Salvini è imputabile. Ha la colpa di aver immesso nella politica virus letali

Maurizio Crippa

Milano. Spera che il Pd prenda il 22. Ha un che di simbolico, alla fine di una campagna elettorale fatta di balle in un’Italia strapazzata nel buonsenso, che l’ultima, illuminante, dichiarazione di Matteo Salvini giunga da un fuori onda rubacchiato con sciatteria. Il capo della Lega spera che il Pd non crolli (al sud). Significa che è un politico intelligente. Sa benissimo che il suo vero rivale nella riffa del voto medio degli italiani da dito medio è Gigi Di Maio: meno ne prende lo sfascistello a cinque stelle, più il candidato a rappresentare l’urlante tribù italiana sarà lui. Se si vuole riflettere sulla possibilità che vada “veramente male”, come scriveva ieri Giuliano Ferrara, bisogna spiegare che la vera minaccia è che vinca Salvini, più di Di Maio. Non è questione di alchimie post voto, o della voglia che Berlusconi avrà, o meno, di consegnare le chiavi della macchina al suo amico-nemico. E’ un problema politico.

 

Il punto di partenza non è Salvini in quanto tale, la biografia del capopopolo che è stata raccontata in tutte le salse, ma quale responsabilità abbia per l’Italia da (possibile) disastro che verrà. Tema da affrontare evitando i sopracciò della sinistra e delle presunte classi dirigenti. A Salvini hanno stracciato i libri in libreria, alcuni imbecilli che gridavano “bisogna dire basta al discorso della democrazia fine a se stessa”. Sono gli imbecilli che forse lo faranno vincere. Qualcosa di questo animale politico bisogna tenerlo a mente, ovvio. Prima di diventare il Capitano con la felpa – che però ha riportato la Lega dal 4 al forse quadruplo per cento – c’è la vita da militante di via Padova, alle prese più coi disagi metropolitani che con le aspirazioni secessioniste dei valligiani. Il lavoro da agit-prop a Palazzo Marino, base del futuro consenso personale e palestra mediatica. Il ruolo da ragazzaccio con accesso tollerato all’organigramma, culminato con il video di Pontida sui napoletani. C’è la semina della retorica populista in quel “a bocca aperta” continua che fu Radio Padania. C’è il fiuto politico con cui, al tempo del regolamento di conti con il Cerchio magico, intuì che quella Lega non funzionava più. Poi ci sono le felpe, le foto a torso nudo e cravatta e quelle con la bella Isoardi, una capacità superiore alla media nell’uso dei social e nella pratica quotidiana di comizi e mercati. Lui non è un padano, è un piccolo borghese metropolitano e risentito (la piccola borghesia è il brodo di coltura del risentimento). E non è mai, mai, stato un amministratore. In questo sì, al pari di Bossi, è un capopopolo.

 

Ci sono alcune affinità con Di Maio, l’altro volto oscuro e minaccioso di questa vigilia elettorale. Anche Di Maio non è un amministratore (anzi viene da un partito di strafalcionisti che non saprebbe amministrare manco un condominio). Anche lui non ha mai lavorato. Anche lui fa parte del ceto medio risentito. La differenza con Salvini, che lo rende personalmente meno pericoloso (al netto dell’etero-controllo Rousseau), è che Salvini è intelligente. Non solo politicamente furbo: è uno che capisce cosa rumina la pancia della gente. “Il tempo passa e si capisce che i problemi dell’Italia si risolvono a livello nazionale e non locale. Era impensabile per quel Salvini degli slogan di tempo fa. Mai al liceo avrei pensato di divenire premier. Sono cresciuto”. Ha detto di sé. Ed è questo – il fatto che sia un politico che sa cosa vuole e non un burattino eterodiretto – che lo rende imputabile. Imputabile nel senso letterale: gli si può e deve chiedere conto. Imputabile di ciò che ha consapevolmente introdotto nel pubblico dibattito italiano. I germi di una regressione politica minacciosa. Non tanto l’economia e la flat tax al 15 per cento, quello è giusto per spararla più grossa di Berlusconi. Ma le ruspe, il razzismo (la razza bianca è di Fontana, ma la tematizzazione razziale, la criminalizzazione dell’immigrazione appartiene al suo discorso politico molto più che a quello della vecchia Lega). Il giustizialismo feroce. Il sovranismo senza capo né coda. Il lepenismo senza risultati. Le scappatelle con Putin e i goffi tentativi di accreditamento con Trump. Il giuramento con rosario e Vangelo – ci fosse ancora qualche laico razionalista in circolazione – è un pessimo lasciapassare, un domani, per qualsiasi fondamentalista islamico, ma cittadino italiano, che vorrà giurare in piazza sul Corano. L’uscita dall’euro, dette con l’aggiunta del cinismo di chi – a differenza dei Cinque stelle – per base di partito sa benissimo che l’Europa e l’euro sono essenziali, sono un’altra colpa politica imputabile. L’ambiguità della sua comunicazione, in cui sa miscelare i toni rassicuranti, è smentita dai messaggi veicolati dal suo stesso programma e partito. Forse dopo il 4 marzo dimostrerà di non essere “il babau, da 23 anni governiamo con FI Lombardia e Veneto” ha detto, e il Cav. saprà tenere a bada i virus inoculati da Salvini nel paese. Ma se non capita, è meglio.

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