Casellati al Senato, Fico alla Camera. È nato il Grillusconi

David Allegranti

Roma. “Matteo Salvini è un traditore politico. Oggi ha perso definitivamente qualsiasi tipo di credibilità. La sua Lega Nord dopo gli scandali degli investimenti in Tanzania e dei diamanti comprati da Belsito con i soldi pubblici era arrivata al 3%. Per risollevarsi Salvini in questi mesi ha fatto un lavoro sporco: ha copiato e si è appropriato dei temi e di gran parte del programma politico - elettorale del MoVimento 5 Stelle ed ha iniziato una finta campagna elettorale contro il sistema dei partiti. Ma è tutto un bluff”.  Insomma, “Salvini fa più schifo di Renzi e Berlusconi messi insieme”. Firmato, il M5s. Era il 13 ottobre 2017. Ancora prima era arrivato Beppe Grillo in persona a twittare la linea: “Salvini, Meloni, mangiate tranquilli. Il M5s non fa alleanze con quelli che da decenni sono complici della distruzione del Paese”. Era il 23 gennaio 2017.

 

 

La nuova legislatura, alba della cosiddetta Terza Repubblica, si apre però con un bell’accordo vecchio stile: un patto fra centrodestra e M5s per eleggere le presidenze di Camera e Senato. Alla Camera l’accordo ha eletto Roberto Fico (422 voti su 620 votanti) - tutt’altro che un sodale di Luigi Di Maio - e al Senato la forzista Elisabetta Alberti Casellati (240 voti), berlusconiana di ferro, già componente del Csm. C’è chi dice che sia una sorta di Paolo Romani al femminile, quanto a pedigree berlusconiano. Tutto cambia, insomma: il partito di Berlusconi vota per il candidato del M5s. Il M5s vota per il candidato di Berlusconi.

 

Quanto alle corrispondenze d’amorosi sensi fra Salvini e Di Maio, osserva l’ex segretario del Pd Matteo Renzi, “hanno fatto sempre tutto insieme, ora le alternative erano due: o andavano avanti insieme. O rompevano. Vanno avanti insieme. Bene cosi”. In fondo è quello che Renzi vuole o dice di volere: un accordo Lega-M5s che porti anche alla nascita del nuovo esecutivo. Questo però, è un altro discorso.

 

  

La decisione di votare Casellati e Fico per la presidenza delle Camere, dice il capogruppo del M5s Danilo Toninelli al Senato,  “rispecchia il voto popolare che è un voto di cambiamento. Aspettiamo a festeggiare”, aggiunge, ma il Parlamento si trasforma “da luogo della casta a luogo principe della democrazia”, da cui far partire “i tagli ai privilegi e agli sprechi”. Di nuovo: chissà se Forza Italia è stata veramente così felice di votare per un esponente del M5s, che come primo atto dice di voler riprendere l’abolizione dei vitalizi. Ora, “se il Pd vorrà ottenere gli spazi che merita, non vedo perché non concedere ciò che gli spetta. Non faremo ripicche”, ha detto Toninelli, lasciando insomma intendere quello che da qualche giorno era noto: al Pd dovrebbe toccare almeno una delle due vicepresidenze. “Con le presidenze delle Camere è stato fatto il primo passo, dopodiché possiamo iniziare a trattare la questione governo e io sono convinto che possa andare bene pure questa partita. I cittadini possono però stare tranquilli: è finito il tempo dei caminetti”. Per la verità, i caminetti sono appena cominciati e anche il M5s è costretto a venire a patti con un principio di realtà: questa è una democrazia parlamentare e gli accordi si fanno in parlamento. Anche con i Caimani.

 

 

 

  

 

 

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