La geografia del Pd

David Allegranti

Roma. La tensione sul Pd dopo la legnata di domenica scorsa è enorme. Il partito è al 18 per cento ma i suoi parlamentari fanno gola a tutti per comporre una maggioranza di governo. Magari Pd-Cinque stelle, ipotesi che il segretario dimissionario Matteo Renzi rifiuta nettamente e che potrebbe essere discussa in direzione – insieme ad altro – lunedì prossimo. Esclusi gli eletti all’estero, il M5s porta 112 senatori, la coalizione di centrosinistra 57 (tra cui però ci sono anche Pier Ferdinando Casini ed Emma Bonino): il totale sulla carta fa 169 e la maggioranza assoluta 161. I numeri apparentemente ci sono ma il Pd dovrebbe votare compattamente questo esecutivo, non semplicemente dare l’appoggio esterno. Comunque, il Pd dovrà decidere cosa fare con i suoi voti, anche se Renzi ha già dato la sua indicazione: l’opposizione. Se però le cose dovessero assumere toni ancora più drammatici e ci fosse bisogno di contarsi, bisogna anzitutto capire quali sono gli equilibri all’interno dei gruppi parlamentari dopo le elezioni. Quanti sono i renziani? E gli orlandiani? Il Foglio ha analizzato la distribuzione del Pd al Senato. Naturalmente, il gruppo più consistente è quello dei renziani. Non deve stupire, la pre-selezione delle candidature – che aveva fatto arrabbiare molti, anche nella minoranza – è stata fatta da Renzi e da Luca Lotti.

 

Renzi porta a Palazzo Madama almeno 34 senatori: Mauro Marino, Mino Taricco, Alan Ferrari, Petra Agnelli, Renate Prader, Simona Malpezzi, Alessandro Alfieri, Tommaso Nannicini, Eugenio Comincini, Andrea Ferrazzi, Tommaso Cerno, Daniele Manca, Teresa Bellanova, Salvatore Margiotta, Ernesto Magorno, Davide Faraone, Valeria Sudano, Giuseppe Cucca, Matteo Richetti, Andrea Marcucci, Caterina Bini, Francesco Bonifazi, Nadia Ginetti, Dario Parrini, Stefano Collina, Edoardo Patriarca, Vanna Iori, Leonardo Grimani, Luciano D’Alfonso, Valeria Fedeli, Dario Stefano, Vito Vattuone, Caterina Bini (questi ultimi due vicini ad Antonello Giacomelli), Mauro Laus (vicino a Piero Fassino). Poi c’è Franco Mirabelli, a metà fra Renzi e Dario Franceschini. Il ministro della Cultura uscente, di cui i renziani non si fidano (lo considerano uno dei teorici del via libera al M5s), fa eleggere 7 senatori: Gianclaudio Bressa, Bruno Astorre, Luigi Zanda, Roberta Pinotti, Daniela Sbrollini (che è molto legata a Ettore Rosato), Paola Boldrini, Annamaria Parente. Alla voce alleati considerati affidabili dai renziani (almeno finora), vale a dire Matteo Orfini, ci sono tre senatori: Francesco Verducci, Valeria Valente, Vincenzo D’Arienzo. Il ministro Andrea Orlando deve accontentarsi di appena tre eletti: Anna Rossomando, Antonio Misiani e Monica Cirinnà. Il riottoso Michele Emiliano elegge solo Assuntela Messina, mentre Tatiana Rojc figura invece come indipendente.

 

Ma un governo Pd-Cinque stelle, dice Matteo Richetti, portavoce della segreteria, a Carta Bianca, “non ci sarà perché sarebbe sbagliato, non per la tattica o la convenienza del Pd o del M5s, ma per la chiarezza che si deve agli elettori”. Catiuscia Marini, governatrice dell’Umbria, chiede un referendum sul tema, Andrea Orlando dice che si tratta di un’arma di distrazione di massa.

 

“E’ stata una mossa brillante dal punto di vista comunicativo – dice il ministro della Giustizia – spostare il dibattito interno del Pd sul tema delle alleanze, anzi sull’alleanza con i 5 stelle, oscurando così il tema del risultato elettorale. La discussione tuttavia mostra la corda. La maggioranza, tutta, esclude questa ipotesi. Quindi quasi il 70 per cento del Pd. L’area politica che mi ha sostenuto al congresso ha escluso la possibilità di un governo con i 5 stelle, così come con il centrodestra, quindi si aggiunge un ulteriore 20 per cento del Pd. In modo chiaro per questa prospettiva si è pronunciato Michele Emiliano che ha ottenuto al congresso il 10 per cento. Il conto è presto fatto. Il 90 per cento del gruppo dirigente del Pd è contrario a un’alleanza con il M5s”. Fine del dibattito insomma?

 

In attesa di sciogliere questo nodo, il Pd farà le sue scelte, a partire dall’individuazione del nuovo leader, dice Richetti. “Con Veltroni e Bersani il percorso è stato lo stesso. Lunedì faremo una direzione che individuerà la reggenza del partito (il reggente potrebbe essere Maurizio Martina? ndr). Non so se ci sarà Renzi e se non ci sarà sarà la dimostrazione che ha fatto un passo indietro anche fisico. Il nostro Statuto dice le cose che stiamo facendo”. Quanto all’elezione del nuovo segretario, dice Richetti, “ci sono due strade: una che torna a dare la voce al popolo del Pd oppure l’assemblea, che è legittimata a eleggerlo”. 

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