Tutti gli uomini e le donne di Giggino

Valerio Valentini

Per Matteo Renzi, magico era – e forse resta – il giglio. Per tutti gli altri, da Silvio Berlusconi a Umberto Bossi, giù giù fino a Matteo Salvini, più prosaicamente era il cerchio. Quando si trattò di attribuirne uno alla sindaca di Roma, si parlò di “raggio”, nel rispetto del cognome di Virginia. In riferimento a Luigi Di Maio, invece, la formula ancora non è stata trovata: e chissà che non sia anche questo un indizio di come il potere e l’importanza dell’ex stewart dello stadio San Paolo assurto a vicepresidente della Camera dopo aver raccolto 189 click, e poi divenuto il capo politico di un Movimento che ora rivendica incarichi di governo forte di 11 e passa milioni di voti, siano cresciuti in modo così improvviso e poderoso, non permettendo che nel frattempo si producesse la giusta letteratura al riguardo. In ogni caso, anche il candidato premier pentastellato ha i suoi uomini di fiducia: suoi, quantomeno, nel senso che gli stanno sempre accanto, suoi nel senso che sono le poche persone cui Di Maio delega mansioni importanti, anche se in effetti, a guardare la carriera dei membri di questa militaresca brigata, tocca evidenziare come siano stati più che altro imposti, o suggeriti, a Di Maio stesso. Geometrica potenza della Casaleggio & Associati: che tutto monitora e tutto gestisce, di quel accade nel M5S, e che dunque arruola e istruisce persone anche per conto del suo supposto cavallo di razza.

 

Pietro Dettori

Pietro Francesco, in realtà, visto che lui il trauma del secondo nome non ce l’ha affatto, e anzi pare che ci tenga a vederlo specificato. È nato a Cagliari, nel 1986: maturità classica e poi laurea a Bologna, in Scienze della comunicazione. Doveroso partire da lui, in questa rassegna: e non è un caso che si tratti di un pedina fondamentale sullo scacchiera dell’azienda di via Morone. Alla quale Dettori arriva nel marzo del 2011, dopo varie esperienze di web editor e social media manager. Sull’origine del primo contatto non c’è chiarezza: la versione più accreditata è che il padre di Francesco, imprenditore sardo, fosse grande amico di Gianroberto, uno che del resto di amicizie ne cercava e ne coltivava il meno possibile. Dura poco, però, la prima permanenza nella Casaleggio: dopo nove mesi lascia e fa altre esperienze, per un periodo si trasferisce anche a Praga (e a Praga andrà anche suo fratello Marcello, qualche anno dopo, tornandovi con la voglia di aprire un sito che, specie all’inizio, si caratterizza per le sue tendenze filoputiniane spinte). Poi, nel luglio del 2012, il gran ritorno. Assume subito un ruolo centrale: è lui che spesso scrive e cura i post che compaiono sul blog di Beppe Grillo, è lui tavolta a titolarli in modo assai provocatorio. Il passaggio di consegne tra Gianroberto e Davide coincide anche con la progressiva acquisizione di centralità di Dettori: ed è tuttora lui, il più delle volte, a fare da paciere quando il giovane Casaleggio e l’anziano Beppe litigano di brutto. Dal maggio del 2016 è entrato nell’Associazione Rousseau, il vero cervello operativo del Movimento: c’è chi dice che Casaleggio lo abbia traslocato lì per esternalizzare un po’ dei costi del personale della sua srl, ma quel che è certo è che non si è trattato di una scelta fatta nella mera ottica del risparmio. Di Rousseau, Dettori ne è responsabile editoriale, oltreché novello socio. E’ onnipresente: i parlamentari che possono permetterselo, cioè i più illustri, se non vogliono passare per gli uffici di comunicazione di Camera e Senato (leggasi: Ilaria Loquenzi e Rocco Casalino) per risolvere qualche bega coi giornali è a lui che si rivolgono. E quando a quegli stessi parlamentari si chiede, ingenuamente, di spiegare l’irresistibile ascesa di Dettori, capita di sentirsi rispondere con mirabile sinteticità: “E’ che Pietro qua dentro sa i cazzi di tutti”.

 

Vincenzo Spadafora

Se c’era uno, nello staff di Di Maio, al cui curriculum si sarebbe forse dovuto guardare per capire che la stagione dell’apertura agli altri partiti sarebbe presto arrivata, questo era Spadafora. Funambolo del trasformismo, straordinario promotore di se stesso, sempre pronto a fare il grande passo ma sempre abile nel ritrarsi al momento giusto, l’ex presidente di Unicef, nato ad Afragola nel 1974 – a dieci chilometri e dodici anni di distanza dall’approdo al mondo di Di Maio, avvenuto in quel di Pomigliano – ha attraversato stagioni e partiti con una invidiabile capacità di autoconservazione. Cresciuto, racconta sempre lui, in mezzo al puzzo dei roghi tossici della “terra dei fuochi”, a dieci anni decide d’entrare in seminario a Frattamaggiore, vicino casa sua. Dura poco, quell’esperienza, anche se l’amicizia col prete che lo assiste in quei giorni – Don Ottavio, gesuita, non del tutto alieno a frequentazioni importanti, in Vaticano – resterà a lungo. Dopo la maturità classica parte come missionario laico in Africa, e intanto scopre la passione per la politica. Nel 1998 è segretario particolare del mastelliano governatore campano Andrea Losco, poi passa nello staff di Alfonso Pecoraro Scanio, nei Verdi. Francesco Rutelli lo conosce a inizio Anni Zero, nell’ambito di un progetto dei giovani della Margherita: e deve riuscire a mettersi in luce, Spadafora, se nel 2006, appena diventa ministro dei Beni culturali, l’ex sindaco di Roma lo chiama a guidare la sua segreteria. Ma Spadafora si muove bene anche negli ambienti del centrodestra. Divenuto presidente dell’Unicef nel 2008, conosce e si fa apprezzare dall’allora ministra Mara Carfagna, si ritrova spesso a parlare – intercettato – con Angelo Balducci, “gentiluomo” di Sua Santità poi finito nelle inchieste della cricca romana. È il Pd però a indicarlo come presidente delle Terme di Agnano, società controllata dal Comune di Napoli, e così nel 2010 lui torna nel capoluogo Partenopeo. È in questo periodo che si avvicina all’orbita dei Cinque Stelle, ma più per caso che non per curiosità. Del resto si avvicina anche al nuovo Centro che sembra debba nascere, di lì a poco: bazzica per un po’ Italia Futura, il disgraziato pensatoio di Montezemolo; Scelta Civica, nel 2013, gli propone di candidarsi, lui declina. “Segno che il fiuto politico ce l’ha”, scherza – ma non troppo – chi lo conosce bene. E non a caso, dell’astro nascente del Movimento che ambisce ad arrivare a Palazzo Chigi, Spadafora diventa responsabile delle relazioni istituzionali. Gli è sempre accanto, sia nei viaggi diplomatici sia negli incontri con esponenti della politica, dell’impresa, del clero. Soprattutto del clero. Siederà alla Camera, in questa legislatura: nel suo collegio di Casoria ha sfiorato il 60 per cento. Un plebiscito.

 

Maria Chiara Ricciuti, e gli altri

A differenza di tanti portavoce e capi uffici stampa, che smaniano per farsi notare, che esigono lusinghe e cerimonie per concedere una dichiarazione del loro datore di lavoro, la bella Maria Chiara (foto a sinistra) ama piuttosto passare inosservata. “Non si vede e non si sente”, osservano i giornalisti che hanno a che fare con lei. Ma c’è: sempre. Le è capitato più volte, in questa convulsa campagna elettorale, di trovarsi assediata da cronisti smaniosi di una dichiarazione di Di Maio: e lei è sempre rimasta impassibile, ma cortese e affabile. Tutt’altra cosa rispetto all’irruenza un po’ sgarbata di Rocco Casalino. Romana ma di origini abruzzesi. “Giornalista fuori tempo e fuori epoca”, si definisce lei. Ama i Peanuts e le gonne lunghe. E’ arrivata nello staff del capo politico del Movimento dopo aver lavorato per anni negli uffici della comunicazione dell’Italia dei Valori, la prima forza politica ad affidarsi ai servigi della Casaleggio. Dicono di lei: “Infaticabile lavoratrice, ma gelosa dei suoi spazi e dei suoi tempi”. Al 32 di via Piemonte, il comitato elettorale dell’aspirante premier pentastellato, così come negli interminabili spostamenti da un comizio all’altro, è presenza fissa di una pattuglia ormai collaudata che vede anche l’autista e fotografo Nicola Virzì, l’immancabile Dettori, Cristina Belotti – la discussa responsabile della Comunicazione del gruppo europeo del M5S – e Dario Adamo. E’ quest’ultimo, videomaker nisseno appassionato di cinema ma laureatosi a Bologna in Scienze della comunicazione – all’Alma Mater lui ci arriva mentre Dettori sta per lasciarla – per poi entrare alla Casaleggio e di lì nello staff del Senato, a curare con acribia le pagine social di Di Maio. Ha rimpiazzato, in questa mansione, Silvia Virgulti, la ex sdoganatissima fidanzata dell’aspirante premier. Sognava da first lady, l’esperta di Programmazione neuro-linguistica, ma la patinata storia d’amore si è interrotta a ottobre scorso. Non si è allontanata dall’entrourage ristretto del suo fu cavaliere: “Ma solo per lavoro”, giura chi la conosce. E sarà. Ma a vederla da vicino, sotto al palco, guardare con quegli occhi così rigonfi d’ammirazione il bel Luigi che arringava la folla durante i comizi, nelle settimane passate, non era difficile capire chi avesse lasciato chi, nella coppia.

 

Enrica Sabatini

“L’astro nascente del Movimento”, “la Boschi a Cinque stelle”: è stata definita in tanti modi, tutte formule da lei sopportate senza troppa fatica, e anzi con malcelato compiacimento. Capogruppo in Consiglio comunale a Pescara, la scalata dell’allora trentaduenne portavoce cinque stelle inizia a Celenza sul Trigno, 800 abitanti in provincia di Vasto, dove nell’estate del 2015 arriva il senatore Nicola Morra per un evento dei meet up locali. Lui è il referente nazionale per l’e-learning (qualunque cosa voglia dire), lei una giovane dottoranda esperta in Psicologia dell’apprendimento multimediale. Si presenta, si qualifica, si promuove – qua e là disquisendo, col “professor Morra”, anche di latino e filosofia (il che equivale a mandare Morra in brodo di giuggiole, di solito). E infatti il senatore, pochi giorni dopo la scomparsa di Gianroberto, si ricorda di lei e la ricontatta. Nasce così il fenomeno Sabatini. Docente a contratto nella stessa Università “D’Annunzio” nella quale si è laureata (ma ha lavorato anche per un ateneo telematico, in passato), ha saputo mettersi in luce facendo sfoggio di umiltà e ipercinesia. Da ex commessa in una libreria della sua città (“Ho lavorato alla Feltrinelli per pagarmi gli studi”, racconta), in questi ultimi mesi ha girato l’Italia per raccontare, nelle varie tappe degli “Open Day Rousseau”, di cui è coordinatrice, il funzionamento della piattaforma online del Movimento: parlava dal palco, spiegava, faceva sfoggio di pazienza con gli attivisti meno pratici, e non disdegnava neppure di distribuire e raccogliere questionari e volantini, come l’ultimo degli attivisti. Alla fine in Rousseau ci è entrata, come socia, dopo l’abbandono polemico di David Borrelli. “E da quando c’è lei – raccontano i deputati grillini – Pescara è diventata la capitale del Movimento”. E in effetti è sul litorale abruzzese che si è svolta la tre giorni del Villaggio Rousseau a gennaio, ed è a Pescara che a fine febbraio Alessandro Di Battista ha promosso il nuotatore Domenico Fioravanti, l’oro olimpico di Sidney 2000, a futuribile ministro dello Sport. Non la si è vista molto, nel quartier generale romano di Di Maio, ma Luigi la tiene in somma considerazione, e per tutti è diventata un punto di riferimento costante, benedetta com’è da Casaleggio in persona.

 

I dioscuri e la contabile

Di Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro si è detto e scritto molto. Differenti per temperamento, “Gianni e Pinotto” – secondo il non lusinghiero gergo da chat interna dei consiglieri comunali romani, che se li sono visti arrivare come “aiutanti” della sindaca Raggi dopo lo scioglimento dell’inglorioso direttorio – sono gli unici pseudo-ministri non esterni al Movimento voluti da Di Maio. Il primo è nato a Mazara del Vallo nel 1976, ma si è laureato in Giurisprudenza a Firenze. E a Firenze si è anche candidato sindaco nel 2009: 1,8 per cento dei voti, e vabbè. Nel 2013, sempre dal capoluogo toscano, vince le parlamentarie e entra alla Camera: si fa notare perché è uno dei primissimi a parlare con giornali e Tv, e anche uno dei primi a convincere Casaleggio della necessità di non far parlare i suoi con giornali e Tv, almeno per un po’. (Fa comunque un certo effetto rileggersi la sua prima intervista da neo-deputato: “Non ci faremo fagocitare dal sistema, saremo noi a fagocitare loro. Se il Movimento 5 stelle si alleasse con i partiti, non sarebbe comunque garantita la governabilità, troppe differenze”). Avvocato appassionato di class-action avventurose – tipo quella contro il passante ferroviario della Tav a Firenze – è stato occupato per mesi a convincere qualche illustre giurista a far parte della telegenica squadra di governo. Con Nino Di Matteo a un certo punto sembrava cosa fatta: poi la retromarcia. Della quale, peraltro, si è avvantaggiato lo stesso Bonafede, che ora sogna la scrivania di via Arenula. Assai meno vulcanico, invece, Fraccaro. E forse a persuaderlo all’oculatezza, nel rilasciare dichiarazioni, contribuì il vespaio di polemiche che seppe generare nel giorno della rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale con un messaggio postato sul suo blog: “Oggi è il 20 aprile, giorno in cui nacque Itler (sic). Sarà un caso, ma oggi muore la democrazia in Italia”. Dev’essersi dato una regolata, poi, e pare che si sia fatto apprezzare anche da esponenti di altri partiti, durante il suo mandato di segretario all’ufficio di presidenza di Montecitorio, dove è approdato cinque anni fa. Veneto di nascita ma trentino di adozione, si è laureato in Giurisprudenza nella città del concilio, dove ha lavorato anche come pizzaiolo e garzone al mercato dell’ortofrutta. Da buon grillino, anche lui ha la sua Tav contro cui lottare, quella del Brennero, nonché una causa nobile per cui spendersi: “Lavoro – dichiara – nel campo dell’efficientamento energetico”. Se tutto andrà come Di Maio sogna, spetterà a Fraccaro il dicastero dei Rapporti col Parlamento (cui s’aggiunge la doverosa delega alla democrazia diretta). Poi c’è Laura Castelli (foto a sinistra). Torinese, classe ’86, ha cominciato a fare politica coi Verdi in tempi non sospetti, quando il Movimento era ancora agli albori. Ha lavorato per anni come staffista per Davide Bono, primo eletto grillino al Consiglio regionale piemontese e dominus del M5S in terra sabauda. Poi, nel 2013, il grande salto: candidatura ed elezione alla Camera. Politica sul territorio, quando si tratta di raccogliere consenso, la Castelli sa farne. E non a caso l’unico collegio uninominale conquistato dai grillini in Piemonte è quello di Collegno, il suo comune, dove ha trionfato la sua amica Celeste D’Arrando, fino a ieri semplice attivista. Per molti è quella della figura non proprio esaltante in diretta Tv da Lilli Gruber (“Un referendum sull’Euro? Non dico come voterei”), ma in verità nel Movimento è molto apprezzata. Dicono di lei: “Ha un curriculum assai migliore del suo carattere, e sui temi economici è preparatissima”. E’ lei a seguire le questioni finanziarie più delicate, in Parlamento, ed è lei una delle poche che, anche quando il dialogo con gli altri partiti era tabù – sì, c’è stato un tempo –, parlava con tutti, specie nell’area della sinistra del Pd. Ha avuto un ruolo fondamentale, in questi mesi: ha avvicinato prima, e catturato poi, i ministri del Lavoro e dell’Economia, Pasquale Tridico e Andrea Roventini, ai quali ha anche chiesto una mano nella stesura del programma del M5S. E’ stato proposto anche a lei, di esporsi un po’ di più come papabile membro dell’eventuale esecutivo, ma ha preferito restare un passo indietro.

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