D'Alema ora scelga qual è il suo demone

Giuliano Ferrara

Massimo D’Alema mi è tornato simpatico. Mi sembrava vanitoso, velleitario, indisponente. E lo era, Dio se lo era. Probabilmente lo è ancora, ma dopo il 3 per cento in compagnia di quel figurino di Pietro Grasso comincio a valutare, pensando a lui, i miei peccati, che sono diversi ma altrettanto mortali. Dopo la solita intervista-monstre al Corriere, perché Cazzullo parla sempre con lui quando vuole capirci qualcosa, ho ripercorso velocemente una vita di astio (reciproco) che comincia negli anni 70, quando lui era in carriera e io facevo il pazzo, costanti delle nostre vite. Capisco meglio ora perché Guia Soncini lo abbia amato tanto, forse più di Sex and the city. Le donne adorano i perdenti, e D’Alema è il tipo di perdente-calcolatore che in fondo non si può non stimare. I suoi strafalcioni, la sua tigna insopportabile, il suo narcisismo esagerato sono l’altra faccia di quella passione dalla quale dice di non potersi dimettere, la politica. In fondo è anche lui un refoulé che continua a corteggiare la donna amata.

 

Dice che bisogna parlare con i grillini perché un pezzo dell’elettorato di sinistra li ha votati. Non nego che si debba parlare con i grillini intorno a temi come la lotta al privilegio (oops) e la disperazione sociale delle ineguaglianze crescenti (oops). Quello che vorrei fosse precisato è se davvero privilegio e ineguaglianze siano il tema o se non siano invece una risorsa demagogica brutale e nichilista. Chi ha quattrini se la passa bene, come diceva il presidente Mao secondo il mio vecchio e compianto amico Germano Lombardi, ma in Venezuela, modello per Mélenchon e Ale Dibattista, chi non ha quattrini se la passa tragicamente male, e quella non è la patria del liberalismo individualistico e solitario, la cui crisi di legittimità oggi è data per scontata quasi dovunque, dalle aule di Oxford alle conferenze tra gli Emiri di Sarkozy. Privilegio e ineguaglianze è questione per quei paesi, quei miti, quei modelli, quelle nomenclature; da noi si tratta di riforme e di protezioni necessarie in un quadro di crescita. Con i grillini si può parlare per sapere al massimo se abbiano voglia di smettere di essere grillini allo scopo di ottenere i voti necessari a formare un governo. Un dialogo che va intrapreso sapendo che per adesso è tra sordi.

 

C’è poi quella storia che non ha senso fare opposizione quando non ci sono i voti per formare un governo: opposizione a che cosa? Ben trovata. Ma mi domando: ha senso votare se poi chi perde va in soccorso a chi vince con tanta fretta e sciatteria? E poi: siamo sicuri che esista un elettorato di sinistra quando già nel 1994 Berlusconi vinse a mani basse a Mirafiori e ora il vecchio sud trascurato organizza un plebiscito a 5 Stelle pieno di sberleffo per il reddito di cittadinanza? Non è più sensato pensare a ricostruire un soggetto, un partito seriamente riformista, una formazione che sia in grado di promettere il possibile, programmi e alleanze e classe dirigente, con le competenze e la capacità di realizzarlo? In nome della continuità con i suoi ideali di gioventù, che in verità è una rendita oggi anche poco in carne, D’Alema ha fatto tutto quel che ha potuto per vanificare questa prospettiva, chiamatelo boicottaggio dell’Ulivo di Prodi o lotta senza quartiere contro il Pd di Veltroni e poi di Renzi, e non ha avuto in sovrappiù la stoffa per dirimere la questioncella Berlusconi quando era il momento, disperdendosi in banali tatticismi, facendola vedere e poi esibendo la ritrosia della demi-vierge. Ora un bel dialogo per il governo con i grillini sarebbe il cacio sui maccheroni.

 

Ma ho detto che mi è tornato simpatico e non voglio smentirmi. Dice che ha sbagliato a presentarsi a Nardò, ma ciascuno deve inseguire il suo demone. Ben trovata anche questa, ve lo dico io che l’ho inseguito perfino nel Mugello, oltre vent’anni fa, e sono pronto vecchio e scassato a ripresentarmi nel Molise, just in case. Ma insomma, qual è questo demone? Bisogna capirsi. O è l’eterno ritorno dell’identico, il Partito e la Classe e l’esercizio del Potere in nome dell’intrattabilità ideologica contro il privilegio e l’ineguaglianza, oppure è un demonietto minore, la faccia triste del lettore cervantino di libri di cavalleria, ovvero la difesa e lo sviluppo costituente delle democrazie liberali assediate dal disordine delle masse e dagli uomini forti che secondo Sarkozy le condannano a morte. Se D’Alema volesse scegliere, mi tornerebbe addirittura simpaticissimo.

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