Da Cdb a Renzi. E poi la malattia. Intervista a Tommaso Cerno

Salvatore Merlo

Roma. Gli chiediamo perché è passato alla politica, e lui ci spiazza: “La verità è che il giornalismo l’avevo lasciato il 26 maggio 2016, dopo aver avuto un cancro ed essermi salvato la vita per un pelo”, dice Tommaso Cerno, per un anno direttore dell’Espresso, poi condirettore di Repubblica per soli tre mesi, adesso candidato al Senato con il Pd. “Ero direttore del Messaggero Veneto, avevo deciso di mollare. Solo che Carlo De Benedetti mi offrì la direzione dell’Espresso. E di fronte al giornale per il quale avevo lavorato per così tanto tempo, di fronte a quella sfida, ho pensato di soprassedere. Ma è stata solo una decisione rinviata”.

  

Sei guarito dal tumore? Com’è la tua vita adesso? “Ho scoperto che la burocrazia italiana nel caso dei pazienti oncologici funziona benissimo. Il secondo giorno dopo la diagnosi ho ricevuto una lettera dell’Asl che mi esentava a vita dal ticket indicandomi come paziente affetto da patologia oncologica maligna. E ho pure scoperto che una persona che ha un tumore in realtà ce l’avrà per sempre. Ho subìto un intervento chirurgico molto importante, ho fatto la radioterapia. E ho capito che è una malattia che da quel momento cambia il tuo modo di essere. Non ti dice ‘sei guarito’, ma ti dice solo: ‘Si è allungata la tua aspettativa di vita’. Di fronte alla morte ho anche riflettuto sul giornalismo, e il suo attuale ruolo in Italia. Il giornalismo in Italia è politica. Quindi tanto vale dichiararsi. E farla in Parlamento”.

 

Perché dici che il giornalismo è politica? “Perché è così. Mi fanno ridere i giornali che vantano la loro ‘terzietà’. La terzietà è il sapone per le mani, la neutralità è lo shampoo che rispetta la cute. Il giornalismo è tutto fuorché neutrale, solo che non ha il coraggio di dirlo. I giornali fanno politica, ma fingono di non farla. Infatti appena io mi sono candidato, chi è che mi ha attaccato?”.

 

Chi è che ti ha attaccato? “I giornalisti. Perché io candidandomi ho svelato il loro difetto”. Tuttavia qualcuno potrebbe dire che in realtà l’adesione a un partito è la fine della libertà, mentre i giornali non sono “terzi” perché di volta in volta scelgono, e si schierano, liberamente. Anche Repubblica fa politica? “Repubblica l’ha sempre dichiarato. Ma quello di Repubblica è il giornalismo civile. Non è un giornale di partito, che è un’altra cosa”.

 

Però dicono che hai deciso di candidarti soltanto dopo aver chiesto, e non ottenuto, la direzione di Repubblica, o in alternativa quella della Stampa. E’ vero? “Esiste un comunicato ufficiale dell’azienda che smentisce in maniera categorica che io abbia chiesto la direzione di qualche giornale del gruppo. Precisando che si è trattato di una ‘scelta personale’ lontana da qualsiasi tipo di contrattazione. Peraltro è un genere di richiesta che non sarebbe stata nella mia disponibilità. Io avrei potuto chiedere un aumento, non la direzione di Repubblica o della Stampa. Peraltro se avessi voluto la direzione, avrei rifiutato la condirezione”. A tutti, in realtà, quello era sembrato il primo passo.

 

E insomma la politica per te non è un ripiego. Però Santoro ha detto che i giornalisti entrano in politica per fuggire da un segmento in crisi, o da un fallimento: la politica come riciclo di risorse. “Considerare la scelta di una persona che a quarantatré anni decide di fare qualcosa per il suo paese, anche rischiando, può essere considerata ripiego solo da giornalisti che ritengono la politica ‘merda’. E quindi ritengono, di conseguenza, che il loro lavoro sia un commento alla merda. E invece la politica è la cosa più nobile del mondo. E il giornalismo politico è indispensabile. Come vedi è una questione di punti di vista. Per me la politica è una scelta di vita”.

 

Però ti sei messo in aspettativa. “Su questa cosa sono state scritte delle baggianate. Ho preso qualche giorno per fare la campagna elettorale. Poi è evidente che affronterò il tema in maniera definitiva. Ma sono fatti miei. E c’è una legge dello stato che consente l’aspettativa. E’ un diritto. Ed è un diritto che va difeso per ragioni democratiche”.

 

Una battaglia di principio, quindi. “Per rispetto di tutti gli altri giornalisti che nella loro vita hanno fatto politica, da Spadolini a Furio Colombo, fino a Michele Santoro. Io difendo il diritto che consente ai giornalisti di fare politica. Perché altrimenti siamo in un paese in cui i giornali fanno politica surrettiziamente e vogliono pure smontare la legge che consente a ogni cittadino in maniera indistinta di poter partecipare alle elezioni. Quindi sono loro che vogliono un paese dove la democrazia non esiste più”.

 

Scusa, ma loro chi? “Alcuni giornalisti. Ti dico anche che tutte le cose che ho letto su di me, tra cui una miriade di baggianate, sono tutte state scritte senza neppure avermi telefonato. Mentre io ho risposto a tutte le persone che l’hanno fatto. E ho spiegato senza alcun problema. Ci sono giornalisti che verificano, e chiamano. E ci sono giornalisti che invece stabiliscono un rapporto conflittuale aprioristico con qualcuno che evidentemente ha fatto una scelta che disturba”.

 

E però, forse, ci sono giornalisti che si sono sentiti traditi dalla tua scelta di lasciare Repubblica solo dopo tre mesi.

 

A proposito: che cosa ha guadagnato il Pd prendendoti? “Non lo so. Non sono mai stato iscritto a un partito, e non sono nemmeno iscritto al Pd adesso. Quando Renzi fece le primarie nel 2012 però lo votai, ho sempre ritenuto Bersani un perfetto candidato premier di dieci anni prima. A quel tempo il Gruppo Espresso era schierato per Bersani, e anche De Benedetti aveva detto che preferiva Bersani. Io ebbi un colloquio con De Benedetti due mesi dopo le elezioni. E lui si era un po’ pentito: ‘Sì, in effetti non siamo andati al governo. E poi Renzi sta dimostrando una capacità di rinnovamento’. Dopodiché io fui uno dei più critici sul renzismo di governo. Ho sempre pensato che il Renzi-Davide fosse meglio del Renzi-Golia. E infatti da direttore dell’Espresso sono passato per antirenziano. Feci anche una copertina sul caso Consip. Il fatto che adesso il Pd mi prenda per quello che sono, con le mie contraddizioni, significa che il Pd non è il partito dei Renzi-boys come dice qualcuno”.

 

Chi sono i tuoi modelli? “Pasolini, Basaglia, Beppino Englaro, Loris Fortuna…”. Però da ragazzo ti candidasti con An. “Furono loro a scegliere me non io a scegliere loro. Volevo far intitolare il teatro di Udine a Pier Paolo Pasolini. E solo An ci stava. Gli altri, nel centrosinistra, avevano paura di Pasolini omosessuale”.

 

E cosa pensi del fatto che il Pd a Bologna candidi Casini e non il paladino dei diritti civili e omosessuali, Sergio Lo Giudice? “Mi è dispiaciuto che Lo Giudice non ci sia. Ma non c’è stata una sostituzione: Casini al posto di Lo Giudice. E comunque Casini, va detto, ha votato le unioni civili e il biotestamento”. Poi Cerno dice: “Però, guarda, io non vado in Parlamento in quanto omosessuale. Non sono un candidato gay. L’esperienza che voglio portare è molto ampia. La mia figura non è quella e basta”.

 

Prima hai citato la copertina che facesti all’Espresso sul caso Consip: “Il giglio nero”, con le foto di Luca Lotti, Denis Verdini e babbo Renzi in mezzo. Hai avuto modo di verificare se esiste davvero questo giglio nero? “Beh, devo dire che non c’è bisogno di verificarlo… Nei mesi successivi quella vicenda ha avuto degli sviluppi che portano oggi quella storia a dirci delle verità diverse… Quell’inchiesta la ripubblicherei, sia chiaro. In quel momento era un’inchiesta fatta molto bene, che conteneva un documento esclusivo. Solo che poi si sono scoperte altre cose… e Renzi non c’entra con quella storia e non c’è mai entrato”.

 

In quell’occasione tu scrivesti un editoriale in cui chiedevi a Renzi, testuale: “Una domanda, Matteo. Fu tutto a tua insaputa?”. Poi ti ha mai risposto? “Si è capito che era tutto a sua insaputa. Lui non ne era a conoscenza. L’inchiesta fu spostata a Roma… Era tutto vero quello che abbiamo scritto, ma era costruito in un meccanismo che se tu lo raccontavi a rovescio, Renzi non solo non sapeva ma era quasi la vittima”.

 

Va bene. Un’altra cosa: prima ti avevo chiesto cosa ha guadagnato con te il Pd… “Che ha dimostrato di non essere il partito dei Renzi boys”…

 

Ecco. E invece cosa ha perso Repubblica? “Stando a Giovanni Valentini, che cito solo perché è stato direttore dell’Espresso, niente. Io me lo auguro che non abbia perso niente. Però io a differenza di Valentini penso che lui fece un grande Espresso. Ed è al suo Espresso che mi sono ispirato in alcune cose”.

 

Nelle ultime settimane, più volte, hai detto: “Repubblica è la mia casa e lo resterà sempre”. Però tu a Repubblica ci sei rimasto tre mesi. Più ospite che a casa. “Sì. Però la mia storia con il gruppo Espresso è cominciata più di dieci anni fa. Io ho fatto il cronista, poi il direttore del Messaggero Veneto, il direttore dell’Espresso. E considera che io già scrivevo sulla Repubblica di Ezio Mauro quando seguivo il caso di Eluana Englaro con Piero Colaprico. Poi entrai all’Espresso, mi assunse Daniela Hamaui, facendomi una domanda che mi ricorderò sempre: ‘Hai seguito il caso di Eluana solo e sempre dalla parte di Eluana. Non credi che avresti dovuto dare spazio anche alle altre voci?’. Io le risposi così: ‘Penso che il compito del giornalismo sia quello di dare voce a chi non ce l’ha’”.

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