Bonino-Tabacci, la strana coppia

Marianna Rizzini

Roma. Tensioni sommerse, tensioni emerse, diversità di vedute quasi letali in coalizioni che mostrano già l’angolo scollato: ovunque ci si giri, il borsino elettorale registra diversi gradi di potenziale attrito tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, Matteo Renzi e Carlo Calenda, Romano Prodi e il Pd a trazione renziana (ma con sostegno alla coalizione), Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, Giorgia Meloni e il centrodestra meno di “destra”, Luigi Di Maio e Roberto Fico (ma non dopo l’esplosione del caso “rendicontazioni”), Luigi Di Maio e la base a Cinque stelle, Roberta Lombardi ed Elena Fattori, Massimo D’Alema e (sottotraccia) gli esponenti di LeU meno tendenti alla realpolitik.

 

Ma, tra le tante coppie di conviventi litigiosi (nella stessa coalizione o nello stesso partito) non c’è, a dispetto delle apparenze, la strana coppia Emma Bonino-Bruno Tabacci, vertici di +Europa dalle storie e dal piglio talmente diversi da sembrare destinati alla Guerra dei Roses preventiva: lei radicale, lui ex democristiano, lei spiccia, lui diplomatico, lei benvoluta nella sinistra dei diritti, lui nel centro liberista, nonostante l’esperienza di assessore al Bilancio con l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia. E così, nei giorni d’inizio gennaio in cui la coppia si è formata, con Tabacci che offriva il simbolo del suo Centro democratico alla lista boniniana, così esentata dall’obbligo di raccogliere 25 mila firme in una settimana, c’era chi strabuzzava gli occhi: come faranno a non cozzare? L’unione era nata quasi di sorpresa: pochi sapevano che Tabacci stesse meditando quell’“io ti salverò” che avrebbe reso più facile la vita a entrambi. Poi, il colpo di scena: Bonino che, su un palco, invita Tabacci a parlare. “Durerà pochissimo”, pronosticavano le Cassandre. Invece, al momento, nel generale panorama di piatti rotti, i due sembrano procedere all’unisono, anche se, racconta un insider, “non per caso: sia l’una sia l’altro parlano di Europa in senso tabacciano – con enfasi sui temi economici – ma la composizione liste è sotto sotto boniniana anche quando non sono boniniani i candidati: presi uno a uno, infatti, i candidati, compresi gli ‘ex’ di altri partiti, sul tema dei diritti sono quasi tutti d’accordo con Bonino. Ma nessuno si dice in disaccordo con Tabacci, politico con cui è molto difficile litigare”. L’epoca storica forse aiuta: il fine vita o le unioni civili non sono divisivi come dieci anni fa, almeno nel centrosinistra. E il fatto che il tema centrale sia l’Europa nel senso alto (e rarefatto) del termine fa sì che si possa evitare di soffermarsi sul “particulare” che potrebbe far emergere le discrasie.

 

La giornata elettorale dei due, dunque, procede, dice un candidato, “senza troppe riunioni” (cosa che sarebbe stata impossibile in una formazione radicale pura). Bonino e Tabacci, vuoi per caso vuoi per studio, si sono divisi tacitamente il pubblico: lei più di piazza, lui più d’istituzione, lui più in ascolto lei più in attacco. E, gira che ti rigira, si scopre che il problema, per Bonino, non è tanto la convivenza con il gemello diverso Tabacci, quanto l’ex convivenza con i fratelli coltelli assiepati in Via di Torre Argentina, ovvero Rita Bernardini (a cui Bonino aveva inizialmente offerto una candidatura con +Europa), Maurizio Turco e gli altri esponenti del Partito Radicale (non Radicali Italiani) che da un paio d’anni sottolineano la non condivisione delle scelte di Bonino, di Riccardo Magi e di Marco Cappato. E dall’area Turco-Bernardini (con Bernardini in sciopero della fame da 22 giorni), giunge un appello al premier Gentiloni, con annuncio di conferenza stampa per oggi: “Chiediamo che ci sia una riunione del Consiglio dei ministri entro questa settimana, in maniera tale che si riunisca per l’ultima volta entro fine mese per l’approvazione definitiva della riforma dell’ordinamento penitenziario”. L’appello è stato preceduto e seguito da un gran movimento telematico (mail, sms) in cui i più dialoganti dell’area Bernardini chiedevano a Bonino di fare qualcosa presso il governo. E Bonino, si narra, rispondeva che già aveva perorato la causa presso Gentiloni e presso il ministro Orlando, ma che il pasticcio era stato fatto al Senato, e che ormai i tempi, con tutta la buona volontà, erano stretti. Ho fatto il possibile, diceva la candidata, ma la rassicurazione non riusciva a invertire la tendenza allo “sciopero del voto” nel Partito Radicale.

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