L'inesistente pericolo fascista

Redazione

La costruzione mediatica e politica di un inesistente “pericolo fascista” può sembrare l’effetto di una regressione giovanilistica e gruppettara ai tempi dell’antifascismo militante coevo dei movimenti sessantottini. Questo è probabilmente lo spirito con cui molti ambienti hanno affrontato la questione. Fare l’esame di antifascismo a Matteo Renzi (e persino all’Anpi e alla Cgil) può sembrare solo una stravaganza dovuta alla scarsità di temi ideologicamente eccitanti in questa campagna elettorale.

    

Però c’è uno sfondo politico tutt’altro che ingenuo attorno a questa recrudescenza dell’infondato allarme sul rinascente fascismo. I dati dei sondaggi, valgano quel che valgono, presentano uno scenario postelettorale in cui il centrodestra si avvicina a una maggioranza autosufficiente. Questo significa che, nel caso assai probabile in cui non la raggiunga, per mettere insieme una maggioranza alternativa bisogna sommare tutto quello che sta fuori dal recinto della coalizione berlusconiana. Mettere insieme il Partito democratico, il Movimento 5 stelle e Liberi e uguali non è certamente un’operazione semplice, quindi per renderla possibile serve un imperativo morale prevalente su tutte le differenze e la difesa dal pericolo fascista (seppure inesistente) fa perfettamente al caso.

  

Così i grillini potrebbero essere indotti a rinunciare alla guida del governo, Pietro Grasso potrà rinunciare a fare il quotidiano processo al Pd, a patto naturalmente che questo partito si emendi dalle timidezze e assuma il suo posto “naturale” in un nuovo, cioè antichissimo, governo del Comitato di liberazione nazionale. Renzi, naturalmente, è tagliato fuori, ma qualche volontario partigiano si può sempre trovare per impersonare, settanta anni dopo, la figura di Ferruccio Parri, il premier della Resistenza durato in carica sei mesi, e forse le ultime uscite di Graziano Delrio possono essere interpretate, magari con un po’ di malizia, come una candidatura a questo ruolo.

    

Naturalmente questo disegno, come tutti quelli costruiti prima del responso elettorale, ha scarsissime possibilità di realizzarsi. Però, per intanto, permette di trascurare la questione delle alleanze e delle compatibilità programmatiche, mettendo invece in primo piano una sorta di esame del grado di antifascismo, in modo da costruire classifiche di gradimento che corrispondano a una pregiudiziale ideologica (non l’antifascismo ma l’attualità di un pericolo fascista, naturalmente) tanto comoda da maneggiare quanto indifferente alle tematiche davvero sentite dall’elettorato.

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