzioni ‘modellanti’, economiche e culturali, sono controllate dalle élite: le corporazioni, le scuole, le università, i media, i think-tank, le Ong e così via. L’unica istituzione alla quale le ‘masse’ possono ancora accedere è il processo politico democratico, che però dalla fine della Seconda guerra mondiale opera in gran parte intorno a ciò che Arthur Schlesinger un tempo chiamava ‘il centro vitale’”. (segue a pagina due)

Legutko, Deneen, Delsol, Hanson, McClay, Lánczi, Krein e Furedi ragionano attorno a una domanda: da dove nasce il risentimento?

“Questa ‘rabbia delle masse’ è difensiva e deriva da un senso profondo di perdita, anche dei valori religiosi in occidente”

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