Le elezioni sono una cosa seria, ma ci stiamo abituando all'idea del carnaio italiano

Giuliano Ferrara

Leggevo ieri su Repubblica un politologo illustre, Piero Ignazi di Bologna: grazie che i grillos sono alle porte, Roma è in mano alla mafia. Ah, ecco. Avere qui avvertito in tempo che era una sciocchezza, non conta. La sentenza che statuisce reati di corruzione e non di mafia non conta. Roma non è in mano alla mafia ma è in mano agli asini, con ogni evidenza, ma anche questo non conta. Mi sento un uomo in rovina di fronte al monumento del sapere politologico, altro che falsi, qui è il mondo sottosopra. Eppure, nonostante questa polvere di stelle e di follia, le elezioni del 4 marzo non sono solo un caso di sovranità in mano ai guaglioni, sono una cosa abbastanza seria.

 

L’Italia non si gioca una partita amichevole a biliardino, in uno scantinato isolato e periferico. Trump fa il bullo e protezionista, a parte il resto, e il Dow Jones cala. Putin mostra di avercelo duro, il missile, e tutti in Europa, al Pentagono e altrove si guardano intorno stupiti. L’Onu stipula tregue a Goutha, il Papa prega per la Siria dopo aver digiunato con Putin: stessi effetti, altre bombe, andiamo verso i cinquecentomila morti civili. Gli iscritti all’Spd sono incerti, e sapremo a breve se la Germania non avrà un governo di coalizione, magari si rivota e i sondaggi dicono che la AfD sorpassa i socialdemocratici. E tutto è bloccato, l’Europa discute con Theresa May dei confini dell’Irlanda del nord, per il resto attesa e silenzio. Ci stiamo abituando all’idea, è la democrazia, bellezza!, che qui si possa avere un governo Salvini-Di Maio, con tanti bei ministri dell’Università maltese di Scotti o consulenti del governo Gentiloni per la Buona scuola. Surrealismo puro.

 

E se poi andasse veramente male?

Il precedente di Trump e quell’aria troppo da establishment che hanno i politici ragionevoli (persino il Cav.). E’ difficile che si realizzino le condizioni per la resa di un antico paese politico agli spiriti animali dell’ignoranza e della grettezza, però…

  

L’obiezione democratica è insuperabile. Quello che sceglieranno gli elettori fa testo. Le conseguenze saranno inevitabili. E c’è perfino un modo spensierato di guardare al futuro. In fondo a Roma e a Torino le cose vanno maluccio, ma gli autobus passano, la neve comporta al massimo qualche disagio, il Colosseo non è ancora stato venduto, luce e vento brillano sulle rovine e le geometrie civiche. Di più, il governo in preparazione è farcito perfino di rassicurazioni, forse per sbaglio ci sono anche ammiratori di Renzi e della buona scuola. E allora perché essere immusoniti e quasi ammutoliti dalla prospettiva della prevalenza del demagogico? Non era già successo la volta scorsa? Arrendetevi, gridava Grillo per strada, mentre orde di cittadini onesti ponevano l’assedio a Montecitorio. Poi si è visto che era una farsa. La democrazia come sistema sopporta anche la farsa come spettacolo. Ma non contempla la resa.

 

Essere comandati da gente che si è inventata il carnaio italiano, reinventata la razza bianca, gente che ha in uggia non già la religione civile dell’Europa unita o la sua retorica, cose insopportabili per chiunque, ma la costruzione politica della sovranazionalità, una cosa seria, un antidoto alla furia degli elementi novecenteschi, sempre in agguato, ecco, fa specie, fa impressione. Ignoranza e stupidità, inesperienza e incompetenza sono elementi primordiali del processo democratico, ma solo in potenza: vederli in atto, e sentirli minacciosamente, sfacciatamente premere sulle mura della città, è causa di allarme, vorrei vedere. E’ vero che Tsipras il referendum sull’euro e la secessione non li ha minacciati, li ha praticamente istruiti e fatti. Poi si è aggiustato, aggiustando un po’ la Grecia. Ma siamo noi abbastanza piccoli e periferici per permetterci esperimenti pericolosi? Non mi spaventa l’assalto con i suoi vaneggiamenti, sono le resistenze mancate, con il loro cinismo, che mi sconcertano, è il divario tra la realtà e il percepito che mi fa sobbalzare.

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