Il governissimo del Corriere della sera

David Allegranti

Un paese ripiegato sui propri interessi particolari, frammentato, con un sistema politico imploso. Senza leader capaci e spendibili. Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, da poche settimane in libreria con “Un paese senza leader” (Longanesi), dice al Foglio che la situazione è seria ma naturalmente risolvibile. Da affrontare c’è anzitutto una questione sistemica, che riguarda la legge elettorale. Non esattamente un dettaglio, visto il caos dopo il voto del quattro marzo.

  

“Penso che sia indispensabile cambiarla – dice Fontana al Foglio – perché è una legge elettorale scritta abbastanza precipitosamente, con l’obiettivo di imbrigliare l’avanzata dei Cinque stelle, tenuto conto che non avrebbero costruito coalizioni. E’ stata il frutto, come quelle precedenti, più del sondaggio del momento e delle tentazioni dei partiti allora rilevanti che non di considerazioni di sistema e di assetto del sistema politico e istituzionale. Io ho una preferenza netta per il sistema a doppio turno, determinata dal fatto che quando un elettore vota non lo fa solo per rappresentare la propria preferenza politica e per riconoscersi in una parte. Sceglie l’area di appartenenza ma dà anche un’indicazione di chi vorrebbe che governasse il paese il giorno dopo le elezioni. Questa seconda parte è stata messa in discussione dalla legge attuale. Una legge elettorale a doppio turno, con il ballottaggio, funzionerebbe meglio. Con il primo voto si dà la preferenza politica, con il secondo si scelgono il partito o il leader meno distanti delle proprie opinioni. Credo che sia una scelta più lineare rispetto a tante situazioni pasticciate che sono state articolate in questi anni. Tra l’altro abbiamo avuto quattro leggi elettorali, di cui una nemmeno entrata in vigore; il che fa capire come la questione sia rilevante”. E questa nuova legge elettorale potrebbe essere scritta da Lega e M5s? “Penso che debbano farla tutti i partiti, insieme. La legge elettorale è una legge di sistema e devono essere coinvolte tute le forze politiche rappresentate in parlamento. Di leggi elettorali fatte con prove di forza ce ne sono state troppe. Sarebbe molto utile che non accadesse un’altra volta. Anche perché sicuramente ci sono due partiti che hanno preso più voti di altri, ma non sono due vincitori assoluti”.

  

Nel libro, Fontana descrive l’evoluzione del M5s e il tentativo di Luigi di Maio di istituzionalizzarlo. I Cinque stelle non sono come gli altri partiti populisti in Europa, dice il direttore, perché non sono estremisti di destra. Ma sono davvero così rassicuranti? “Non penso minimamente che siano rassicuranti. Penso che siano un movimento ancora molto informe e spesso sull’orlo di una crisi di nervi rispetto alla propria identità. Sono un contenitore finora abbastanza neutro e infatti possono rivendicare di non essere né di sinistra, né di destra né di centro. Sono un contenitore di proteste, rabbie, insoddisfazioni e molti desideri. Da questo punto di vista sono diversi dai movimenti populisti più orientati a destra”. Ma il mestiere di “incalanatori” di rabbie non può durare a lungo, dice Fontana. E oggi Luigi Di Maio “sta facendo il tentativo di portare il M5s su posizioni di governo, mantenendo rapporti con quelli che lui chiama ripetutamente ‘stakeholder’. Ho tuttavia moltissimi dubbi che questo tentativo possa andare in porto. Anche perché quando si passa dalle enunciazioni di principio – ‘vogliamo governare’ – alla definizione degli atti e dei progetti di governo, basta un’apertura sulle Olimpiadi, come si è visto a Torino, per scatenare immediatamente quello che io chiamo una crisi di nervi rispetto alla propria identità”. Oltretutto, osserva Fontana, per portare questo progetto a compimento “il M5s dovrebbe cambiare anche radicalmente natura rispetto ad alcuni punti dello statuto che sono decisamente incostituzionali e non riconoscono i principi della democrazia liberale. Detto questo, penso che ci sia bisogno della costituzionalizzazione di questo movimento. Sul fatto che ci si arrivi, ripeto, ho francamente moltissimi dubbi”. E adesso che governo potrebbe nascere? Quale governo auspica il direttore del Corriere? “Nella situazione data non possiamo illuderci di avere un governo stabile e di legislatura, con un programma incisivo e concordato tra le forze politiche. Credo che contro tutto questo combattano le basi sociali diverse, i programmi diversi e gli antagonismi tra i leader in campo. Al di là della comunanza delle posizioni populiste e anti-Europa, le basi sociali e i riferimenti di Lega e Cinque stelle sono radicalmente diversi. La Lega è radicata nel Nord e ha come temi fondamentali il fisco e il lavoro; i Cinque stelle hanno una visione molto più assistenziale e statalista, con un programma economico che per alcuni aspetti è di estrema sinistra”. La soluzione per superare l’impasse è una sola: “Un governo di tregua, con figure neutre, che definisca alcuni punti essenziali rispetto alle questione economiche e europee, e modifichi la legge elettorale. In modo che la prossima partita venga giocata in condizioni migliori e finalmente si possa avere un governo stabile, di legislatura, con una impronta politica definita dagli elettori”. Di questo governo “di tregua” dovrebbero far parte “tutte le principali forze politiche o perlomeno dovrebbe avere il via libera di tutte. Attenzione però: io non sono un fanatico dei governissimi. Avrei preferito che dalle elezioni uscissero una maggioranza di governo ben definita e un premier incaricato. Non è accaduto e ora la via d’uscita deve essere fattiva e non traumatica”. Si chiede un sacrificio al Pd. E’ giusto chiederlo? “Un sacrificio si può chiedere per un governo che ridisegni le regole, affronti alcune emergenze e non abbia la supremazia dichiarata delle forze populiste. Credo che ci sia una certa coerenza quando nel Pd si dice che un’alleanza organica con i Cinque stelle non è possibile. E non è possibile perché il Pd deve ragionare seriamente sulla definizione del suo progetto, sulla sua identità politica e sulla sua ricostruzione. Perché il Pd è a rischio di sopravvivenza, per la durezza della sconfitta che ha subito. Chi è immediatamente saltato il giorno dopo le elezioni a dire che il Pd deve fare un’alleanza organica con i 5 stelle ha tralasciato tutto quello che è successo fino al giorno del voto e credo che volesse addirittura rimettere in discussione l’identità stessa, il profilo politico e il progetto del Pd, che però è molto distante da quello dei Cinque stelle”.

  

Ma il progetto del Pd renziano è ancora valido? “Io penso che Renzi abbia suscitato notevoli speranze nella sua prima fase e abbia colto alcuni punti importanti, vedi tutto il ragionamento sul lavoro e il mercato del lavoro. Un Pd che rivendica la natura di partito europeo, aperto, che comprende e capisce le dinamiche della globalizzazione ha ancora futuro”. Questo, dice Fontana, è stato vero fino a un certo punto. “Poi ho iniziato a comprendere meno la direzione del Pd. L’ho anche scritto prima del referendum, quindi non sto facendo un’analisi retrospettiva. Penso che aver messo tutto il fuoco sulla riforma costituzionale, sicuramente molto utile e positiva per alcuni aspetti, non capendo quello che stava accadendo in larghissima parte del paese su due-tre punti fondamentali (esclusione sociale, disoccupazione e paure crescenti su immigrazione e sicurezza) significhi aver perso il contatto con la società. Non per questo, certo, bisognava avere la stessa ricetta dei Cinque stelle”. Però il Pd, dice Fontana, è inciampato proprio sul lavoro, dove pure c’erano state delle intuizioni importanti. “Il Jobs Act, che è stato il tentativo di creare un’occupazione stabile dando futuro e prospettiva ai giovani, era un punto fondamentale. Ma il Jobs Act non è riuscito ad arginare una società estremamente precarizzata e quindi si è aperta la strada a ricette facili, assistenziali e populiste. Non aver saputo far ragionare il mondo dell’impresa su questo punto, nel momento in cui era tutto renziano, è stata una mancanza. Così come non aver saputo costruire una classe dirigente larga, efficiente, competente e inclusiva. A un certo punto, la voglia di rottamazione doveva avere un limite: serviva la capacità di ricostruire la classe dirigente, non solo distruggerla. Se uno esamina quei passaggi – ne esamina le ragioni politiche economiche e sociali – ha tutte le possibilità per ricostruire un progetto che sia avvincente e coinvolgente. In fondo Macron lo ha fatto partendo da un programma che nulla ha a che vedere con quello dei populisti di destra o i populisti indefiniti come i nostri Cinque stelle”.

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