Don Abbondio Massimo Franco, il notista alle prese con quei birboni grillini

Guido Vitiello

Se Manzoni non si curò molto di descrivere l’aspetto di Don Abbondio, se attese otto capitoli prima di abbozzarne, quasi controvoglia, un ritratto a pennellate grosse (due folte ciocche di capelli, due folti sopraccigli, due folti baffi…), è perché voleva fare del suo curato una macchia di Rorschach in cui ciascun lettore potesse riconoscere personaggi contemporanei a lui più familiari, dentro o fuori la Chiesa. La stessa idea, se non proprio con le stesse parole, la suggerì Angelandrea Zottoli in un libro del 1933, Il sistema di Don Abbondio, che Leonardo Sciascia considerava il miglior viatico ai Promessi sposi come romanzo disperato sul potere italiano. Zottoli rivedeva Don Abbondio sotto mille maschere, e quasi glielo rimproverava: “Vi si trova dove meno vi si aspetta, perché, alla prova, non c’è uniforme in cui le vostre membra non riescano ad aggiustarsi, non covricapo a cui la vostra fronte non si adatti”. Nei momenti più incongrui, pensando ad altro e ad altri, ecco che “un gesto, una parola ci sorprende e ci ferma. Ma sì; è inutile, per quanto inverosimile essa ci possa apparire, riluttare alla realtà: è Don Abbondio che ci sta di fronte”. Da due secoli siamo tutti condannati a queste reminiscenze involontarie, improvvise come un singhiozzo. Eugenio Scalfari, per esempio, qualche anno fa credette di rivedere Don Abbondio in Ferruccio de Bortoli, ma si sbagliava (il suo ruolo nell’affare Boschi-Ghizzoni – “un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo” – porta semmai l’impronta del Conte Zio).

   

Per me il miracolo del déjà-vu si compie ogni volta che mi trovo davanti Massimo Franco, il mansueto e curiale notista politico del Corriere della Sera che interviene così spesso nei talk show. Pochi giorni fa, dalla madre badessa Gruber, gli ospiti chiacchieravano intorno alla bestemmia anticostituzionale delle multe minacciate da Casaleggio ai candidati grillini, una ribalderia che avrebbe risvegliato l’indole guerriera di Padre Cristoforo; ma Franco, dopo aver rilevato con garbo che la Costituzione non lo consente (è pur sempre laureato in giurisprudenza), ha voluto aggiungere: “E’ una risposta sbagliata a un problema giusto”. E io in un lampo mi sono trovato di fronte lui, il povero curato che a occhi bassi s’inventa le formule più involute pur di schivare gli urti con i prepotenti; che vorrebbe tenersi equidistante tra i santi e i birboni purché né gli uni né gli altri vengano a disturbare la sua ansiosa quiete; che aspira a registrare impassibilmente l’opera della storia senza non dico prender partito, ma riconoscersene parte. “Il povero notista non c’entra: i politici fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi nei talk show, come s’anderebbe a un banco a riscotere”. Così potrebbe suonare, oggi, un apocrifo manzoniano.

   

Il mio Massimo Franco è un personaggio letterario non meno di Don Abbondio, beninteso, e lo rivedo in cento altri commentatori politici, in mille altri esponenti di una borghesia prudente fino all’ignavia. Ma chi meglio di lui, per far da simbolo a tutti gli altri, all’ombra di un archetipo più grande? Giorno dopo giorno, sul Corriere, le note di Franco applicano diligentemente il sistema di Don Abbondio descritto da Zottoli: il curato-notista “considera le forze che ha di fronte, argomenta, indaga, indovina quelle che non sono palesi, allo scopo di individuarne la direzione, di misurarle, di comporle come se dovesse risolvere un problema di statica”. Anche se si tratta di forze in grado di compromettere le condizioni di equilibrio dei corpi coinvolti, che non sono corpi materiali ma politici. Che pretendete, del resto? Lor signori, quei birboni del palazzotto della Casaleggio, hanno il capriccio di violentare la Costituzione, mandano i loro bravi a minacciare i parlamentari a ogni crocicchio, e il povero notista che c’entra? Non lo invidio, proprio come Zottoli non invidiava Don Abbondio: “Poco piacevole il destino di chi è obbligato a subire le conseguenze dei grilli altrui”.

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