Un giusto processo a Renzi

Claudio Cerasa

Il punto da cui partire forse deve essere questo e alla luce delle discussioni avute ieri in Direzione non si può che cominciare da qui: quello che abbiamo visto negli ultimi cinque anni, a sinistra, è stato non necessario o è stato non sufficiente? La clamorosa sconfitta registrata dal Partito democratico alle elezioni del 4 marzo ha avuto l’effetto non solo di costringere Matteo Renzi alle dimissioni da segretario – formalizzate ieri con due righe inviate al vicesegretario Maurizio Martina – ma anche di aprire un importante processo su quello che sono stati gli ultimi cinque anni vissuti dal Pd.

 

In questi giorni sono stati passati in rassegna i molti errori commessi da Matteo Renzi negli ultimi anni. E in tanti hanno giustamente fatto notare – oltre alla cattiva gestione della campagna referendaria (e senza il litigio con Berlusconi del 2015 la storia oggi sarebbe diversa) – il tentativo non riuscito da parte dell’ex presidente del Consiglio di reinventarsi dopo la batosta del 4 dicembre (riavvolgete il nastro e pensate a cosa sarebbe successo se il 5 dicembre 2016 Renzi avesse lasciato tutto); la gestione non efficace di un partito diventato più simile a un comitato elettorale che a un corpo intermedio (fino al punto da dover invidiare a non partiti come il Movimento 5 stelle la loro capacità di radicamento sul territorio); il tentativo fallito di rinnovare un pezzo di classe dirigente del partito (sotto Roma, ormai, il Pd è un partito che spesso vale poco più di quanto valeva Scelta Civica di Monti nel 2013, anche se in questi anni in realtà la classe dirigente della sinistra ha prodotto moltissimi talenti: da Gentiloni a Minniti passando per Calenda, Sala, Nardella); e l’incapacità di giocare la partita del Costruttore con la stessa forza con cui nel passato giocò la partita del Rottamatore (Renzi ha intercettato prima di altri le opportunità offerte dall’epoca della disintermediazione ma non è riuscito poi a portare fino in fondo la battaglia per la rigenerazione di alcuni importanti corpi intermedi, come per esempio il sindacato dei lavoratori).

 

Gli errori commessi da Renzi negli ultimi cinque anni – non ultimo quello di aver ceduto con frequenza alla tentazione di combattere l’antipolitica grillina con dosi uguali e contrarie di antipolitica renziana – sono sotto gli occhi di tutti. Ma se si accetta di fare quello che gli avversari di Renzi chiesero di fare a Renzi nel 2016 prima della disfatta referendaria, e se si cerca cioè di concentrarsi meno sul politico Renzi e più sulle politiche di Renzi, si avrà la possibilità di capire che il problema vero del Pd di oggi in fondo è questo: quello che è stato fatto anche con coraggio in questi cinque anni non è stato sufficiente ma era semplicemente necessario. E chiunque proverà – se ne avrà la forza – a rigenerare ciò che resta della sinistra italiana non potrà non fare i conti con alcuni valori che oggi non possono essere più negoziabili per un partito che sogna di diventare da qui ai prossimi anni la casa di molti di quegli elettori che non si riconoscono nel ribellismo di Luigi Di Maio e nell’antieuropeismo di Matteo Salvini. Messo per il momento da parte Renzi, la sinistra forse può finalmente interrogarsi senza isterismo, senza personalizzazioni, sul fatto che rispetto a un’epoca precedente oggi ci sono delle nuove coordinate di cui non si può fare più a meno e di cui in una certa misura si dovrebbe essere orgogliosi, a meno non di non voler entrare rapidamente nell’èra della Repubblica dei Pif – dove le idee giuste diventano immediatamente quelle vincenti e le idee perdenti diventano immediatamente quelle sbagliate.

 

Le elezioni del 4 marzo, in fondo, ci hanno detto che queste idee oggi sono altamente minoritarie in Italia ma un soggetto politico che punta a modernizzare il paese senza voler speculare sulle paure degli italiani oggi non può rinunciare all’idea che una sinistra moderna debba essere guidata da quelle che possono essere considerate, pur nella sconfitta, le stelle fisse di un riformismo sano e alternativo allo sfascismo culturale. Lasciamo da parte ogni ragionamento sull’ottimismo e concentriamoci sulla ciccia. Si può più prescindere da una sinistra che prova a combattere la povertà senza combattere la ricchezza? Si può più prescindere da una sinistra che che prova a combattere la disoccupazione senza demonizzare la flessibilità? Si può più prescindere da una sinistra che considera la riduzione delle tasse non un’offesa ai poveri ma al contrario un formidabile strumento di lotta contro le diseguaglianze? Si può più prescindere da una sinistra che prova occuparsi di giustizia senza considerare il garantismo un sinonimo di gargarismo? Si può più prescindere da una sinistra che considera la politica degli sgravi alle imprese non come un velenoso ammiccamento verso una forma di liberismo sfrenato ma come un giusto tentativo di combattere la disoccupazione provando a creare lavoro non limitandosi a creare assistenza? Si può più prescindere da una sinistra che considera l’Europa come un sogno a cui aspirare e non come un incubo da cui fuggire? Si può più prescindere da una sinistra che considera l’incapacità della nostra democrazia a essere pienamente decidente come una delle principali ragioni della proliferazione del populismo?

 

I valori non più negoziabili della sinistra anti grillina nel dopo Renzi

E si può più prescindere da una sinistra che non gioca con la scienza, che non gioca con i vaccini, che non cede al complottismo, che non scherza con l’euro, che non cincischia con il protezionismo, che non sputa sulla democrazia rappresentativa, che non specula sulla gogna e che prova persino a ragionare sull’immigrazione senza illudersi che un paese non abbia confini da proteggere e da governare? La risposta è semplice: no. Chiunque abbia a cuore il futuro della sinistra può giustamente interrogarsi sul delta, sulla differenza che c’è stata in questi anni tra l’enunciazione dei valori e la realizzazione dei princìpi. Ma nessun giusto processo a Renzi può cominciare senza avere in testa l’idea che una sinistra che rinuncia a questi princìpi diventa semplicemente una sinistra che sceglie di consegnarsi per sempre all’incubo del grillismo. Il grande merito di Renzi in questi anni, al netto degli errori che abbiamo descritto, è quello di aver messo la sinistra italiana su un piano esplicitamente opposto a quello grillino. E non è un caso che oggi a spingere il Pd verso le forche a cinque stelle siano gli stessi osservatori che per anni hanno provato a dimostrare che rispetto al grillismo la sinistra non deve essere alternativa ma semplicemente complementare. Naturalmente, le idee giuste non diventano cattive solo perché prendono pochi voti (e ci sentiremmo di dissentire dal simpaticissimo D’Alema che in un’intervista rilasciata al Corriere la scorsa settimana ha affermato che “Liberi e uguali deve essere la forza propulsiva del nuovo centrosinistra”) e anche se può sembrare paradossale, pur nella sconfitta, oggi la situazione del Pd è più centrale che mai per l’Italia che non si riconosce nei Salvini e nei Di Maio: il progetto del Pd forse non ha più senso (forse bisogna andare Oltre) ma il posizionamento del Pd (vale anche per questa legislatura) non è mai stato così importante. La sinistra del dopo Renzi, anche rispetto alle sue traiettorie di governo, deve scegliere tra una delle tre strade possibili. Esistere. Resistere. Desistere. Se la sinistra non vuole essere ostaggio della Repubblica del Pif – di chi la vuole cioè consegnare al mostro grillino per farla desistere – deve capire che ogni giusto processo a Renzi non può prescindere da un elemento di valutazione chiaro e sincero: la domanda giusta per capire gli ultimi cinque anni della sinistra italiana non è chiedersi se quanto fatto sia stato necessario ma perché non sia stato sufficiente. Se si vuole provare a dare ancora un senso a questa storia, forse non si può che ripartire da qui.

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