La politica “pura” di Gianfranco Miglio

Damiano Palano*

Concludendo nel 1988 il convegno organizzato all’Università Cattolica in occasione dei suoi settant’anni, Gianfranco Miglio non si lasciò sfuggire l’occasione di replicare ai relatori che avevano sezionato per tre giornate il suo articolato percorso di studio. E non tralasciò, fra l’altro, di respingere la qualifica di “elitista” che gli aveva attribuito Gustavo Zagrebelsky. “Coloro che ‘fanno politica’”, osservò, “non sono affatto i ‘migliori’, se non in rapporto a un giudizio comparato circa la capacità di ottenere materialmente il potere”. La “classe politica” ai suoi occhi non era cioè davvero un’“élite»” come l’aveva definita Vilfredo Pareto, bensì solo “uno strato puramente funzionale presente in ogni convivenza umana”, composto da quegli individui che “lottano per ottenere o conservare il potere politico”.

 

A trent’anni di distanza – dopo il tramonto della ‘Prima Repubblica’ e mentre ancora siamo alle prese con la lunga agonia della ‘Seconda’ – è davvero difficile resistere alla tentazione di far proprie le parole di Miglio. Ma sarebbe quantomeno riduttivo leggere in quella raffigurazione della classe politica solo una critica rivolta al ceto dirigente espresso allora dalla “Repubblica dei partiti” (e fin troppo agevolmente applicabile a quello che calca oggi il palcoscenico della politica italiana). Quando respingeva l’appellativo di “elitista”, Gianfranco Miglio faceva emergere infatti un tratto distintivo della sua personalità intellettuale e un elemento che contrassegnava lo sguardo con cui osservava i fenomeni politici. Uno sguardo che senz’altro ci può apparire cinico (e che in buona parte lo era davvero). Ma che a tanti anni di distanza, pur in un mondo molto cambiato, continua a rimanere uno strumento probabilmente imprescindibile.

 

La sua breve esperienza politica nella Lega Nord, nei mesi infuocati che accompagnarono il tracollo della ‘Prima Repubblica’, rese Miglio un personaggio pubblico a livello nazionale. Ma la notorietà che gli diedero l’impegno politico e le apparizioni televisive finirono per cristallizzare un’immagine di Gianfranco Miglio quanto meno schematica, se non in alcuni casi addirittura caricaturale. Dipingendo il professore comasco come l’“ideologo” del federalismo si coglie infatti un dato importante e che non può essere sottovalutato, perché Miglio fu davvero (e già dalla fine della Seconda guerra mondiale) un convinto assertore della necessità per l’Italia di dotarsi di un assetto federale. Ma in questo modo si rischia di dimenticare che fu soprattutto un raffinato studioso dell’esperienza politica occidentale e un teorico originale, la cui prospettiva affondava nella tradizione del realismo politico europeo.

 

La principale divisa teorica di Gianfranco Miglio – che contribuì anche a renderlo un interlocutore ‘scomodo’ per molti anni – fu in effetti proprio quella del realismo. Un realismo – “perseguito al di sopra di ogni ‘umano rispetto’, e senza indulgenza per le altrui speranze”, come ebbe a dire – che riteneva fosse un presupposto metodologico insostituibile per investigare i fenomeni politici. Partendo da simili premesse Miglio giunse a delineare il progetto di una teoria “pura” della politica. Dove il riferimento alla ‘purezza’ non alludeva certo a una limpidezza morale o ad altre qualità che la politica avrebbe dovuto mostrare. ‘Civettando’ con Kelsen – e, in qualche misura, capovolgendo la logica della sua reine Rechtslehre – Miglio riteneva infatti che la teoria “pura” della politica dovesse cogliere la radice più profonda (e ineliminabile) delle relazioni di potere. Naturalmente era ben consapevole del peso che esercitano in politica elementi ‘culturali’ come le grandi costruzioni dottrinarie e le “finzioni”, di cui lo “Stato (moderno)” era ai suoi occhi la paradigmatica esemplificazione. Ma rifiutava di ridurre la politica e le sue dinamiche a elementi ideologici, economici, morali. Come tutti i grandi realisti, tendeva anzi a ritenere che le “regolarità” dei fenomeni politici discendessero dai tratti immutabili della “natura umana” e dunque dalla struttura originaria del rapporto di “obbligazione politica”. E proprio sulla base di una simile convinzione elevò l’architettura di una teoria generale capace di unificare in un quadro organico le “regolarità” scoperte di grandi classici che – da Tucidide fino a Carl Schmitt – avevano contributo a decifrare gli enigmi del “politico”.

 

Le Lezioni di politica pura – che Miglio annunciò più volte – non videro mai la luce. E il suo progetto di una teoria capace di sintetizzare le grandi “regolarità” rimase per molti versi un vero e proprio cantiere aperto, oggetto di costanti rivisitazioni e aggiustamenti. Ma è anche per questo che – a distanza di trent’anni dal convegno del 1988, e a un secolo dalla nascita dello studioso comasco – non è un’occasione rituale tornare a riflettere sulla sua eredità teorica, scientifica e intellettuale. Il convegno La politica “pura” organizzato all’Università Cattolica – dove Miglio compì il proprio intero percorso accademico e dove fu per trent’anni Preside della Facoltà di Scienze politiche – riporta al centro della discussione il suo specifico “realismo”, la sua ambizione di decifrare gli enigmi dei fenomeni politici, ma anche la ricchezza delle sue ricerche, che influirono sul dibattito intellettuale seguendo traiettorie sorprendenti. L’obiettivo non è certo quello di ‘cristallizzare’ in un quadro organico il suo pensiero, o magari quello di stabilirne la versione ‘ortodossa’. Compiere un’operazione del genere significherebbe anzi tradire la sua eredità intellettuale. Adottando le medesime parole che Miglio utilizzò per commemorare Carl Schmitt, possiamo riconoscere infatti che “i traguardi scientifici da lui raggiunti, proprio perché corrispondenti ad altrettanti alti problemi”, rappresentano “porte aperte sul futuro della conoscenza scientifica”. Raccogliere la sfida dell’esplorazione degli Arcana imperii e della “politologia concettuale” significa così ripartire da quegli stessi nodi problematici che Gianfranco Miglio affrontò e dalle ipotesi cui giunse. Magari persino spingendosi a metterle in questione, come probabilmente lui stesso avrebbe fatto, dinanzi all’incalzare delle trasformazioni contemporanee. Ma conservando la lezione di metodo del suo realismo. E senza dimenticare soprattutto che, come scrisse una volta, “a coloro che scrutano per mestiere la natura della politica” tocca sempre “il duro privilegio di chiamare le cose con il loro nome e di aiutare gli uomini a non confondere la realtà effettuale con i propri sogni”.

 

*direttore del Dipartimento di Scienze politiche Facoltà di Scienze politiche e sociali Università Cattolica del Sacro Cuore

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.