La candidatura Parisi e il centrodestra "in ritardo" sul caso Pirozzi

Marianna Rizzini

Roma. “Oggi ho ricevuto l’invito dai leader del centrodestra a candidarmi come governatore della Regione Lazio”, ha detto Stefano Parisi, leader di Energie per l’Italia nonché ex candidato sindaco di Milano contro Beppe Sala, ex alto dirigente pubblico, ex manager, ex dg di Confindustria, ex ad Fastweb con trascorsi nel socialismo e nella Cgil. Un romano dal piglio milanese, un milanese d’adozione troppo radicato a Roma (e in Maremma) per essere davvero organico a Milano. Ha accettato la candidatura, Parisi, dopo giorni di anticipazioni in codice (per esempio Giorgia Meloni che, da FdI, annunciava la scelta di “un candidato che allargherà molto il perimetro della coalizione”), ma le parole dell’accettazione spalancano la finestra su un centrodestra non soltanto non compatto, ma anche mai tornato alla stagione d’oro (prima della crisi post Alemanno). “Si tratta di una scelta difficile”, ha detto Parisi, “dopo che il centrodestra… con decisione incomprensibile, ci ha voluto escludere dall’apparentamento… Tanti di voi hanno lavorato per costruire le liste e la nostra presenza alle elezioni per Camera e Senato, divenuta ora incompatibile con la mia candidatura alla guida della coalizione nella Regione della capitale”. Appunto. “Abbiamo tuttavia deciso di accettare perché siamo un partito nuovo, costruito in solo un anno di lavoro e dobbiamo innanzitutto consolidare la nostra presenza in tutta Italia, nelle comunità, nei territori”.

 

Secondo problema: la candidatura concorrente (e non ritirata nonostante il non gradimento di una parte di centrodestra) del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, che due giorni fa, definendo Parisi “candidato per tutte le stagioni” e ribadendo la decisione di persistere, ha spazzato via le speranze di chi puntava a rimettere al sicuro il 3 per cento di consensi che vengono attribuiti al Pirozzi “candidato di società civile”. Parisi, con il suo passato di grand commis, è tutto il contrario di Pirozzi e ha fatto del suo essere trasversalmente di establishment una bandiera. Nel 2016, infatti, dopo la sconfitta di misura a Milano, aveva fatto il seguente autoritratto gaberiano: “Ho una storia di sinistra e ho fatto una campagna elettorale di centrodestra. Non sono sicuramente di destra, forse sono un po’ di sinistra, non so”. L’estate scorsa, invece, si era definito “un Giuliano Pisapia del centrodestra”, ma che “consuma le scarpe in giro per l’Italia”.

 

E però adesso, nel Lazio, il centrodestra che punta tardivamente su Parisi, e che tardivamente si sveglia sul “caso Pirozzi”, si ritrova scomposto in partiti che non hanno più la tenuta a lungo termine dei corpi intermedi. Partiti indeboliti nell’identità e nella struttura, specie dopo la riduzione del finanziamento pubblico. Partiti in cui si fatica a trovare mediatori (ci ha provato, quando però ormai Pirozzi era lanciato, Antonio Tajani, e ci aveva provato il mediatore storico Altero Matteoli, scomparso in un incidente sulla via Aurelia). Negli ultimi mesi, poi, il centrodestra ha visto allargarsi la faglia che corre lungo il confine Forza Italia-Lega, fino al punto di permettere a Salvini di giocare pericolosamente attorno alla candidatura Pirozzi nel Lazio per avere margine su Attilio Fontana in Lombardia. E ora Parisi, con il suo profilo liberal-popolare, si presenta all’elettorato come “forza tranquilla”. Ma il dubbio è che la “forza tranquilla”, nel quadro di generale debolezza, possa far balenare nell’elettore di destra l’idea del “voto utile” al nemico considerato “meno peggio” del nemico tradizionale Nicola Zingaretti, governatore uscente del Pd. E il nemico “meno peggio” potrebbe essere, per una parte della destra, la cinque stelle Roberta Lombardi.

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