Antipatico è chi perdente fa

Giuliano Ferrara

Tutti sappiamo che Renzi non è affatto antipatico, come dice l’Espresso, che ha un direttore molto antipatico prima facie. Toscanaccio, affabulatore, fresco, gradevole, quel tanto cazzone che basta, eppoi serio, lavoratore, divoratore di pizze, infrequentatore frequentabile di salotti buoni, politico professionale di valore, marito e padre esemplare: non basta? Però è antipatico, lo è diventato, su questo anche l’odioso Damilano, direttore dell’Espresso, ha ragione. Se dalla banale psicologia di un settimanale di ex grido passiamo alla politica, ecco tutto spiegato per benino.

  

Renzi è diventato antipatico perché gli italiani non perdonano gli errori, facendone tanti in proprio e vergognandosene nella loro pretesa di perfezione e nella loro naturale ruffianeria. Ha perso una battaglia campale, quella stessa per cui era stato creato da primarie e Nazareno: le riforme e il ballottaggio. Perché ha perso? Lo sappiamo tutti. Gli sono mancati voti per un misero 6 per cento che avrebbe rovesciato il sessanta a quaranta del solo contro tutti, una piccola frazione dei voti di Berlusconi. E perché gli sono mancati? Anche questo lo sappiamo tutti. Berlusconi ha il doppio degli anni di Renzi, esigeva rispetto, lo ha promosso da segretario a presidente del Consiglio con un magnifico connubio politico di quelli che si ricordano, sloggiando perfino il nipote del suo amato Gianni Letta da Palazzo Chigi. Perché poi ha deciso di entrare nell’accozzaglia e fottere il suo delfino di sinistra, meglio, né di sinistra né di destra, liberale, diciamo, e riformista, che non lo voleva in galera, solo tra i suoi, e lo voleva emulare competitivamente?

   

Qualche mese prima delle dimissioni previste di Giorgio Napolitano, Berlusconi in un’intervista al Corriere che suonava come una vendetta sul mandato di comparizione del 1994 disse che voleva Giuliano Amato presidente. Amato è un politico di gran fiuto e di grande carriera utroque iure, oggi sensato giudice costituzionale, grande studioso, cuciniere politico di Craxi e dunque vecchio amico anche del giro di Berlusconi, che non gli ha mai lesinato un giusto apprezzamento e opportune nomine. L’intervista, secondo le regole paramassoniche con cui si eleggono i nostri presidenti, fu un errore, perché cominciò a bruciacchiare la candidatura, disponendone in apparenza. Il secondo errore, comprensibile alla luce della legittima ansia di risarcimento del Cav., fu quello di manovrare con D’Alema, arcinemico di Renzi, per spingere quest’ultimo a una scelta che a quel punto, nell’imminenza del cambio, pareva necessitata, obbligante, costrittiva, una resa: Amato è un politico di vecchia scuola e razza, poteva costituire un pericolo di per sé, ma fatto presidente a quel modo sapeva addirittura di congiura contro il Royal baby. I giochi erano fatti, in realtà, le riforme varate. Con Amato presidente, consortile la decisione con Berlusconi e perfino D’Alema, Renzi avrebbe potuto attendere fiducioso e anche muto l’esito del trionfale “sì” alle sue riforme.

   

Invece non si fidò che di sé stesso, e in una sindrome da onnipotenza, ché era un suo momento alto nell’opinione generale, ma quanto era simpatico, decise di fare la mossa del cavallo, e propose benignamente quella bravissima persona di Mattarella, che non poteva non essere eletto, contro Amato, il quale se ne fece una ragione da vero gentiluomo, e contro il Cav., che invece non volle sentire ragioni perché vide incrinato gravemente il mito della sua invincibilità e eliminato il possibile garante della sua rilegittimazione, a vantaggio di uno dei ministri della sinistra democristiana, Mattarella appunto, che molti anni prima si era dimesso contro la legge sulle televisioni del pentapartito, passo strategico per lui e per la sua identità più profonda. Di qui la rissa antinazarenica, e l’autosufficienza insufficiente con cui Renzi provò a vincere il referendum nonostante tutto. Di qui il ritorno al proporzionale e le prossime insidiose elezioni politiche.

  

Errò adunque el Duca, e quell’errore fu cagione dell’ultima ruina sua, scriveva più o meno (nel Cinquecento) Machiavelli a proposito del Valentino. Non andrà così, perché i Principati proporzionalistici ed ecclesiastici (vedi Ruini che appartiene alla chiesa del Papa e si batte contro l’uomo solo al comando – ! –, come mi ha fatto osservare un amico spiritoso) sono meno pericolosi delle Signorie del XVI secolo. Ma la famosa antipatia di Renzi non esiste. E’ solo la conseguenza di quell’errore, visto con il senno di poi, con gli occhi di oggi, con la sapienza profetica di chi sa prevedere le cose accadute. Tutte queste vicende le conoscono anche i bambini. E sfido chiunque a immaginare come starebbero oggi le cose se Renzi avesse vinto al cinquantun per cento il referendum, ipotesi controfattuale del tutto legittima, se oggi si eleggesse il capo del governo via ballottaggio, se si eleggesse una sola Camera che vota la fiducia ai governi, se mia nonna avesse le ruote. Renzi sarebbe simpaticissimo, ultracarino, e di più. Sarebbe considerato il prototipo neobonapartista della buona politica europea, il protoMacron, un uomo nuovo e forte che l’Italia redenta mette a disposizione di un’Europa da redimere. La lingua degli italiani, e dei giornalisti di tutto il mondo, e delle opinioni pubbliche, perfino delle chat dei social, sarebbe lunga, penzoloni, e lambiccherebbe la grande storia, dopo quella di Berlusconi, del suo erede forse addirittura più fortunato, simpaticissimo, meraviglioso, incantevole. La Boschi, va da sé, sarebbe la Regina di cuori delle riforme. Lotti il nuovo Letta. Tutti simpaticissimi. Per non parlare di Delrio, di Gentiloni, di Minniti, di Calenda, di Franceschini: tutti un babà, dolce di origine polacca ma di consumazione napoletana, dolce cortigiano tra i più saporiti e morbidi. Chi neghi tutto quanto scritto qui merita considerazione, affetto, compassione e aiuto perché è o un nevrotico o uno scemo. E Renzi è molto simpatico, al netto del suo errore politico, come noto cosa peggiore di un crimine ma difficile da evitare.

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