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Perché Pd e Forza Italia sono come i Ds e la Margherita nel 2006

L’asse tra Di Maio e Salvini ci ricorda che il grande discrimine delle alleanze riguarda l’Europa. Le coalizioni si costruiscono così. Le legislature si governano su questo spartiacque. E forse anche i partiti futuri non potranno prescindere dalla nuova divisione del mondo

19 Marzo 2018 alle 08:29

Perché Pd e Forza Italia sono come i Ds e la Margherita nel 2006

Alla fine di questa settimana, quando i nuovi deputati e i nuovi senatori della Repubblica sceglieranno a chi affidare la guida di Montecitorio e di Palazzo Madama, capiremo forse qualcosa in più rispetto al destino che avrà l’unica maggioranza politica presente in questa legislatura, ovvero quella formata da Lega e Movimento 5 stelle (al Senato, la Lega ha 59 senatori, il M5s ne ha 112, sommati siamo a 171, la maggioranza è a 161 e con 171 senatori di maggioranza, volendo, si governa per cinque anni). Dire che questa sia l’unica maggioranza naturale possibile non significa dire che sarebbe la maggioranza che occorrerebbe al paese per avere un futuro più roseo e non ci vuole molto a capire che un governo che punta a demolire tutte le riforme che hanno permesso negli ultimi anni all’Italia di ripartire è un governo destinato a essere il simbolo di una larga intesa dell’irresponsabilità. Ma dire che questa maggioranza sia l’unica che potrebbe aiutare a fare chiarezza nel nostro paese è un ragionamento diverso che merita forse di essere messo a tema. L’unione tra Lega e Movimento 5 stelle, che sul ruolo che deve avere lo stato in economia hanno certamente visioni diverse ma che su Europa, euro, vaccini, pensioni, lavoro, dazi, protezionismo hanno idee piuttosto coincidenti, aiuterebbe l’Italia a diventare una splendida barzelletta europea ma potrebbe essere un sacrificio necessario per provare a fare una volta per tutte chiarezza nel nostro paese.

 

Queste elezioni, anche se Forza Italia ha fatto finta di non accorgersene, hanno dimostrato che il vero bipolarismo oggi non è tra destra e sinistra, e non è neanche tra populisti e antipopulisti, in fondo sono tutti un po’ populisti, ma è, molto semplicemente, tra partiti che vedono nell’Europa un alleato per la crescita e tra i partiti che vedono nell’Europa una minaccia per la crescita. Sappiamo bene che l’antieuropeismo è spesso uno strumento utilizzato con disinvoltura dai partiti di protesta per evitare di affrontare i veri temi che andrebbero messi a fuoco per dare delle risposte serie ad alcuni problemi reali (è più facile parlare dei burocrati europei che parlare delle inefficienze dell’Italia, è più facile parlare dei trattati europei che parlare della non produttività dell’Italia, è più facile parlare del tre per cento che parlare della spesa improduttività dell’Italia). Ma per quanto ci si possa girare attorno la vera divisione del mondo oggi è questa e sarebbe bene accettarla una volta per tutte.

 

La Lega e il Movimento 5 stelle sono due partiti profondamente antieuropeisti (come ha ricordato venerdì scorso sul Foglio il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia). E non c’è “svolta moderata” di Salvini (o di Di Maio) che possa permettergli di cancellare quanto scritto nero su bianco nel proprio programma: “L’euro – ha scritto la Lega – è la principale causa del nostro declino economico, una moneta disegnata su misura per Germania e multinazionali e contraria alla necessità dell’Italia e della piccola impresa. Abbiamo sempre cercato partner in Europa per avviare un percorso condiviso di uscita concordata. Continueremo a farlo e, nel frattempo, faremo ogni cosa per essere preparati e in sicurezza in modo da gestire da un punto di forza le nostre autonome richieste per un recupero di sovranità”.

 

Un governo tra Lega e Movimento 5 stelle rappresenterebbe un grave pericolo per la nostra economia e forse anche per la nostra democrazia – a proposito di sovranismo: l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada sta facendo bene alle imprese italiane del settore agroalimentare e nei primi tre mesi di vigenza del CETA i risultati, con un export cresciuto in questi tre mesi del 9 per cento, ci dicono che un’apertura dei mercati non indebolisce ma aiuta i nostri mercati. Ma darebbe la possibilità all’Italia di capire in tempi rapidi chi sta dalla parte dell’Europa e chi invece sta contro.

 

Un orrendo governo Di Maio e Salvini – orrendo ma naturale: la democrazia non è come X-factor e chi vota deve avere il diritto di ricordarsi che votare per un partito ha sul paese un impatto diverso dal voto per una band – potrebbe poi aiutare l’opposizione al governo dello sfascio a ragionare definitivamente su un punto politico che ora dopo ora sembra essere sempre meno rinviabile: cosa è necessario fare per evitare che Salvini e Di Maio siano simbolo di un nuovo bipolarismo? I tempi per questo ragionamento non sono ancora maturi ma per rispondere a questa domanda vale la pena ragionare su una serie di punti sollevati mercoledì scorso sul Corriere della Sera da Angelo Panebianco. Panebianco ha riflettuto sul perché, in Italia, “il centro del sistema politico, quello da cui dipende, a ogni latitudine, la stabilità di una democrazia, si sia improvvisamente svuotato”. E nel farlo ha offerto una chiave di lettura interessante. “Lo svuotamento del centro politico, naturalmente, ha anche una causa che con gli errori di Renzi e di Berlusconi ha poco a che fare. E’ quel malessere proprio di tante democrazie occidentali che spinge oggi molti elettori a premiare movimenti di pura protesta, movimenti antisistema. La colpa di Renzi e di Berlusconi è stata quella di non avere agito nel modo più assennato, quando ne avevano l’opportunità, per riformare le regole del gioco in modo da contenere, da tenere a bada, le spinte antisistema”.

 

Panebianco ha ragione quando nota che l’eccezionalità italiana è quella di non avere una casa capace di essere accogliente per tutti gli elettori lontani dal lessico antisistema. Ma il punto che andrebbe approfondito è se il centro politico si è svuotato perché non esiste più o si è svuotato perché non è stato ben rappresentato. E se la risposta a questa domanda è che non è stato ben rappresentato è facile capire che qualora dovesse nascere un governo degli sfascisti un’opposizione seria, matura e responsabile non potrebbe prescindere da un elemento cruciale: evitare di disperdere le energie e creare, tutti insieme, una nuova casa antisfascista. Se è necessario anche con un nuovo partito.

 

Il Pd (18,7 per cento) e Forza Italia (14 per cento) oggi si trovano in una condizione non così diversa rispetto a quella in cui si trovavano Ds e Margherita nel 2006 (che prima di fondersi nel Pd valevano rispettivamente il 17 e il 13 per cento).

 

Immaginare oggi un nuovo soggetto politico è forse prematuro ma se Lega e Movimento 5 stelle dovessero mettersi insieme per andare al governo, Forza Italia sarebbe costretta a rispondere a una domanda: alleandosi con la Lega ha dato la possibilità a un partito che vale meno del 20 per cento di contare come se avesse preso il 36 per cento e forse mai come oggi è evidente che un partito che vuole evitare di mandare al paese i campioni della protesta deve scegliere prima delle elezioni da che parte stare. Il centro politico dell’Italia oggi non è rappresentato ma quando si andrà a rivotare il tema sarà sempre quello: le forze antisistema hanno due case in cui riconoscersi, con tutti gli altri che vogliamo fare? Mettersi in cammino potrebbe essere una buona idea. E costruire due coalizioni sull’Europa forse è il destino inevitabile di questa legislatura.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    19 Marzo 2018 - 14:02

    Per restare in argomento: ma le pare che il nostro modo d'intendere e fare politica ci possa accreditare come interlocutori affidabili, credibili e sicuri? L'UE in Germania, Francia e pure Spagna e Regno Unito, vede e percepisce entità nazionali affidabili. Il separatismo catalano è morto a Bruxelles: l'abbiamo capito.? Concludendo: non riesce, l'UE, a prenderci sul serio. Nel complesso dei fattori che determinano i rapporti di forza reali, ha molta importanza. Spetta noi, se ce la faremo, uscire dall'immagine, magari pregiudiziale, ma comunque avvertita, della terra degli eterni Guelfi e Ghibellini. Speriamo che il momento attuale ci possa aiutare a capire che così messi, in Europa saremo sempre ancelle. A' da passà a nuttata.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    19 Marzo 2018 - 14:02

    Al direttore – Appare un po’ tirata per i capelli la sua analisi. Europeisti e Contrari. Se Bruxelles facesse sapere a Di Maio che il reddito di cittadinanza lo possono fare senza timore di sanzioni e richiami e ritorsioni dei mercati, i penta diventerebbero subito sfegatati europeisti. Idem per la Lega se gli garantissero di poter fare la flat. Il sentimento ideale dell’Unione Europea, come progetto politico condiviso e unitario è una nobile astrazione. Un suggestivo paternostro che si scontra con la “vacca vita boia” della realtà, reale o percepita, cambia nulla, di chi vede, percepisce nell’UE solo un occhiuto revisore di conti economici, sempre a favore di Berlino e Parigi. Già alla definizione del cambio lira-euro fu chiaro che non partivamo alla pari con la Germania e la Francia. Questa Europa, a parole, da Macron in giù, tutti dichiarano che ha bisogno di aggiustamenti. Ma i reali rapporti di forza in campo non sono parole. Le dritte le danno loro.

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  • lorenzolodigiani

    19 Marzo 2018 - 11:11

    Leggendo il suo articolo, caro Cerasa, rifletto sul fatto che Berlusconi ha compiuto due errori di estrema gravita’. Ha contribuito alla rottura del patto del Nazareno ed alla conseguente vittoria del No al referendum costituzionale. Ha dato vita ad una coalizione con la lega di Salvini, il lepenista Salvini, l’antieuropeo Salvini, Salvini diverso da Zaia e Maroni, ma politico di indiscussa abilita’. Questa coalizione gli si sta ritorcendo contro, ponendolo in una condizione di dipendenza a lui sconosciuta e difficile da sopportare. Immaginare un nuovo progetto politico che coinvolga Pd e Forza Italia e’, come lei ha detto prematuro. Di maggiore attualita’, ma a mio parere improbabile, un governo Lega e 5 stelle, barzelletta per l’Europa e minaccia per l’Italia. del No al refefe

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  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    19 Marzo 2018 - 11:11

    La prospettiva di Forza Italia credo sarà quella di non sopravvivere al suo fondatore, e l'elettorato confluirà in gran parte sulla Lega, perché dopo anni di alleanza e di condivisione di programmi è il partito più affine Il tasso di europeismo è solo uno dei parametri, e non ha senso basarsi solo su quello. Per cui, anche se qualche reduce dovesse ripetere l'errore che fecero i "cattolici" della Margherita di fondersi con gli atei dei DS per fondare il PD, penso che farebbero pochi danni, scivolando nell'ininfluenza. Per quanto riguarda il governo, non vedo Salvini assumere un ruolo ancillare verso i 5S (che deriverebbe dal peso parlamentare), oltretutto in materia economica (flat tax vs. reddito di cittadinanza) e soprattutto sociale sono troppo distanti. Per i temi europei, a parole tutti vorrebbero cambiamenti, solo che se non hai un piano B i franco-tedeschi non ti ascolteranno. Applicassero la legge Fornero in tutta Europa, per vedere cosa ne penserebbero allora i soloni europei

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