E se poi andasse veramente male?

Giuliano Ferrara

Ieri sera durante il tg ho avuto un moto di raccapriccio. E se andasse veramente male? Vero che bisogna contare sulla ragionevolezza degli italiani, ma sono ragionevoli? Vero che i sistemi politici complessi trovano poi il modo di governarsi e riescono a eludere le avventure, ma ci sarà poi un modo? Non ha senso adesso suonare l’allarme per la calata dei grillini e dei leghisti a Roma, ma che cosa ha senso allo stato dei fatti e dei risentimenti?

 

E’ che ho guardato con occhio professionale le facce e i toni e le cose dette nei pastoni dei tg, e chi le diceva. E mi è venuto in mente Trump, coi cappellini, la superbanana arancione, il linguaggio vieto, sboccato, poco significativo eppure così efficace, la capacità di occupare lo spazio della comunicazione in modo assoluto, senza nemmeno dare il resto, lo si vedeva, grandeggiava con la sua “America Great Again”; e mi è venuta in mente la Clinton, sputtanata quanto volete, odiata perché professional e perché donna e perché moglie e perché Obama aveva rotto le scatole con l’ideologia corretta spalmata su tutti i bisogni e i disagi di quel paese, ma locupletata dai fund raiser, regina degli apparati, eppure con quello slogan floscio, metodologico, così poco incantevole, che lei stessa riteneva clumsy, maldestro, “Stronger Together”. Insomma ho visto uno spettro, di qui il raccapriccio.

 

La forma dello spettro è presto definibile. Tutti i potabili, e un po’ perfino il caro amor nostro Berlusconi, per non dire degli altri, i Gentiloni, i Renzi, i Prodi, i Veltroni, e si è aggiunto anche Enrico Letta, e le Bonino, e tutti, proprio tutti, compresi i ministri e perfino il ministro della Gubernación, Don Minniti, hanno lo stigma della classe dirigente, hanno l’aria di esserci per competenza, l’aborrita competenza, per storia, per esperienza, e di esserci come parte di un establishment, con il suo linguaggio non banale ma omologo, con uno stesso modo alla fine di sorridere e di districarsi con le parole e le cose. Visti da me, va bene, li accetto senza alternative, compresi i treni in ritardo e altri segni sinistri, ma visti dalle maggioranze risentite in ebollizione, che immagine danno di sé? Un’immagine di continuità, di concretezza, di rifiuto del pressappochismo, e cioè un’immagine oggi stanca nella percezione putativa della politica, il mestiere, le istituzioni, la dialettica, il compromesso, il realismo, la necessità. Un’idea di gente che si somiglia, Stronger Together.

 

Invece Di Maio, Di Battista, e anche Salvini, ciascuno di loro intento a spararla grossa, a dare il segno di una incredibilità di governo assoluta, pieni di intolleranza e di vogliosa, rampante, ambizione, invece tutti loro hanno l’aria di essere gente venuta da fuori, oltre che di fuori per i palati fini, per i gourmet, insomma gente che arriva, che non c’era prima, e comunque offre ai palati semplici, ai ghiottoni della grande torta demagogica, l’altra faccia, risentita quanto volete, belluina, irriflessa, ma l’altra. Spero naturalmente di sbagliarmi, ma penso al famoso dictum di Hollywood, che nello showbiz nessuno si è mai impoverito per aver sottovalutato il gusto del pubblico. E se per uno straordinario concorso di circostanze che si chiama disaffezione, antipatia, freddo e neve, i ragionevoli si dovessero fare una bella dormita domenicale, e se invece una minoranza rumorosa riuscisse a bloccare il paese con l’alzata d’ingegno di dargli il caos programmato?

 

Detesto gli incubi. Predico l’ottimismo dell’intelligenza, e della volontà non so che farmene. Considero ancora improbabile che al di là di una protesta da sbuffo di collera si realizzino le condizioni per la resa di un antico paese politico agli spiriti animali dell’ignoranza e della grettezza. Poi però mi dico che uomini come Starace hanno qui governato vent’anni, era gente che esclamava, di fronte a un’arancia: “Dicono che ci sono le vitamine ma io la mangio lo stesso”. Ecco, cose così, di questo sono popolati gli incubi.

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