I renziani della prima ora in fuga dal Pd

Redazione

Manca meno di un mese al 4 marzo. Le liste sono state chiuse il 29 gennaio, i candidati sono impegnati nella campagna elettorale e, con loro e prima di loro, lo sono i leader di partito. Tra questi, almeno stando ai sondaggi, il più in difficoltà sembra essere Matteo Renzi. Secondo una rivelazione Swg pubblicata dal Foglio, nell'ultima settimana il Partito Democratico ha perso lo 0,4 per cento. Allo stesso tempo +Europa, la lista di Emma Bonino, ha guadagnato lo 0,8 per cento. Per capire quello che, con il passare dei giorni, assumere sempre di più le sembianze di un travaso di voti, forse vale la pena leggere quello che ha scritto lo scorso 4 febbraio, sul proprio blog, Cristiana Alicata.   

 

Alicata, classe 1976, è quella che si può definire una “renziana della prima ora”. Tra i fondatori del Pd, animatrice della Leopolda, oggi è molto critica nei confronti del suo partito e proprio per questo, il 4 marzo, voterà Bonino. Il Pd, scrive con un certo rammarico, “non ha ancora il coraggio di essere quello che dovrebbe perché (soprattutto in tempi di sondaggi negativi) ci si attacca alla tradizione, al vecchio schema, ai vecchi nomi. In tutta Italia ci sono tanti bellissimi candidati Pd (pensate a Milano) e non vi sto dicendo che fa tutto schifo, anzi!, ma io a Roma voterò per +Europa: perché in questo momento è la cosa più simile al Pd che avrei voluto e dò il voto alla coalizione, senza mettere il Paese a rischio di finire nelle mani di Berlusconi, Salvini e Di Maio”.

 

Alicata non è la sola “renziana critica”. Ben più dura la posizione di Enrico Sola, torinese, “dj prestato al mestiere della pubblicità e all’hobby della comunicazione online” che nel suo blog sul sito del Post, ha annunciato la decisione di restituire la tessera del Pd e di non rinnovare l'iscrizione per il 2018. Motivo scatenante la linea tenuta dal partito sulla vicenda di Macerata. “Ho sopportato, spesso con fastidio e tuttavia lealtà, tutte le svolte a destra del partito - scrive - Ho sopportato molte pavidità politiche del Pd da quando è nato. Sull’antifascismo come valore guida del partito e sulla necessità di reagire tempestivamente e con forza di fronte al mostro antidemocratico che rialza la testa non transigo. Esprimo quindi tutto il mio disagio per la direzione presa dal Pd: sempre più irrilevante, pavido e spesso dominato da piccoli potentati locali impresentabili. Non posso militare per un partito così. E non posso cambiarlo dall’interno. Non sono io che me ne vado: è il partito che esce indifferente dal perimetro valoriale a cui dovrebbe appartenere”. Insomma più di Berlusconi e Lega, forse, Matteo Renzi farebbe bene a preoccuparsi del “fuoco amico”.

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