La nuova centralità di Berlusconi riguarda più l'egemonia culturale che la campagna elettorale

Claudio Cerasa

Quest’articolo nasce per mettere insieme alcune innocentissime notizie raccolte negli ultimi giorni su quello che è il vero protagonista di questa campagna elettorale, l’unico ad avere la certezza quasi matematica di essere nel prossimo governo pur non essendo candidabile a nulla: Silvio Berlusconi.

 

La centralità del Cav. ha a che fare con i numeri della politica, con la particolare condizione di Forza Italia, unico partito ad avere due opzioni per andare al governo, o con un Matteo o con l’altro, ma ha a che fare anche con qualcosa di più sofisticato che riguarda un concetto messo a fuoco ieri in modo delizioso da Jason Horowitz sul New York Times. Ripetiamo: il New York Times.

 

Titolo dell’articolo: “Il ritorno stupefacente, ma non sorprendente, di Silvio Berlusconi”. Svolgimento: “Berlusconi all’improvviso non appare più così malaccio e gioca con compiacenza il ruolo dello statista saggio e moderato”. Berlusconi è il personaggio centrale di questa campagna non solo dal punto di vista elettorale ma anche per un’altra ragione più sofisticata che riguarda una sua straordinaria capacità: essere parte del codice genetico anche di persone che hanno un Dna diverso dal suo. E le tracce del berlusconismo ormai si trovano ovunque nell’Italia che si prepara ad andare a votare.

 

Partiamo? Partiamo. Uno dei giornali più distanti dal Cav., il Fatto quotidiano, ieri ha dovuto dare la triste notizia che uno dei suoi soci, Fabio Franceschi, ha scelto di candidarsi alle elezioni, e lo ha fatto con Forza Italia (qui l'intervista). Uno degli editori della ormai scomparsa Unità, Massimo Pessina, qualche settimana fa ha ammesso di aver partecipato ad Arcore a una cena di finanziamento della campagna elettorale di Berlusconi. La moglie dell’editore di Repubblica Marco De Benedetti, Paola Ferrari, è stata a lungo corteggiata da Lorenzo Cesa, alleato di Berlusconi, per candidarsi in Parlamento. Il candidato governatore del centrosinistra in Lombardia, il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, sindaco del Pd, partito che il suo segretario sogna di mettere in campo con lo stesso stile di Arrigo Sacchi, prima di tuffarsi in politica è stato a lungo uno degli uomini forti della Mediaset di Berlusconi – e sempre con Berlusconi ha iniziato la sua carriera Urbano Cairo, da assistente personale del Cav. E ancora. Il responsabile comunicazione del Movimento 5 stelle, il dottor Casalino Rocco, è diventato quello che è diventato nel 2000 in un programma Mediaset di nome “Grande Fratello”. Il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, pubblica da anni con Mondadori. Il direttore della Stampa, Maurizio Molinari, pubblica da anni con Rizzoli, acquistata da Mondadori. Eugenio Scalfari, da anni pezzo da novanta di Mondadori e di Einaudi, dopo una vita contro Berlusconi oggi dice che tra Di Maio e Berlusconi voterebbe Berlusconi. Michele Santoro, dopo una vita contro Berlusconi, oggi dice che “Berlusconi è come me, cioè una specie di vecchio saggio”. Bill Emmott, dopo una vita contro Berlusconi, oggi dice che Berlusconi  rimane inadatto a governare l’Italia “ma visto lo scenario, potrebbe diventarne il salvatore”. Massimo D’Alema, ancora, dice di aver lasciato il Pd perché il Pd lavorava a un inciucio con Berlusconi e ora ammette in modo trasparente di volersi riavvicinare al Pd (“non facciamoci del male”) solo a condizione che sia lui a dare le carte per un inciucio con Berlusconi. L’elenco potrebbe essere ancora molto lungo ma al contrario di quello che si potrebbe credere questo collage non è finalizzato a dimostrare che l’Italia sia diventata berlusconiana.

 

E’ qualcosa di più sottile che non riguarda solo la politica: la distanza tra Berlusconi e un pezzo d’Italia teoricamente distante da lui non è mai stata così impercettibile e la ragione per cui il Cav. oggi è il vero personaggio centrale di questa campagna elettorale non riguarda solo i sondaggi. Riguarda qualcosa di più. Riguarda qualcosa che ha a che fare con alcuni vecchi confini che non ci sono più. Con le appartenenze che non sono più rigide come un tempo. Non tanto grazie a un Berlusconi che è cambiato ma grazie a un’Italia che forse in modo inconsapevole è stata cambiata e formata da Berlusconi. Un’Italia non berlusconiana ma non più anti berlusconiana che grazie a questa sottile mutazione antropologica, comunque andranno le cose il 4 marzo, si prepara con gioia ad abbracciare il Cav. nel prossimo governo. “Berlusconi suddenly doesn’t look so bad”. E a pensarlo, a occhio e croce, oggi non è solo il New York Times.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.