cerca

All'armi siamo stufi

Ha ragione Meloni, l’antifascismo militante e fuori tempo ha rotto. Ma al pari di certi dementi e certi candidati

17 Febbraio 2018 alle 06:12

All'armi siamo stufi

Foto di Dimi via Flickr

La signora Meloni dice in tv che si è rotta le palle, e ha ragione. Le chiedono sempre dell’antifascismo, le faccette rosa del giornalismo banale, e lei non vuole essere incollata con banale e micragnosa insistenza, nata com’è nel 1977, ai cliché dei commentatori più pigri. E insensati, aggiungo io. L’antifascismo è un fatto storico, e una cultura o ideologia. Come fatto è all’origine di tutto, la Repubblica italiana, l’Europa rinata dalle ceneri del nazismo, il tutto con l’aiuto di Roosevelt e di Stalin, oltre che con la resistenza dei Churchill e dei De Gaulle e di pochi altri. Qui poi nascono i problemi dell’antifascismo come cultura o ideologia. Non fu un fenomeno unitario, se non nella scelta del nemico. C’erano gli antifascisti democratici e quelli non democratici o antidemocratici. Nel Dopoguerra italiano l’antifascismo fu torto come un legno già storto e usato per scopi prettamente politici, e una derivazione di questa operazione, che fino a Berlusconi si configurò come esclusione della destra, e insieme con la destra di una possibilità di vera alternanza liberale alla guida dello stato, ebbe perfino un profilo violento, intollerante e criminale, come si dovrebbe ricordare pensando a tante cose dell’antifascismo militante, compreso il rogo tragico di Primavalle. Ebbe poi un insopportabile profilo retorico, sappiamo tutti che per dirla con Pierluigi Battista servì a cancellare le tracce di precedenti imbarazzanti per una quantità di intellettuali e autorevoli membri delle classi dirigenti post fasciste ma non sempre antifasciste, e fu considerato per decenni un obbligo civico, una sorta di pensiero unico dominante.

 

Da tutto questo, anche se i Damilano non lo sanno o ne ridono, ci siamo liberati grazie alla cultura democratica e liberale vera, alla sua storiografia (Renzo De Felice e seguaci) e all’iniziativa politica liberante di una destra che può non piacere ma ebbe in Craxi, in un socialista di prim’ordine, il capo e predecessore di Berlusconi. Oggi l’antifascismo non è un obbligo civico, è memoria, tradizione, vissuto, sopravvissuto, ed è anche un rispettabilissimo modo di essere di tanti, forse della maggioranza degli abitatori della democrazia, forse. Deve dunque tollerare anche in nome dei suoi criteri essenziali la critica di sé stesso, il dissenso, la destra e le sue curve ideologiche spesso risibili o cupe, ma che non possono essere messe fuorilegge o ostracizzate con metodi forzosi a patto che rispettino le regole intrinseche del vivere libero e del coesistere civile. La signora Meloni ha fatto bene a dire che si è rotta le palle, ha tutta la nostra solidarietà, se a questo non segua, ovvio, l’illustrazione da lei rivendicata del suo programma elettorale, che è un’appendice inessenziale, come tutti i programmi elettorali, della deludente ma probabilmente produttiva campagna elettorale (ha ragione Frau Gentiloni quando dice a Frau Merkel, sua omologa, che tutto andrà bene, non c’è da preoccuparsi anzitempo).

 

Il grottesco dei senza memoria

Il fastidio per l’antifascismo squalifica chi lo prova. Quando lo provava un Leo Longanesi, bè, erano tempi duri, tortuosi, era legittimo inventarsi un altro modo di ragionare che non fosse quello di stato. Ma oggi, in una società aperta che spesso ha dimenticato tutto oltre che sé stessa, è affettato e grottesco addirittura fare professione di anti-antifascismo. E’ solo un occhiolino strizzato in favore di quanti, e sono molti, vivono ancora oggi di una specie di fascismo eterno, leggero, senza grandi implicazioni e senza conseguenze, insultante per le vere vocazioni fasciste di un tempo, con tutto il loro carico di miseria e nobiltà. Un mezzuccio demagogico scoperto e solo molto irritante. Poi che ci siano dei dementi tatuati che sparano ai neri con la svastica nel cassetto, e che un tizio banale della “razza bianca varesina” stia per diventare governatore dei barbari di Lombardia, è l’uno un problema di polizia, l’altro un prosternarsi dei ricchi alla loro inaudita mediocrità.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    17 Febbraio 2018 - 15:03

    L’antifascismo presentato da Giuliano Ferrara, è il sotterfugio retorico, opportunistico di quelli, anche ex Littoriali, che dovevano rifarsi una verginità ideologica/politica/culturale per entrare nel nuovo giro di potere. Quello somministrato alle masse era una rozza, truffaldina, ma efficace successione di equazioni: fascismo=destra, fascismo=dittatura, destra=dittatura. Due piccioni con una fava: i nemici, destra e fascismo, erano la stessa infame cosa. Ne derivò un clima persino violento, intollerante e criminale. Esperienza personale: le equazioni erano il dogma che dagli anni sessanta ha tenuto banco nei licei, nelle Università e nelle “cellule”del partito. Impossibile tentare o invitare a ragionarci sopra. Renzo De Felice tentò. Da destra, fu ritenuto storico di sinistra e da sinistra fu accusato di aver contribuito alla rivalutazione del fascismo e di Mussolini. Due atteggiamenti “politici” opposti al concetto di cultura. I centri sociali sono figli di quelle equazioni.

    Report

    Rispondi

  • mauro

    17 Febbraio 2018 - 10:10

    Caro Ferrara, che Lei neghi il fastidio per l'antifascismo al seguace di Forza nuova, da Suo antico ammiratore, mi rattrista. Anche perchè questo si traduce in pratica in giustificazione per gli accoppatori di carabinieri. Io vivo sulla costa mediterranea francese e non conosco personalmente alcun forzanovista ma è intuibile che costui non speri nella resurrezione del duce ma, confusamente, in qualcosa di diverso da una società in cui sia costume picchiare i docenti (benchè siano venute al pettine le loro colpe progressiste) e impedire a loro di esprimere pensieri diversi da quelli di sinistra, altrettanto se non più minacciosi per il benessere generale. Sono uno che il fascismo l'ha vissuto e in una famiglia che certo non lo era (ma senza arrivare al rimpianto delle sconfitte rosse del dopo 1919) e dall'orlo della tomba, anche dopo aver constatato che il discorso di Pericle era una turlupinatura allora e ancor più lo è oggi, protesto affinchè FN abbia il diritto di dirlo.

    Report

    Rispondi

Servizi