Il mostro da evitare il 4 marzo

Claudio Cerasa

Luigi Di Maio è Matteo Salvini. Matteo Salvini è Luigi Di Maio. E’ così semplice, no? C’è un mostro politico atroce e pericoloso che da mesi ha cominciato a prendere forma in modo esplicito in questa campagna elettorale e che per molte ragioni sarà il vero protagonista del voto del quattro marzo. Luigi Di Maio e Matteo Salvini si presentano alle elezioni alla guida di due schieramenti diversi, ma la sovrapponibilità plastica dei loro programmi ci dice senza possibilità di smentita che dare un voto al leader della Lega o dare un voto a leader del Movimento 5 stelle è come scommettere su uno stesso cavallo, su una stessa azione, su uno stesso risultato. Non sappiamo se lunedì mattina la somma dei seggi conquistati dalla Lega di Matteo Salvini e dal Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio sarà sufficiente a produrre una maggioranza virtuale di governo. Ma già oggi sappiamo che se c’è un programma di governo ampiamente trasversale e agilmente pronto per l’uso quel programma è composto dalla somma delle idee portate avanti in modo esplicito dal capotribù della Lega e dal capopopolo grillino. Le rassicuranti maschere indossate in questa campagna elettorale da Salvini e Di Maio hanno permesso ai due partiti di mettere alcuni punti del proprio programma in secondo piano, ma in realtà è sufficiente dare un’occhiata alle promesse del partito unico della chiusura e dello sfascio per capire che la sovrapposizione tra i due pensieri è pressoché totale – ed è effettivamente quasi un programma di governo.

 

Primo punto: abolizione della legge Fornero, la cui soppressione come calcolato dalla Ragioneria dello stato comporterebbe una spesa di circa 100 miliardi di euro nella prossima legislatura, più o meno venti miliardi all’anno, praticamente il valore di una legge di Stabilità.

Secondo punto: abolizione del Jobs Act, la cui soppressione come ha ricordato due giorni fa alla Stampa il ministro del Welfare in pectore del Movimento 5 stelle Pasquale Tridico dovrebbe portare anche alla reintroduzione dell’articolo 18.

Terzo punto: superamento dei vincoli europei, con impegno, come hanno scritto nero su bianco M5s e Lega a settembre nella nota di aggiornamento del Def, “a sospendere l’applicazione del raggiungimento del pareggio di Bilancio e quindi il rispetto dell’indebitamento entro il 3 per cento del pil”.

Quarto punto: introduzione di dazi “alla Trump” a protezione del made in Italy, come ripetono da mesi i responsabili esteri ed economia dei due partiti, ignorando ovviamente (oltre alla competenza europea e non nazionale sul tema) il danno che verrebbe prodotto da una politica diffusa di dazi su un export come quello italiano, che registra da anni un surplus tra esportazioni e importazioni pari a 54 miliardi di dollari.

Quinto punto, forse il più importante, forse persino più dell’idea anch’essa condivisa tranne che in alcune sfumature di abolire l’obbligo dei vaccini: il referendum sull’euro. La maschera della finta presentabilità di Di Maio e Salvini ha suggerito a entrambi di lasciare spesso il tema sotto traccia, ma su questo fronte in realtà le idee di Lega e Movimento 5 stelle sono chiare e vale la pena metterle insieme.

 

La versione di Di Maio (che tre anni fa raccolse con il M5s 200 mila firme per il referendum) è che se l’Europa non ci avrà ascoltato su nulla allora si farà il referendum sull’euro “che per me è l’extrema ratio” anche se “è chiaro che io sarei per l’uscita”. La versione di Salvini è più esplicita ed è scritta nero su bianco sul programma elettorale: “L’euro è la principale causa del nostro declino economico, una moneta disegnata su misura per Germania e multinazionali e contraria alla necessità dell’Italia e della piccola impresa. Abbiamo sempre cercato partner in Europa per avviare un percorso condiviso di uscita concordata. Continueremo a farlo e, nel frattempo, faremo ogni cosa per essere preparati e in sicurezza in modo da gestire da un punto di forza le nostre autonome richieste per un recupero di sovranità”. E se mai ci fossero dubbi, il responsabile economico della Lega, Claudio Borghi, qualche settimana fa a questo giornale ha chiarito il punto: “Per la Lega uscire dall’euro è la soluzione migliore e con Salvini siamo in sintonia”.

 

Il programma simmetrico messo insieme dalla Lega e dal Movimento 5 stelle ci ricorda che la vocazione indipendentista e sovranista dei due partiti nasce non solo per ragioni ideologiche ma anche per ragioni di sopravvivenza economica, perché se vuoi abolire la riforma del lavoro, abolire la riforma delle pensioni, introdurre i dazi, hai bisogno di finanziare le tue proposte con miliardi e miliardi di debito aggiuntivo e per fare molto più debito devi ovviamente scappare dalle regole dell’Europa. Ci ricorda questo ma ci ricorda anche altro. Ci ricorda che in fondo il voto del 4 marzo, se visto con la giusta lente di ingrandimento, sarà un voto tra chi sceglierà di essere pienamente nel partito dell’apertura, dell’Europa, dell’euro, della globalizzazione, del non protezionismo e del non trumpismo, e chi invece sceglierà di essere pienamente nel partito del no Europa, del no euro, del no globalizzazione, del sì protezionismo. Ci ricorda questo ma ci ricorda infine un ultimo problema cruciale. Se è vero che il 4 marzo la scelta elettorale sarà decidere se far proseguire o far frantumare il progetto europeo bisogna ricordare che un voto alla Lega o un voto al 5 stelle, comunque lo si voglia guardare, è destinato a far aumentare in egual misura le probabilità che nel prossimo Parlamento ci sia una coalizione fortemente connotata in senso sovranista e protezionista. Prevedere un risultato oggi è ovviamente impossibile ma prevedere che sarebbe un incubo per l’Italia e per l’Europa e per la nostra economia vedere una coalizione guidata da un Di Maio (gli servirebbe il 40 per cento) o da un Salvini (gli basterebbe un voto in più di Forza Italia) è più facile. Vale la pena ricordarselo domenica quando andremo a mettere la nostra ics sulla scheda elettorale. Buon voto a tutti.

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