Che cosa passa nella testa del silenzioso e defilato Mattarella

Agazio Loiero

L’altro ieri sono apparse sulla stampa alcune posizioni attribuite alla Presidenza della Repubblica, con tanto di frasi esibite tra virgolette. In esse si affermava che “non esiste alcun partito di Mattarella e che tanto meno promuove e manovra “correnti all’interno di un singolo partito”. Il riferimento era ovviamente al Pd, forza politica di provenienza del capo dello Stato. Non so in quale misura a tali affermazioni, inusitatamente perentorie, sia stato dato credito da parte degli analisti politici, i cui convincimenti sono spesso basati sul nulla. Anzi, meglio, se basati sul nulla. Il nulla nel nostro caso è rappresentato da una parola uscita di bocca a Mattarella qualche giorno dopo l’esito elettorale: “responsabilità”. Una parola che nel suo significato dovrebbe appartenere al patrimonio culturale di tutte le forze politiche e parlamentari di un paese. Su quella parola dunque sono nate tante interpretazioni ottimistiche sulla durata della legislatura.

 

Il fatto è che Mattarella è diverso da quasi tutti i presidenti della Repubblica che lo hanno preceduto. Custode rigoroso della Costituzione, si è ritagliato per il proprio settennato un ruolo di estrema sobrietà, in ciò favorito anche da una certa propensione caratteriale. Sono molti i motivi che spingono l’attuale presidente della Repubblica a compiere alcune scelte defilate di antica sapienza costituzionale. Primo. Lo scenario politico italiano venuto fuori dalle elezioni è inedito e complicato. Complicato lo è stato tante altre volte, ma così inedito mai. Le forze politiche, sia quelle che sono uscite trionfanti dalle urne sia quelle sconfitte hanno un elemento che le accomuna: un discreto tasso di conflittualità interna. A cominciare dal M5S. Il drastico mutamento dell’atteggiamento politico attuato di recente da Di Maio, molto più pacato e aperto al confronto, dopo le invettive elettorali, se per un verso ha conferito al leader un aspetto politico più in linea con la logica di governo, per altri versi ha anche disorientato molti elettori del Movimento. E’ in questa direzione che bisogna saper scrutare nei prossimi mesi per capire meglio gli sviluppi della politica italiana. Nella coalizione di centrodestra e nei relativi partiti il contrasto è un poco più evidente, anzi in certi passaggi, anche postelettorali, è platealmente sbandierato da Salvini. Se si eccettua quello della Meloni, sia il partito di Berlusconi sia quello di Salvini mostrano conflitti che si colgono ad occhio nudo. Le motivazioni sono diverse. In Forza Italia sono legate alla sconfitta elettorale. Nella Lega, paradossalmente, sono legate alla vittoria. I conflitti legati a una vittoria elettorale sono in politica tra i più atipici ma anche tra i più devastanti perché minano alla base la convivenza. Del Pd appare finanche inutile parlare. E’ dal 5 di marzo che i renziani e gli antirenziani guerreggiano alla luce del sole e molto più spesso nell’ombra. Ma conflitti attraversano anche partiti piccoli come Leu e anche addirittura +Europa.

 

Di fronte ad uno scenario cosi rissoso e al riverbero che può indirettamente investire il Quirinale, appare piuttosto naturale che Mattarella si rintani. Si coglie a naso che il personaggio ha sofferto sia la personalizzazione della politica – quel nome che da anni fa mostra di sé sulla scheda elettorale gli ripugna – sia un eccesso d’interventismo dall’alto per incanalare nell’alveo ritenuto giusto la politica parlamentare. Non mi stupirei se Mattarella, constatata l’impossibilità del Parlamento di votare un esecutivo, spingesse, attraverso gli strumenti consentiti dalla Costituzione, per una radicale modifica della legge elettorale e sciogliesse anche in estate la Camere. Una decisione formalmente irreprensibile che non tutte le forze politiche disdegnerebbero. M5S e Lega, per esempio, alla fine se ne farebbero una ragione. Alcuni sondaggi effettuati dopo il voto li danno in crescita. Il problema riguarda gli altri.

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