Realtà e miraggi meridionali

Redazione

Nelle regioni del sud il Movimento 5 stelle ha raccolto la maggioranza dei voti alle elezioni del 4 marzo. La spiegazione più comune, un po’ stereotipata, è stata che al meridione si preferisce cullarsi osservando il miraggio del reddito di cittadinanza piuttosto che rimboccarsi le maniche. Una spiegazione più fedele la offre in un colloquio con il Foglio, Francesco Izzo, professore di Strategie di innovazione e management all’Università degli Studi della Campania “Vanvitelli”.

  

“Il voto ha raccolto l’insofferenza. Tra i giovani che non trovano lavoro e pensano di andare via o quelli che sono andati all’estero ma sono residenti al sud e vedono la loro condizione come un esilio. Tra gli imprenditori che si sentono schiacciati dalla burocrazia, dall’intermediazione politica, e penalizzati da condizioni infrastrutturali peggiori del nord”. Se però è stata la percezione di un indebolimento del tessuto industriale importante ad avere motivato tale scelta è paradossale che il consenso sia andato a un partito che come argomento di propaganda usa decrescita, deindustrializzazione e il ritorno a un passato agreste (che non tornerà). “Il tema della crescita industriale nei 5 Stelle è pressoché assente, in certi casi viene guardato con un certo timore, quasi che oggi il futuro possa essere diverso. Ma il sud – ricorda Izzo – ha 20 milioni di abitanti e sarebbe il quinto paese in Europa: un’area così non esiste in nessuna parte del mondo senza industria”. Non solo l’indirizzo del voto è stato contro l’interesse economico del Mezzogiorno ma anche il tempismo pare sbagliato. Secondo lo studio “I processi di crescita dimensionale delle aziende del Mezzogiorno” dell’Università della Campania, presentato ieri alla Federazione nazionale dei cavalieri del lavoro, negli anni di crisi dal 2006 al 2016 le medie imprese del Mezzogiorno (sono circa 800 quelle di cui è stato analizzato il bilancio, incluse quelle fino a 10 milioni di fatturato) hanno aumentato il fatturato (più 34 per cento), le esportazioni (più 67,2), e l’occupazione (più 12,4, superiore al dato nazionale). Restano però piccole. Quelle del nord sono più piccole della media europea e al sud sono più piccole della media italiana. E ultimamente i margini operativi netti sono più bassi e stanno facendo meno investimenti in ricerca e innovazione rispetto a quelle del nord. Era il momento di spingere sull’industrializzazione, non di inserire la retromarcia.

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