Salvini, il figlio della felpa

Andrea Minuz

Dai talk-show al Vangelo, dalle ruspe alla coroncina del rosario. Ha davvero fatto e detto di tutto il segretario della Lega per costruirsi una leadership ed entrare trionfalmente nella Terza Repubblica

Uscendo dal Teatro Ariston al fianco di Elisa Isoardi in “nude look”, disse che alle elezioni avrebbe fatto “lo stesso share di Sanremo”. Ieri ha compiuto 45 anni e da domenica sera lo cercano tutti. E’ l’altro Matteo. Il rottamatore vero. Quello che ha vinto, anzi stravinto. L’unico cui è riuscito quel che non era mai riuscito a nessuno, anche perché nessuno aveva osato provarci: battere Berlusconi in casa, diventare il leader di un nuovo centrodestra che chiude per sempre i beati anni del bipolarismo. Il capolavoro politico di Matteo Salvini parte da lontano e disegna una traiettoria che in meno di tre anni lo ha visto passare dalle ruspe nei campi rom ai giuramenti sul Vangelo, dalle variopinte felpe Padania Style ai maglioni blu-Marchionne, alle camicie bianche, persino alle giacche, rigorosamente senza cravatta, ma col rosario in tasca. “Penso che Fontana sia un Salvini in giacca e cravatta”, diceva Giorgio Gori un po’ disattento alle camaleontiche, repentine trasformazioni di Salvini. Uno che in vent’anni di attività politica è stato comunista al Leoncavallo, dj a Radio Padania, leghista federalista, leghista sovranista, testimonial dei Marò, nazionalista, antieuropeista, occidentalista in salsa Fallaci, trumpista, lepenista, amico di Putin, mandante morale dei “fatti di Macerata”, xenofobo, razzista che oggi rivendica l’elezione di Toni Iwobi, primo senatore nero del Parlamento italiano che si fa fotografare con la T-shirt “Salvini uno di noi”, ma soprattutto, “orgogliosamente populista”, come dice lui. Ha fatto e detto tutto quello che c’era da fare e da dire per costruirsi una leadership in una Terza Repubblica in cui “non ci sono più destra e sinistra” ma solo Salvini, Di Maio e un eventuale progetto capace di radunare i moderati che al momento non si vede. Nel frattempo, Salvini sogna in grande e vorrebbe Franco Baresi presidente della Repubblica. I voti li trova di sicuro.

 

In vent’anni di attività politica è stato leghista federalista, leghista sovranista, antieuropeista, trumpista, lepenista, amico di Putin

Prima ancora di vincere alle urne, Salvini ha vinto nei talk-show, su Facebook, nelle tv nazionali, in quelle locali, alla radio, orchestrando uno spossante “hatespeech” nazional-popolare costruito in funzione del proporzionale nell’epoca della post-democrazia, dunque plastico, modulabile, imprendibile. Ha copiato Grillo dando vita a un blog che si chiama “Il populista” e ha preso Renzi come modello da non imitare, togliendo via anzitutto il tema dell’identificazione generazionale. Salvini e Di Maio infatti sono due giovani vecchi. Tutte le Orietta Berti d’Italia gli vogliono bene e Salvini va a messa “due volte al giorno”, anche se non si capisce bene dove trovi il tempo. Se Di Maio ha fatto lo steward allo stadio e il “webmaster”, Salvini vanta un periodo da Burghy e cartelli stradali montati in Trentino. Gli piace mangiare, dormire, pescare, non fa sport, prende molto Aulin e ha “il gomito del tennista” anche se non gioca a tennis. Salvini e Di Maio non vogliono incarnare nessun conflitto tra generazioni. A differenza di Renzi, la loro scalata politica è stata raccontata senza dare la minima enfasi alla giovane, scintillante età dei due (un po’ meno quella di Salvini, parecchio quella di Di Maio, almeno per gli standard italiani). Entrambi insomma non sanno che farsene del principio di base della “rottamazione”, a meno che non sia interamente rivolto alla casta o a Bruxelles, solo che a quel punto è un termine opaco, sbiadito, pruriginoso, inservibile. Vuoi mettere con “tutti a casa” o “prima gli italiani”. Ma soprattutto nessuno dei due è lì per un progetto di lungo periodo e questo forse è uno degli aspetti più sottovalutati dai commentatori politici ma apprezzatissimo dagli elettori.

 

Per quanto ostentatamente pratico, pragmatico e “cool”, il discorso di Renzi era ancora radicato dentro modelli di progettualità politica del Novecento, con il rispecchiamento tra leader, partito e nazione, lo slancio verso il futuro, la costruzione di un’identità collettiva che avrebbe esportato il modello Leopolda prima nel paese e poi un po’ ovunque nel mondo. Salvini invece non disegna il futuro. Cavalca, sfrutta, amplifica e incendia le emergenze del presente. Sfreccia sullo spirito di tempi incerti e precari in cui non c’è spazio per luminosi riferimenti ai discorsi di Kennedy o Martin Luther King e sa bene che, lungi dall’essere scomparse, destra e sinistra restano due formidabili contenitori vuoti da riempire in base alle esigenze del momento e ai contraccolpi delle elezioni negli altri paesi. “Salvini ha fatto diventare di destra parole d’ordine di sinistra (le maggiori tutele per lavoratori e pensionati) e di sinistra parole di destra (il pugno duro contro l’illegalità nelle periferie più popolari)”, scrivono Alessandro Franzi e Alessandro Madron in, “Matteo Salvini #IlMilitante”, “con il risultato che nelle fabbriche in crisi si è a volte ritrovato a parlare insieme alla Fiom di Landini, mentre a Bruxelles siede dal 2014 con Le Pen e chiede la chiusura delle frontiere agli immigrati”.

 

Ha risollevato il partito con un semplice cambio di nemici: da Roma a Bruxelles, dai meridionali agli immigrati e all’islam

Come Di Maio, Salvini incarna la capacità tutta italiana di stare sempre all’opposizione anche quando si governa, almeno quanto Renzi e in generale il Pd riescono a sembrano establishment anche quando stanno all’opposizione e sprofondano sotto il venti per cento. Con un grande senso tattico che da domenica gli riconoscono in molti ma che due anni fa coglievano in pochi, Salvini ha definito la propria agenda politica come un estenuante contrappunto alla cronaca italiana rielaborata dentro i social e i talk-show. I talk-show sono in crisi, ma l’isterica rappresentazione teatrale della politica che mandano in scena tutti i giorni non lo è affatto e il voto di domenica è lì a dimostrarlo. Negli ultimi tre anni, Salvini e Di Maio (o in alternativa Di Battista) hanno tenuto in piedi gli ascolti dei talk garantendo dopo ogni apparizione un buon titolo per i giornali e nel frattempo costruendosi, in modi diversi ma speculari, una nuova immagine via via più affidabile e potenzialmente governativa. Format come “Quinta colonna” o “Piazza pulita” sembravano disegnati su misura per Salvini e Di Maio che, più che ospiti, funzionano come i veri contenuti della trasmissione. Matteo Salvini, “federatore unico dei talk-show” (come lo ha definito il direttore di questo giornale) è anzitutto un maestro dell’ipotiposi. Quando dice “L’Africa in Italia non ci sta”, tutti vediamo un continente gigantesco in sovrimpressione su una piccola penisola incapace di contenerne anche un ventesimo. Altre volte disegna. C’è una puntata di “Quinta colonna” del 2016 in cui Salvini si alza, prende i pennarelli, va alla lavagna, scrive cose, spiega “i numeri dell’immigrazione” e conclude il lunghissimo intervento dicendo che “qui il cattivo non è Salvini, il cattivo è il fenomeno che dà da mangiare alle cooperative”. D’altronde, interventi come questo diventano delle pillole che se ne vanno a spasso su YouTube come un ciclo di lezioni di Matteo Salvini sui “numeri dell’immigrazione” con lui che spiega le cose alla lavagna come un maestro Manzi di destra.

 

Lasciandosi alle spalle le ruvidezze padane del primo federalismo, Salvini si è costruito un profilo nazional-popolare alternativo ma neanche poi così tanto al nazional-popolare “upper class” dei salotti di Fazio o a quello trash di Barbara D’Urso. Nell’home page del sito “Salvini premier” campeggia il video, “Katia Ricciarelli legge La Rabbia e l’Orgoglio”, la musica che preferisce è quella di Vasco Rossi, Luigi Tenco, Fabrizio De André, ama i libri di Mauro Corona, elettore da sinistra dell’M5s che Salvini vorrebbe ministro dell’Ambiente o ancora meglio della Montagna. Posa nudo sulla copertina di “Oggi” perché “è un settimanale che viene letto soprattutto dalle donne che magari non si interessano di politica”. Su Instagram, non si fa i selfie con Elisa Isoardi, la nostra prossima risposta a Melania Trump, ma si immortala con “Open” di Agassi perché “chi non lotta, chi si arrende, chi non vota ha già perso la sua partita”. Come Chiara Ferragni, Salvini racconta per immagini i suoi tour in giro per l’Italia e per il mondo: Salvini a Traversetolo tra i prosciutti di Parma, Salvini che mangia le trofie al pesto a Genova, le lumache col porro di Cervere a Cuneo, la pizza trapanese a Trapani, la pizza napoletana a Pendino, i tortelli con la coda a Piacenza e tutti gli altri sapori “del territorio”, perché Salvini ci ricorda che il kilometro zero, caposaldo della sinistra botturiana e slowfoodista, è da sempre l’essenza del nazionalismo, dell’autarchia, del populismo, insomma di Matteo Salvini. Se neanche quelli che vogliono la società aperta difendono McDonald e la straordinaria invenzione dei surgelati, allora Salvini si riprende quello che è suo e sta anche meglio addosso a lui.

 

Prima ancora di vincere alle urne, ha vinto nei talk-show, in tv, alla radio, su Facebook. Uno spossante “hatespeech” nazional-popolare

Salvini usa i social come se fosse Batman: “Gran parte delle iniziative e delle battaglie derivano da realtà che mi vengono segnalate direttamente su Facebook: la situazione di quell’ospedale o di quella scuola, quella strada che è stata finita, quel commerciante in difficoltà, ma ci sono pure le mail, le lettere, le persone fisiche che incontro ai mercati”. Così Salvini può partire dalla difesa delle castagne di Brentonico e in due mosse arrivare a Hitler: “Quando all’Italia chiudi l’agricoltura, l’allevamento, la pesca, quando a un paese togli produzione e ricchezza, quel paese diventa schiavo. Io veramente sono preoccupato perché oggi i nazisti stanno lì. Bruxelles è il quarto Reich” (Salvini, 2013).

 

Matteo Salvini ha preso un partito moribondo, travolto dagli scandali e lo ha sganciato da una dimensione locale che stava diventando sempre più asfittica per proiettarlo nel cerchio magico dei populisti sovranisti con un semplice cambio di nemici: da Roma a Bruxelles, dai meridionali agli immigrati e all’islam, con un punto di vista sul mondo ancorato sempre in Brianza, perché Salvini è glocal. Nonostante le forsennate, accorate letture di Macerata, ha dimostrato (se mai ce n’era bisogno) che il fascismo non è esattamente la prima emergenza d’Italia e anzi rischia di essere percepito come un allarme vagamente surreale in un paese che è andato a votare con una scheda elettorale che sembrava un murales bolognese del ’77, tra falci e martello, pugni chiusi, stelle rosse che sfilavano da un simbolo all’altro. A destra di Salvini, l’emergenza fascismo ha prodotto un testa a testa tra CasaPound e Il popolo della famiglia sul filo dello 0,8 per cento. A sinistra del Pd invece c’è la morte, il nichilismo, il Venezuela, D’Alema che ride o Michele Emiliano che preme per un’alleanza di governo coi Cinque stelle, dando voce a quella marea di voti che da sinistra in questi anni si sono spostati verso Grillo, inseguendo gli avanzi della questione morale, del conflitto sociale, della sindrome da purezza, preparando il terreno per le ultime uscite di Scalfari sulla nuova “sinistra moderna” a trazione Di Maio. Quanto a Salvini, il federalismo può attendere anche perché al momento non ce n’è più bisogno.

 

Non disegna il futuro. Cavalca, sfrutta, amplifica e incendia le emergenze del presente. Parla con la Fiom, a Bruxelles siede con Le Pen

Il paese si è spaccato in due da solo. A tenerlo insieme ci prova questa specie di nuova “balena bianca” degli esclusi, degli incazzati anticasta, con Salvini al nord e Di Maio al sud. Due forze protettive. Contro la disoccupazione al sud si sbandiera il reddito di cittadinanza, contro l’immigrazione e la pressione fiscale al nord la “flat tax” e la promessa di fucili padani in casa se proprio le cose si mettono male. In un modo sgangherato, fracassone e cialtrone (vedi le coperture per il reddito di cittadinanza), Salvini e Di Maio hanno comunque teso una mano a chi ha paura, a chi chiede protezione immediata. Non hanno domandato sforzi e sacrifici per ritrovarci un giorno tutti insieme in una società più aperta, equa, giusta, anche perché si tratta pur sempre di parlare all’elettorato del cinquanta per cento di share per Montalbano e Don Matteo.

 

“Ma insomma, perché Salvini tira?”, gli domandavano in un’intervista dello scorso anno: “Non me lo spiego”, diceva lui, “non ne ho idea. Non lo so. Forse perché è un momento in cui la gente ha bisogno di persone vere, quindi senza macrostrutture, senza tante filosofie”. Un momento che dura da tanto, un momento di cui non si intravede la fine. Perché tutti i paesi hanno un problema con il populismo, ma solo noi siamo riusciti a costruirne due diversi che si contendono la formazione del governo. Non ci prenderanno mai. Siamo davvero il laboratorio politico dell’occidente. Siamo sempre avanti.

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