All'armi siamo stufi

Giuliano Ferrara

La signora Meloni dice in tv che si è rotta le palle, e ha ragione. Le chiedono sempre dell’antifascismo, le faccette rosa del giornalismo banale, e lei non vuole essere incollata con banale e micragnosa insistenza, nata com’è nel 1977, ai cliché dei commentatori più pigri. E insensati, aggiungo io. L’antifascismo è un fatto storico, e una cultura o ideologia. Come fatto è all’origine di tutto, la Repubblica italiana, l’Europa rinata dalle ceneri del nazismo, il tutto con l’aiuto di Roosevelt e di Stalin, oltre che con la resistenza dei Churchill e dei De Gaulle e di pochi altri. Qui poi nascono i problemi dell’antifascismo come cultura o ideologia. Non fu un fenomeno unitario, se non nella scelta del nemico. C’erano gli antifascisti democratici e quelli non democratici o antidemocratici. Nel Dopoguerra italiano l’antifascismo fu torto come un legno già storto e usato per scopi prettamente politici, e una derivazione di questa operazione, che fino a Berlusconi si configurò come esclusione della destra, e insieme con la destra di una possibilità di vera alternanza liberale alla guida dello stato, ebbe perfino un profilo violento, intollerante e criminale, come si dovrebbe ricordare pensando a tante cose dell’antifascismo militante, compreso il rogo tragico di Primavalle. Ebbe poi un insopportabile profilo retorico, sappiamo tutti che per dirla con Pierluigi Battista servì a cancellare le tracce di precedenti imbarazzanti per una quantità di intellettuali e autorevoli membri delle classi dirigenti post fasciste ma non sempre antifasciste, e fu considerato per decenni un obbligo civico, una sorta di pensiero unico dominante.

 

Da tutto questo, anche se i Damilano non lo sanno o ne ridono, ci siamo liberati grazie alla cultura democratica e liberale vera, alla sua storiografia (Renzo De Felice e seguaci) e all’iniziativa politica liberante di una destra che può non piacere ma ebbe in Craxi, in un socialista di prim’ordine, il capo e predecessore di Berlusconi. Oggi l’antifascismo non è un obbligo civico, è memoria, tradizione, vissuto, sopravvissuto, ed è anche un rispettabilissimo modo di essere di tanti, forse della maggioranza degli abitatori della democrazia, forse. Deve dunque tollerare anche in nome dei suoi criteri essenziali la critica di sé stesso, il dissenso, la destra e le sue curve ideologiche spesso risibili o cupe, ma che non possono essere messe fuorilegge o ostracizzate con metodi forzosi a patto che rispettino le regole intrinseche del vivere libero e del coesistere civile. La signora Meloni ha fatto bene a dire che si è rotta le palle, ha tutta la nostra solidarietà, se a questo non segua, ovvio, l’illustrazione da lei rivendicata del suo programma elettorale, che è un’appendice inessenziale, come tutti i programmi elettorali, della deludente ma probabilmente produttiva campagna elettorale (ha ragione Frau Gentiloni quando dice a Frau Merkel, sua omologa, che tutto andrà bene, non c’è da preoccuparsi anzitempo).

 

Il grottesco dei senza memoria

Il fastidio per l’antifascismo squalifica chi lo prova. Quando lo provava un Leo Longanesi, bè, erano tempi duri, tortuosi, era legittimo inventarsi un altro modo di ragionare che non fosse quello di stato. Ma oggi, in una società aperta che spesso ha dimenticato tutto oltre che sé stessa, è affettato e grottesco addirittura fare professione di anti-antifascismo. E’ solo un occhiolino strizzato in favore di quanti, e sono molti, vivono ancora oggi di una specie di fascismo eterno, leggero, senza grandi implicazioni e senza conseguenze, insultante per le vere vocazioni fasciste di un tempo, con tutto il loro carico di miseria e nobiltà. Un mezzuccio demagogico scoperto e solo molto irritante. Poi che ci siano dei dementi tatuati che sparano ai neri con la svastica nel cassetto, e che un tizio banale della “razza bianca varesina” stia per diventare governatore dei barbari di Lombardia, è l’uno un problema di polizia, l’altro un prosternarsi dei ricchi alla loro inaudita mediocrità.

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