Cosa ne sarebbe stato di Grasso, Giggino, del Cav. e di Renzi senza la rottura quirinalizia

Giuliano Ferrara

La storia controfattuale, i fatti di qua il racconto di là, è evidentemente un’idiozia, una perdita di tempo. Se Wellington fosse arrivato tardi a Waterloo alla fine non è un’ipotesi interessante. Però c’è una cosa più idiota e perdigiorno della storia con i “se”, ed è l’utopia senza forse, del tipo “un altro mondo è possibile”. Per esperienza, si sa che questo futuro è ancora più risibile del ritardo di Wellington nel passato. E allora diciamo: un altro mondo era possibile. Qui ci siamo. Siamo nella nostalgia di quanto poteva essere e non fu, siamo nella riscrittura romantica del racconto della politica, un esercizio utile, o per lo meno consolante.

 

Politologi da sbarco e osservatori nazionali e internazionali si interrogano in modo abbastanza insensato, sempre sulla scorta di sondaggi oscillanti, sul futuro della stabilità politica e di governo di un’Italia che affronta il 4 marzo con un sistema scassato, senza una direttrice sicura, e con una probabilità alta di ulteriore frammentazione e ingovernabilità. Dico “insensato” perché non si fanno la domanda giusta alla luce dei fatti, o almeno del controfatto ipotetico, e cioè se un altro mondo sarebbe stato possibile. Gli esperti non sanno, o fingono di non sapere, che tutto dipende dall’esito del referendum del 4 dicembre: la caduta della leadership di Renzi, la formazione di un centrodestra intimamente diviso ma scalpitante, la prevalenza presuntiva del cretino a 5 stelle. Tutto, tutto dipende da quell’evento. E a sua volta quell’evento dipende, giacché mancò al “Sì” un sei per cento di voti, dal voltafaccia di Berlusconi che votò le riforme ma poi ritirò il suo voto. Aveva, il Cav., stipulato il connubio con Renzi, suo figlioccio naturale, e su quella base si era formato il governo duraturo e fattivo di tre anni, con la riforma delle istituzioni e la riforma elettorale integralmente maggioritaria, compreso il ballottaggio. La sua rilegittimazione si era iniziata con la rilegittimazione dell’avversario, il reciproco riconoscimento di valori e il compromesso che sono il sale del minestrone democratico e della storia migliore d’Italia.

 

Se non votiamo per eleggere una sola Camera, 315 parlamentari in meno, e con un metodo che assicura il governo del paese senza se e senza ma, alla francese, lo dobbiamo a quel risultato. E quel risultato lo dobbiamo alla lite tra Renzi e Berlusconi sul nome del presidente della Repubblica eletto nel 2015: per il Cav. doveva essere Giuliano Amato mentre per Renzi fu Sergio Mattarella. Lasciamo stare le responsabilità, gli errori di valutazione. Ne abbiamo già parlato a sufficienza, e quella è davvero storia controfattuale, in fondo inutile. Ma un altro mondo era possibile. Infatti oggi avremmo, e qui è la nostalgia che parla, non già la disperata resistenza del Pd contro la logica della cosiddetta “accozzaglia”, non un centrodestra diviso tra i brubru del leghismo lepenista e il merkelismo di Berlusconi e Tajani, non una mail di Giggino al Quirinale per fingere la costituzione anticipata di un governo da ridere o da piangere, avremmo il partito della nazione. Un’alleanza di centro sinistra o destra-sinistra, alla Macron, seria o putativamente seria, con una doppia leadership forte, che chiederebbe i voti, sulla scia di un cambiamento epocale realizzato nelle istituzioni e nella società, riforme e articolo 18 come simboli, a un paese parzialmente risanato. Non circolerebbero promesse grottesche, numeri farlocchi, felpe, ruspe e bonifici retrattili della democrazia alla Rousseau, cioè la “volontà generale” di fingersi onesti. Ecco, la rilegittimazione del Cav. sarebbe completa e significativa, non avvertiremmo i segni comici del ritorno d’attenzione al conflitto di interessi e a nuove accozzaglie antiberlusconiane, saremmo meno pigri e meno sciocchi, Grasso sarebbe già in pensione e insomma, ve l’ho detto, “un altro mondo era possibile”.

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