Tutti gli uomini e le donne di Giggino
Chi sono le persone di fiducia del candidato premier del M5s, quelle che gli stanno sempre accanto e a cui delega mansioni importanti. Sotto l'occhio vigile della Casaleggio & Associati

Luigi Di Maio (foto LaPresse)
Per Matteo Renzi, magico era – e forse resta – il giglio. Per tutti gli altri, da Silvio Berlusconi a Umberto Bossi, giù giù fino a Matteo Salvini, più prosaicamente era il cerchio. Quando si trattò di attribuirne uno alla sindaca di Roma, si parlò di “raggio”, nel rispetto del cognome di Virginia. In riferimento a Luigi Di Maio, invece, la formula ancora non è stata trovata: e chissà che non sia anche questo un indizio di come il potere e l’importanza dell’ex stewart dello stadio San Paolo assurto a vicepresidente della Camera dopo aver raccolto 189 click, e poi divenuto il capo politico di un Movimento che ora rivendica incarichi di governo forte di 11 e passa milioni di voti, siano cresciuti in modo così improvviso e poderoso, non permettendo che nel frattempo si producesse la giusta letteratura al riguardo. In ogni caso, anche il candidato premier pentastellato ha i suoi uomini di fiducia: suoi, quantomeno, nel senso che gli stanno sempre accanto, suoi nel senso che sono le poche persone cui Di Maio delega mansioni importanti, anche se in effetti, a guardare la carriera dei membri di questa militaresca brigata, tocca evidenziare come siano stati più che altro imposti, o suggeriti, a Di Maio stesso. Geometrica potenza della Casaleggio & Associati: che tutto monitora e tutto gestisce, di quel accade nel M5S, e che dunque arruola e istruisce persone anche per conto del suo supposto cavallo di razza.
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I dioscuri e la contabile
Di Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro si è detto e scritto molto. Differenti per temperamento, “Gianni e Pinotto” – secondo il non lusinghiero gergo da chat interna dei consiglieri comunali romani, che se li sono visti arrivare come “aiutanti” della sindaca Raggi dopo lo scioglimento dell’inglorioso direttorio – sono gli unici pseudo-ministri non esterni al Movimento voluti da Di Maio. Il primo è nato a Mazara del Vallo nel 1976, ma si è laureato in Giurisprudenza a Firenze. E a Firenze si è anche candidato sindaco nel 2009: 1,8 per cento dei voti, e vabbè. Nel 2013, sempre dal capoluogo toscano, vince le parlamentarie e entra alla Camera: si fa notare perché è uno dei primissimi a parlare con giornali e Tv, e anche uno dei primi a convincere Casaleggio della necessità di non far parlare i suoi con giornali e Tv, almeno per un po’. (Fa comunque un certo effetto rileggersi la sua prima intervista da neo-deputato: “Non ci faremo fagocitare dal sistema, saremo noi a fagocitare loro. Se il Movimento 5 stelle si alleasse con i partiti, non sarebbe comunque garantita la governabilità, troppe differenze”). Avvocato appassionato di class-action avventurose – tipo quella contro il passante ferroviario della Tav a Firenze – è stato occupato per mesi a convincere qualche illustre giurista a far parte della telegenica squadra di governo. Con Nino Di Matteo a un certo punto sembrava cosa fatta: poi la retromarcia. Della quale, peraltro, si è avvantaggiato lo stesso Bonafede, che ora sogna la scrivania di via Arenula. Assai meno vulcanico, invece, Fraccaro. E forse a persuaderlo all’oculatezza, nel rilasciare dichiarazioni, contribuì il vespaio di polemiche che seppe generare nel giorno della rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale con un messaggio postato sul suo blog: “Oggi è il 20 aprile, giorno in cui nacque Itler (sic). Sarà un caso, ma oggi muore la democrazia in Italia”. Dev’essersi dato una regolata, poi, e pare che si sia fatto apprezzare anche da esponenti di altri partiti, durante il suo mandato di segretario all’ufficio di presidenza di Montecitorio, dove è approdato cinque anni fa. Veneto di nascita ma trentino di adozione, si è laureato in Giurisprudenza nella città del concilio, dove ha lavorato anche come pizzaiolo e garzone al mercato dell’ortofrutta. Da buon grillino, anche lui ha la sua Tav contro cui lottare, quella del Brennero, nonché una causa nobile per cui spendersi: “Lavoro – dichiara – nel campo dell’efficientamento energetico”. Se tutto andrà come Di Maio sogna, spetterà a Fraccaro il dicastero dei Rapporti col Parlamento (cui s’aggiunge la doverosa delega alla democrazia diretta). Poi c’è Laura Castelli (foto a sinistra). Torinese, classe ’86, ha cominciato a fare politica coi Verdi in tempi non sospetti, quando il Movimento era ancora agli albori. Ha lavorato per anni come staffista per Davide Bono, primo eletto grillino al Consiglio regionale piemontese e dominus del M5S in terra sabauda. Poi, nel 2013, il grande salto: candidatura ed elezione alla Camera. Politica sul territorio, quando si tratta di raccogliere consenso, la Castelli sa farne. E non a caso l’unico collegio uninominale conquistato dai grillini in Piemonte è quello di Collegno, il suo comune, dove ha trionfato la sua amica Celeste D’Arrando, fino a ieri semplice attivista. Per molti è quella della figura non proprio esaltante in diretta Tv da Lilli Gruber (“Un referendum sull’Euro? Non dico come voterei”), ma in verità nel Movimento è molto apprezzata. Dicono di lei: “Ha un curriculum assai migliore del suo carattere, e sui temi economici è preparatissima”. E’ lei a seguire le questioni finanziarie più delicate, in Parlamento, ed è lei una delle poche che, anche quando il dialogo con gli altri partiti era tabù – sì, c’è stato un tempo –, parlava con tutti, specie nell’area della sinistra del Pd. Ha avuto un ruolo fondamentale, in questi mesi: ha avvicinato prima, e catturato poi, i ministri del Lavoro e dell’Economia, Pasquale Tridico e Andrea Roventini, ai quali ha anche chiesto una mano nella stesura del programma del M5S. E’ stato proposto anche a lei, di esporsi un po’ di più come papabile membro dell’eventuale esecutivo, ma ha preferito restare un passo indietro.